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Torbole Casaglia, Brescia – A volte, la voce di un territorio trapela da pannelli parlanti che possono essere così intesi per via del loro farsi liberamente leggere, nell’esplicita comunicativa che vi è impressa, mediante l’evidenza di una pittoresca caratterizzazione.
Oltre l’ordinaria toponomastica, qui si allude a quel valore aggiunto che gli amministratori di Torbole Casaglia hanno saputo infondere agli spazi utilizzabili presso le rispettive fermate dei mezzi pubblici che vanno puntualmente ad asservire gli spostamenti fra questa località, situata a pochi chilometri da Brescia, sia con il vicino capoluogo che con altri paesi della pianura bresciana dove la stessa si pone, interessando un territorio circoscritto ai suoi due abitati, ormai da tempo uniti fra loro, che definiscono la propria condivisa denominazione comunale, attraverso il caratteristico appaiamento del loro nome.

In questo caso, Torbole Casaglia vede operata fra le proprie maggiori vie di comunicazione una particolareggiata iniziativa di promozione del vernacolo, secondo un’accattivante sua fedele e capillare divulgazione.

Trattasi di appelli silenti alla lettura di espressioni dialettali, ciascuno compiuto entro un suo preciso ambito di salace estrinsecazione che, alla parlata del luogo, danno la testimonianza del taglio tracciante di quell’efficace spessore in cui un colorito adagio popolare denota tutta la propria tipica manifestazione.

Non vi è che da leggere, per sperimentarne quello sfondo culturale che, correlato ad un pragmatismo esperienziale, suscita la memore consapevolezza di una interessante impronta sapienziale, ispirata alle antiche sentenze del focolare, quale mappatura domestica di vetuste aderenze al lascito di un immemore corso plurigenerazionale.

In questo significato, con l’aver saputo cogliere l’opportunità di evidenziare vari contenuti da condividere, tutta una variegata carrellata di massime, radicate in un patrimonio collettivo, ha il proprio volto, nella immediatezza di una collocazione permanente, per l’oggettività di averne fissato il rispettivo tenore, nella disinvoltura grafica di un omogeneo ciclo di specifica trattazione.

La lingua dei padri, forse mai codificata editorialmente in un modo ultimativo, raggiunto in un’univoca versione ufficiale, ad uso dello scritto, nonostante i molti autori che vi si sono cimentati a vari livelli di autorevolezza e di coinvolgimento, rimane quella che è, restando incanalata al proprio circuito vitale che, in ogni epoca, ne ha visto il modellarsi ad oggetto di influenze ed adattamenti, seguitando a inseguire il proprio destino che ne relega, ormai, sempre di più, il ruolo, prettamente verbale, ad un uso rovesciato, nell’incidenza e nella frequenza di una pratica dove ad interagire prevale il ricorso ad un’altra e sopraggiunta lingua madre.

Non per nulla, l’italiano è presente, come traduzione, riferendosi a questi caustici detti bresciani, analogamente al tradurre pure, nei pressi di ciascuno di loro, la titolarità del Comune di Torbole Casaglia, in “Cumu de Turbule Casai”, anche con le dieresi che si è ritenuto di porre graficamente sopra i suoni gutturali di quelle vocali che più si ostinano, a tutta evidenza, a smarcarsi da un diverso parlare, certamente ufficiale, senza che si sia rinunciato, nei confronti di questo, a dare segno evocativo della diversità della parlata locale.

Insieme all’avviso, dedicato ad una fra le più moderne modalità di servizio, promosse in sede comunale, volta all’efficienza del segnalare l’informazione dell’istituita applicazione digitale del Comune stesso, pubblicizzata contestualmente a questi accenni verso un affaccio sviluppato a contatto del dialetto, sembra che, sul posto, convivano alcune dimensioni comunitarie differenti che si integrano fra loro, vicendevolmente.

C’è posto, per l’una e per l’altra, nell’inarrestabile corsa del tempo, entro le mutate dinamiche di vita, che si profilano sotto il cielo di sempre, dove, ad un certo punto, a qualcuno sarà pure parso il poter dire, che “A usèl èngùrd ghe s-ciòpa ‘l gòs”, ovvero, in una constatazione, emersa, a margine dell’ingordigia come pure dell’intemperanza, che “A uccello ingordo scoppia il gozzo”, quale formula ammonitrice che si appaia ad altra, pure ricalcante la forza emotiva di una metafora esemplificativa, di “L sàc vot el sta mia ‘n pè”, oltremodo noto nel significare ciò che sottintende l’evidenza dell’immagine suscitata dal dato di fatto che “il sacco vuoto non sta in piedi”.

In alcune citazioni, ci si è presi la briga anche di una spiegazione, a supplemento dell’eventualità di chiarirne ulteriormente l’origine di una intenzione, come in “Bèla o bròta, nele mè saàte, ghe stò so tota”, pari a “Bella o brutta nelle mie ciabatte si sto tutta”, per la qual cosa, si correda tale traduzione con la precisazione “Significato: mi accontento di come sono fatta”.

In una visione verso l’ineluttabile, il profetico mettere in conto che “Vegnerà gli agn dè le àche magre” che, con il preconizzare l’intercalante gioco degli opposti, nell’alludere alla famosa visione biblica dei tempi subentrati come infausti, simboleggiati dalle “vacche magre”, pare rasserenarsi, insieme con l’andare ad assentire, comunque, la semplicità della mitezza propria di “Pà, vì e sòche, lassa che ‘l fioche”, nella pervadenza contadina che pare docile al condurre le varie stagioni della vita con il commentare “Pane e vino e ceppi di legna, lascia che nevichi”.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.