Mostre / Novant’anni di silenzio: dal Corno d’Africa e ritorno

Crema, Cremona –   “Novant’anni di silenzio”, mostra a cura di Collettivo Andemta, Gianpaolo Chiriacò e Valentina Fusari, è il racconto di una collezione dispersa, di un patrimonio sonoro ricomposto attraverso un lavoro collettivo di ricerca, cura e digitalizzazione, che trasforma memorie frammentate in un’esperienza condivisa.

“La mostra rappresenta il frutto di una ricerca etnomusicologica che unisce due prestigiose Università in un progetto scientifico di respiro internazionale, ricordando come lo studio della musica, insieme all’indagine storica e antropologica, possa essere un utile strumento per navigare l’affascinante complessità dell’incontro tra culture e epoche diverse.” – spiega Lavinia Contini, consigliera della Fondazione San Domenico con delega ad arte e cultura, il cui contributo è stato determinante per la definizione dell’accordo.

“La mostra si inscrive nell’accordo quadro tra la Fondazione San Domenico e l’Università di Torino, collaborazione avviata per lo sviluppo di progetti di ricerca in ambito etnomusicologico — un territorio finora inesplorato per la nostra istituzione, ma profondamente coerente con la sua missione culturale. – aggiunge Arwen Imperatori Antonucci, consigliera della Fondazione San Domenico con delega ad arte e cultura – Insieme a teatro e arti visive, la musica costituisce infatti una componente essenziale della nostra identità, come anche testimoniato dall’attività dell’Istituto Musicale Folcioni. In questa prospettiva, la direzione che intendiamo perseguire è quella di favorire un dialogo sempre più fertile tra i diversi linguaggi artistici, promuovendo progettualità capaci di intrecciare, contaminare, e restituire al pubblico esperienze sempre nuove.”

Durante gli anni dell’occupazione italiana dell’Etiopia (1936-1941), poco dopo la proclamazione dell’impero dell’Africa Orientale Italiana e alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, furono registrati oltre 350 brani di musica tradizionale provenienti dai sei governatorati del Corno d’Africa allora amministrati dall’Italia.

Si trattò di una campagna di enormi dimensioni per l’epoca, soprattutto nel contesto della musicologia italiana, allora ancora poco attenta a preservare le cosiddette “musiche di tradizione orale”.

Quelle registrazioni erano pensate per la commercializzazione, ma l’operazione si interruppe prima di arrivare sul mercato a causa dello scoppio della guerra. Le poche copie stampate per motivi promozionali seguirono destini frammentari: alcune approdarono in collezioni private, altre riaffiorarono nei negozi di antiquariato, molte si smarrirono nelle soffitte polverose. Nessuna istituzione, né in Italia né nel Corno d’Africa, sembra averne custodito memoria; eppure, proprio in questi anni, frammenti inattesi riaffiorano da scaffali rimasti a lungo in silenzio.

Il lavoro di ricerca e recupero, svolto in collaborazione con il Collettivo Andemta, composto da ricercatori e appassionati etiopi, ha reso possibile ricostruire circa l’80% dell’ampio repertorio originariamente registrato e restituirlo alla National Archive and Library Agency, ovvero all’archivio nazionale etiopico, colmando una lacuna storica attraverso un processo condiviso in più fasi.
Le incisioni sono state rintracciate, digitalizzate e sistematicamente catalogate; a ciò sono seguite la trascrizione e la traduzione dei testi, insieme a un accurato intervento di restauro sonoro.

Restituire la collezione all’archivio, tuttavia, non esaurisce il percorso di queste registrazioni: semmai lo rilancia. Da un lato, le ri-attiva rimettendo in circolo la complessità e l’ampiezza di un patrimonio culturale di straordinaria importanza. Dall’altro, apre nuove domande, legate alle biografie dei musicisti le cui voci e i cui suoni sono stati incisi, così come alle condizioni in cui tali registrazioni ebbero luogo, nel contesto del dominio imperiale imposto dagli italiani meno di un secolo fa.

La mostra – attraverso un percorso multisensoriale, che si compone di pannelli esplicativi, materiali visivi, contenuti audio e ricostruzioni dei 78 giri che hanno conservato quei suoni – intende ridare accessibilità a queste registrazioni e, al contempo, offrirne una contestualizzazione critica.

Da un lato, tali registrazioni si collocano nel più ampio panorama sonoro dell’esperienza coloniale italiana, mettendole in relazione con altre pratiche di registrazione, catalogazione e circolazione dei suoni che accompagnarono il progetto imperiale. Dall’altro, le inserisce nella storia lunga e stratificata delle produzioni culturali del Corno d’Africa, riconoscendole come espressioni di tradizioni musicali vive, dinamiche e tutt’altro che marginali.

In questo quadro, la mostra interroga il ruolo degli archivi quando vengono restituiti allo spazio pubblico. Essi non sono luoghi neutri di conservazione, ma piuttosto dispositivi che possono riattivare memorie, responsabilità e narrazioni talvolta conflittuali. Se resi accessibili, gli archivi sono in grado di alimentare una riflessione critica sull’eredità lasciata da operazioni culturali che furono parte delle modalità di affermazione del dominio coloniale.

Allo stesso tempo, questo processo consente di restituire dignità e visibilità alle persone che hanno prestato la loro professionalità – spesso rimanendo anonime o solamente tratteggiate – riconoscendole come soggetti storici e portatori di saperi musicali specifici, le cui voci e i cui suoni continuano a interrogare il presente.

“Il focus del progetto è la ri-costruzione di una collezione di musiche e canti tradizionali raccolte durante l’occupazione italiana dell’Etiopia, promossa dall’amministrazione coloniale e resa possibile dal coinvolgimento di musicisti e interpreti eritrei ed etiopi, attraverso mediatori locali. – spiega Gianpaolo Chiriacò – Si tratta di una collezione che è andata perduta nella sua interezza e che oggi è stata ricostruita – grazie anche al supporto digitale – attraverso un lavoro di ricerca e di recupero dei vinili disponibili, provenienti da diverse fonti (collezioni private, archivi, biblioteche, etc.), cui è seguito un lavoro di restauro e di restituzione e condivisione alle comunità a cui appartengono i contenuti registrati”.

In questo quadro, le persone coinvolte in quelle registrazioni si trovarono spesso a incidere non per loro spontanea volontà, eppure quelle voci hanno lasciato un’eredità culturale che è giunta fino a noi, documentata anche da un parziale apparato fotografico; tuttavia, i protagonisti rimangono in gran parte sfumati, difficili da identificare e da ricondurre a biografie e contesti precisi. L’obiettivo, lavorando su fonti d’archivio e con la componente africana, come nel caso del collettivo Andemta, è ora ricostruire i vissuti dietro le voci e le immagini che ci sono giunte: restituire complessità, agentività e spessore umano a ciò che, altrimenti, rischierebbe di restare una traccia sonora e visiva separata dalle persone che l’hanno generata”.

“Contestualizzare questi materiali è indispensabile – osserva Valentina Fusari – perché non basta limitarsi a ciò che l’archivio coloniale ci consegna attraverso le sue categorie e i suoi dispositivi di classificazione. Occorre invece attraversarlo criticamente, e anche andare oltre, per rintracciare le forme di agentività dei soggetti coinvolti e restituire complessità ai loro vissuti, sottraendoli al rischio di vittimizzazione e a quell’immagine di passività che troppo spesso accompagna i soggetti coloniali.”

“Per questo – come chiarisce Gianpaolo Chiriacò – la mostra intende tenere insieme due piani: da un lato, il lavoro di ricostruzione e contestualizzazione dei materiali; dall’altro, una riflessione su come questa eredità culturale venga percepita, riutilizzata e rielaborata oggi dagli etiopi, e su quali significati assuma nel presente.”

“La mostra ‘Novant’anni di silenzio’ è da salutare con particolare favore – sottolinea Daniela Melfa, Presidente dell’Associazione per gli Studi Africani in Italia – perché riporta alla luce una pagina di storia coloniale rimossa. E lo fa recuperando fonti sonore, che sono anche fonti storiografiche, peraltro poco frequentate in ambito accademico, e attivando canali, e corde, sensoriali-emotive come veicolo di conoscenza. Nel panorama dell’africanistica italiana, iniziative di divulgazione come questa aprono le ricerche in corso a un confronto, senz’altro foriero di spunti e arricchimento, anche con i non addetti ai lavori.”

 

 

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