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Gottolengo (Brescia) – A nord est del paese, accanto alla chiesa di S Girolamo, dove ora ci sono dei mini appartamenti per anziani, sorgeva l’ospedale. Costruito dopo la Seconda Guerra, fungeva da pronto soccorso e aveva un proprio reparto di maternità. Era gestito da suore e vi lavoravano alcune levatrici.

Esperte, sapevano quando dover ricorrere al medico, riconoscevano per esperienza i “casi difficili”. Ancora negli anni sessanta, però, alcuni bambini nascevano in casa, com’era sempre accaduto per secoli.

Molte erano le superstizioni legate al periodo della gestazione.  Si riteneva che la donna gravida fosse impura e che potesse danneggiare le cose toccate, ad esempio trasformare il vino in aceto. Qualora fosse stata morsa da un animale era possibile che il figlio nascesse con i segni di quel trauma.

Quando una donna incinta desiderava qualcosa da mangiare doveva essere subito accontentata per scongiurare eventuali malformazioni al nascituro, come pure le donne dovevano prestare attenzione a non toccarsi durante le crisi delle voglie, in caso contrario il neonato sarebbe stato segnato nel punto in cui la mamma si era toccata con una macchia del colore del cibo desiderato.

La curiosità di conoscere il sesso del nascituro era soddisfatta osservando la pancia della madre: a punta, maschio; larga e bassa, femmina. Anche osservando gli occhi della gestante si potevano fare previsioni: occhi cerchiati annunciavano un maschio, come pure il bruciore di stomaco: infatti, il maschio aveva più capelli della femmina e questo causava il disturbo.

Il parto era una cosa seria e si ricorreva alla levatrice. Alcune anziane ricordano ancora Dosolina, la levatrice “più brava”a Gottolengo. Era disponibile a tutte le ore ed ad ogni stagione. Arrivava alla casa della partoriente con la sua valigetta di cuoio che conteneva siringhe, cotone, disinfettanti, forbici e cloroformio(per quando diventava necessario dare qualche punto).Allontanava uomini e bambini perché il parto era cosa “da donne” e una vicina di casa poteva servire più del marito.

La donna partoriva nel letto matrimoniale e Dosolina esigeva sempre lenzuola fresche di bucato, per scongiurare le infezioni. Poi tutto era affidato alle sue mani; sapeva afferrare la vita. Parti difficili, podalici o neonati troppo grossi erano problemi che sapeva gestire anche perché aveva seguito un corso per ostetriche.

Quando il bambino era uscito, recideva il cordone ombelicale e lo teneva per i piedi fino a sentirlo piangere e respirare. Le era capitato, più volte di trovarsi di fronte a bambini con crisi respiratorie e con un aspetto davvero gracile e allora aveva impartito loro il Battesimo, come le era consentito fare.Poi con un verbale giustificava al parroco il suo agire.

Pur essendo una donna molto ferma di carattere, era capace di parole gentili e di consigliare la partoriente, soprattutto se alla prima esperienza. Ispirava fiducia. Le comari, com’erano chiamate, avevano probabilmente un loro tariffario, ma non esitavo a prestare la loro opera anche gratis o in cambio di doni in natura: una gallina, un salame ecc.

Chiedevano alle donne di “tenersi da conto “ durante la “quarantena” Dopo il parto,infatti, seguiva un periodo di quaranta giorni detto appunto “quarantena” durante lil quale le puerpere dovevano seguire una dieta alimentare particolare per favorire la lattazione e per non “guastare il latte”. L’alimento principale delle puerpere era il “pantrito” , preparato con brodo di pollo, burro fresco formaggio e pane grattugiato passato al setaccio, il tutto cotto lentamente.

Era consigliato bere del vino per favorire la protezione del latte. Alcuni cibi erano severamente vietati come il prezzemolo, l’insalata, le cipolle, l’aglio poiché considerati dannosi per il bambino. Oggi la gravidanza e il parto sono considerati malattie o in ogni modo trattati come tali. Certo nascere in ospedale tutela la salute di madre e bambino ma manca forse quell”intimità” quel”sentirsi a proprio agio” che renderebbero il parto più piacevole da affrontare e ricordare.

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Un lettore scrive:
Ho letto con molto piacere l’articolo “afferrare la vita” di Giusi Morbini, perché i miei due figli sono nati in casa (non negli anni ’50 ma 10 anni fa) e grazie alle attente indicazioni della ostetrica ho raccolto/afferrato la loro testa mentre incontravano la luce della vita.devo dire che è stata una straordinaria esperienza assistere e collaborare in un evento così importante. Quando mi capita di parlarne con amici o colleghi, mi guardano come se fossi pazzo, invece insisto nel dire che partorire i propri figli a casa dia ancora più valore alla bellezza della vita. Pietro
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Giusi Morbini
Insegnante di scuola primaria ormai da molti anni, ma ancora non prossima alla pensione. Nata e vissuta in campagna, crede nell'importanza di riscoprire le nostre radici e di conservare le nostre tradizioni. Sempre nel rispetto di tutte le culture. Scrive per diletto.

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