Aerei in caduta libera. Due volte nel 1955, schiantandosi nel territorio bresciano. Quelli di Ghedi, si precisava, in quei giorni, scrivendo, fra le pagine di cronaca, a proposito del noto aeroporto militare. Combinazione, fra certi eventi, terminati in simili ed in drammatici risvolti conseguenti, accadeva ancora che un altro velivolo, appartenente alla stessa base aeronautica, precipitava in mare, dopo il decollo libratosi sulla traiettoria bresciana, perdendo poi qualsiasi controllo sull’Adriatico e concludendo il tragico volo ben oltre il territorio di provenienza, destinato ad esser l’ultimo per quest’apparecchio “F.84”, ma con salvo, stavolta, il pilota, paracadutatosi ad alta quota.

Febbraio, marzo ed aprile: la sequenza, a cadenza mensile, della triplice e funesta dinamica di incidenti riguardanti mezzi aerei di uno stesso contingente aeronautico situato a pochi chilometri da Brescia. Cinque gli aerei complessivamente perduti e quattro le vittime.

Fonti di queste avvenute fatalità, capitate fra i cieli della navigazione aerea, era la stampa che ne ha dato rispettivamente l’informazione, catalogando, per così dire, questi fatti, senza, per altro, andare, poi, molto ad approfondire.

Alla notizia degli aerei caduti, il resoconto dei funerali e nulla più, a quanto pare e fino a prova contraria, anche stante l’apparente oblio, caduto, in seguito, a proposito di questi fatti insoliti, al limite di giornate da ascrivere ad evenienze di un ingrato destino, in un qualche modo, pur sempre umanamente plausibile.

Concetto, se non fosse chiaro, spiegato anche dall’ignoto estensore dell’articolo intitolato “Due giovani piloti precipitano a Ghedi in seguito alla collisione dei loro reattori”, come parimenti pubblicato dal “Giornale di Brescia” di martedì 8 febbraio 1955: “(…) Purtroppo accade che nella diuturna tessitura di fulminei voli che animano e fanno risonare il vasto cielo della Brughiera, accade talvolta che un filo si rompa. E’ un invisibile mano che entra nella trama perfetta, con un gesto furtivo e malvagio, basta un attimo solo, mette un improvviso scompiglio laddove è tutta esattezza di calcoli, prontezza di riflessi, gioia di velocità. Allora, è la catastrofe. (…)”.

Una catastrofe era realmente accaduta fra i campi ghedesi, manifestandosi negli effetti suddivisi in due punti distinti di impatto al terreno, per via del fatto, che l’uno si era schiantato nei pressi della cascina Prandona, l’altro aereo, invece, ad alcuni centinaia di metri dalla stessa.

Tra la cascina Prandona e Motta, il territorio di Ghedi aveva costituito l’estremo scenario impietoso per le giovani vite del tenente pilota Giancarlo Tossani e del sottotenente di complemento Alfredo Faralli, nel contesto di un fatale accadimento riportato nel giornale anche mediante una non meglio identificata testimonianza, pronunciatasi su questo evento a dir poco particolare: “(…) Una formazione di quattro reattori stava compiendo una esercitazione di tiro sul campo e gli aerei procedevano accoppiati. I primi due effettuavano regolarmente la picchiata: mentre la seconda coppia si scomponevano paurosamente. Ho sentito i motori per pochi attimi perdere l’unisono. Saranno stati a circa seicento metri di quota quando le ali dei due aerei si urtavano. Gi apparecchi evidentemente non erano più dominati dai rispettivi piloti. L’aereo del tenente Tossani precipitava immediatamente, disintegrandosi a pochi metri da quella piccola cascina laggiù, circondata dagli alberi. Solo la massa del reattore, rimasta intera, è stata proiettata oltre i cento metri più in là. La si vede in mezzo al campo. Il secondo aereo, invece, quello del sottotenente Faralli, dopo essersi abbassato ulteriormente, riusciva a prendere quota, percorrendo ancora trecento metri. Nel frattempo, il pilota tentava di salvarsi, azionando la catapulta sotto il sedile. Ma la manovra era, ormai, in extremis: l’aereo toccando terra esplodeva e il povero sottotenente finiva dilaniato nell’urto e nello scoppio. (…)”.

In un carattere incidentale, era, poi, avvenuta, a distanza di circa un mese, un’altra disgrazia aerea, a carico dello stesso tipo di velivoli, anch’essi partiti dall’aeroporto di Ghedi, con altre due vittime, a bordo dei rispettivi “F.84”, scontratisi in volo sopra la allora già primaverile pianura cremonese, nei pressi di Pozzaglio, come testimoniato dal quotidiano accennato di mercoledì 30 marzo 1955, ovviamente nella stampa dell’edizione, diffusa l’indomani, rispetto al doloroso accadimento, nell’ambito del quale, fra l’altro, era precisato che “(…) I due aerei “F.84” di fabbricazione americana, appartenenti al 6° Stormo di stanza a Ghedi, facevano parte di una formazione in volo di esercitazione. Giunti sul cielo di Pozzaglio, entravano in collisione, urtandosi con le ali e precipitavano al suolo, esplodendo. (…)”.

Le due vittime erano, questa volta, il maggiore Carlo Medun ed il tenente Abdon Luminasi, mentre a cavarsela, sebbene comprensibilmente sotto choc, era stato il tenente Niccolino Vaccari, al centro di una pericolosa disavventura, ancora una volta a bordo del medesimo tipo di aereo militare, vittima di un incidente conclusosi in mare, come il quotidiano bresciano riferiva il 2 aprile di quello stesso anno, in una curiosa riproposizione mensile delle precedenti cronache, riconducibili ad aerei decollati dalla medesima base, come riferito dal “Giornale di Brescia” che ne dettagliava i termini corrispondenti: “(…) Il Vaccari era partito ieri mattina dall’aereobase di Ghedi, per compiere un volo d’addestramento sul triangolo Ghedi, Rimini Venezia, con proprio reattore F. 84, appartenente al 6° stormo. Dopo un volo regolare, giunto all’altezza di Cesenatico, verso le 11,15, il pilota avvertiva le prime irregolarità nel funzionamento dell’aviogetto e decideva di abbandonare l’aereo. Il tenente Vaccari, lanciatosi col paracadute da un’altezza di settemila metri, veniva avvistato e raccolto in mare aperto dagli equipaggi di due motopescherecci, il “Giulio” ed il “Dani” che pescavano nelle vicinanze. Le due imbarcazioni rientravano in porto, con a bordo il fortunato pilota, alle ore 19, e le autorità marittime provvedevano al ricovero immediato del Vaccari all’ospedale civile di Cesenatico. (…)”.

Dalla pianura bresciana, all’estensione frastagliata dei flutti adriatici, la linea della sopravvivenza si era evoluta dall’elemento fatto d’aria a quello dell’acqua, dove il protagonista della vicenda si era trovato a ancora lottare, almeno per tre quarti d’ora, prima dei soccorsi intervenuti dalle imbarcazioni in navigazione nella zona, consentendogli, fuori dalle imbracature del paracadute ed al di là dell’immane spavento, stemperato oltre il freddo marino, di aggrapparsi alla vita in un sovrumano ed indomito anelito divino.