La storia e la tonaca, ovvero, l’indossare il lungo vestito ecclesiastico ed il rivestire il ruolo dell’altrettanto costante prodigare l’amore verso la cultura, con particolare riferimento alla storia locale, in una spontanea e contagiosa vocazione autentica a promuoverne il sapere.

Sono i più comuni aspetti contraddistinguenti il compianto presidente della “Fondazione Civiltà Bresciana”, mons. Antonio Fappani (1923 – 2018), ai quali qualcuno potrebbe aggiungere anche la bicicletta, per l’uso ricorrente che questo stimato sacerdote diocesano ne faceva, per spostarsi per le vie di Brescia, quando le varie stagioni della sua lunga vita glielo hanno permesso, facendo interagire la propria immagine pubblica anche con questo abituale muoversi sulle due ruote, impresso nel riscontro di un confidenziale riconoscimento collettivo.

Quanti lo hanno, a vario titolo, conosciuto, potrebbero, a loro modo, aggiungere ulteriori elementi evocativi della sua autorevole persona, come, ad esempio, giungendo ad accostarne la figura a quella di un altro sacerdote bresciano come lo storico mons. Paolo Guerrini (1880–1960), fino al punto da concorrere a costituire, fra le impressioni e le memorie di ciascuno, anche un libro funzionale a raccoglierle tutte, in un ampio compendio, oltremodo significativo.

Un libro, in tal senso, sembra si sia già realizzato, per la cura di Licia Gorlani Gardoni, ricalcando la natura riepilogativa delle sterminate tracce di quella plurale partecipazione personale che è indicativa dell’adesione corale ad una considerazione positiva verso questo fecondo autore, accorto e qualificato, delle più disparate iniziative editoriali.

Iniziative, come la monumentale “Enciclopedia Bresciana” ed altre ancora, apportatrici di un indiscusso valore aggiunto al panorama culturale di un vasto territorio che a lui deve un’esclusiva e prolifica attività di studio e di produzione storiografica, assurta a pilastro di una perdurante realtà, evolutasi in una propria natura istituzionale, in ordine ad una solerte ispirazione verso la cultura locale, in questo modo, valorizzata mediante la molteplice varietà di una numerosa e sistematica applicazione, posta al vaglio di una fedele analisi documentaristica, a sua volta, passibile dei risultati utili per la sua stessa divulgazione, promossa in una sempre apprezzata stilistica.

Quella stilistica dello scrivere, dando al nesso intercorrente con la storia un ampio respiro che non sia il campo selettivo di una “conventio ad excludendum”, ma piuttosto, come piace qui, pure maccheronicamente, far capire, “ad includendum”, dimostrandosi come formula inclusiva, anche per lasciar, fra l’altro, posto alla poesia, ai sentimenti presenti in tradizioni sopravviventi, ad un intreccio multidisciplinare, come arte visiva ed elaborazione narrativa, tra le tracce vive e spesso misteriose di una storia, pure accademica, ma fatta non solo di cifre, di calcolo e di statistica, come una fredda cronaca aneddotica, disgiunta dall’umanità che vi si esplica, invece, in una primeggiante palma da protagonista.

Questo libro, già giunto alla seconda edizione per la “Com & Print”, si intitola, non a caso “A don Antonio”, rappresentando uno fra i volumi della sempre più lunga serie di pubblicazioni patrocinate dall’Istituto di Cultura “G. De Luca” per la Storia del Prete, presieduto da mons. Osvaldo Mingotti, che, con questo libro illustrato, ha inteso cercare di valorizzare la memoria di un carisma sacerdotale capace di testimoniare la propria fede pure nella coerenza spirituale e culturale di quella consapevolezza storica verso documentate radici comuni, in prerogative valoriali condivisibili da tutti.

A questa figura, come molto si ama dire oggi, “testimone e coscienza del nostro tempo, ma che, fuori di retorica, ha saputo promuovere contenuti effettivi nella lettura storiografica della nostra società, alimentando una propositiva sete di conoscenza, diversi sono i notabili che hanno concorso alla realizzazione del libro in questione, recandovi un pronunciamento, pari ad una rispettiva chiave di interpretazione, secondo le firme qui menzionate in ordine di esposizione, nella stampa della medesima pubblicazione nella quale anche altri avrebbero potuto avere simile opportunità di menzione: Licia Gorlani Gardoni, Mario Squassina, mons. Giulio Sanguineti, mons. Francesco Beschi, mons. Bruno Foresti, mons. Vigilio Mario Olmi, Paolo Corsini, Alberto Cavalli, Mino Martinazzoli, Vittorio Soregaroli, Sandro Fontana, Luigi Morgano, Franco Castrezzati, Mario Fappani, Tino Bino, Angelo Onger, Gabriele Filippini, Fabiano De Zan, Alfredo Bonomi, Massimo Tedeschi, padre Giulio Cittadini, Luigi Bianchetti, Clotilde Castelli, Fausto Balestrini, Gian Mario Andrico, Anna Maria Artioli, Rinetta Faroni, Francesco Braghini, Doni Ferrari, Giovanna Materossi, Bruna Borgoni, Elisabetta Conti, Pietro Segala, Antonio Bugini, Alberto Rovetta, Fiorenza Marchesani Tonoli, Famiglia Ferrari, Franco Bettoni, Carla Boroni, Luigi Beschi, Umberto Scotuzzi, Enzo Giammancheri, Giovanni Minelli, Mario Conter, Mario Zorzi, Antonio Massetti Zannini, Battista Gatteri, Franco Frassine, Giannetto Valzelli, Egidio Bonomi, Giorgio Sbaraini, Attilio Mazza, Vittoria Zamboni, mentre, per l’appendice del libro, a cura di Gianfranco Grasselli, si avvicendano gli scritti di Clotilde Castelli, Lucio Bregoli e di Tonino Zana, correlandosi, nelle pagine immediatamente a seguire, alla proposta dell’omelia del vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada, in occasione dei funerali del noto e beneamato sacerdote, unitamente ad alcune testimonianze della stampa, coeva all’evento ferale.

Trattasi di poco più di centoquaranta pagine di una monografia che si avvalgono, se ci fosse di bisogno il segnalarlo, di testimonianze “bimensionali” che, cioè, in quanto tali, attengono, per alcune di esse, in considerazioni datate, a chi ha preceduto, mons. Antonio Fappani, pure avendo avuto, in vita loro, il bene di conoscerlo, ed a quanti, invece, sono sopravvissuti alla di lui dipartita, comunque, tutti quanti esprimendosi sul tema, in ordine sparso, mediante un criterio non chiaramente individuabile nell’immediatezza editoriale del testo, percepibile a ritorno di quella lettura capillare che non salta qua e là, nell’eventualità che tale ordinata lettura si ponga la domanda, nell’approccio con il libro medesimo.

Oltre ad una sezione biografica ed alle tante significative immagini, pure relative alla vita del sacerdote qui ricordato, Agostino Mantovani vi propone un componimento in versi, intitolato, “Un prete in bicicletta”, mentre Luigi Piotti si esplica analogamente, scegliendo come titolo “Il labirinto”, alla stregua pure Elena Alberti Nulli che si prodiga in un simile registro espressivo, avvicendandosi, a sua volta, Leonardo Urbinati, autore, in dialetto, del suo verseggiare “A don Antonio”.