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C’è un posto per tutti a Cicognolo, in provincia di Cremona.
Vuoi per la natura, virente ed incombente in una larga misura, vuoi per l’impronta umana che si esprime nella preponderante agricoltura, ma anche in un notevole esempio d’eloquente architettura che si riconduce alla principale attrattiva del luogo, ascritta all’appariscente mole di un castello, presente in quell’armonia prospettica che lo evidenzia troneggiante, nella pacatezza uniforme della pianura.

Un concentrato di significativa compiutezza omnicomprensiva delle specificità, percepibili a vista, secondo il volto pittoresco di una località, raccolta attorno a quell’asse d’insediamento urbano, che resiste alla campagna circostante, con il nesso esplicito di una peculiarità architettonica importante.

Una sterminata vegetazione acquatica abbraccia questo maniero, eretto nella prima metà del Diciannovesimo secolo, su una pregressa struttura fortificata, a sua volta, risalente al lontano Medio Evo, nel modo in cui, per il tramite di un intraprendente progetto di rivisitazione storica, il suo attuale assetto era stato vagheggiato dal marchese Giuseppe Manfredi, affidandone il disegno attuativo all’architetto Luigi Voghera (1788 – 1840).

Il fossato che lo lambisce appare completamente ricoperto dal lussureggiante dispiegamento di sterminate ninfee, sbocciate sul pelo dell’acqua quale elemento di lauto contorno che appare del tutto mimetizzato nel verde del fogliame galleggiante, qua e là, interrotto dai caratteristici fiori carnosi, mediante la generosa evidenza delle loro appariscenti protuberanze.

In questo modo, le merlature, svettanti alla “ghibellina” di questo castello dall’epidermide di una massa ordinata di mattoni d’argilla, paiono rispecchiare l’insorgenza di tanti fiori, situati ai piedi della struttura e similmente prorompenti in altezza, secondo una suggestiva cornice di contenimento che attiene, nei profili dell’immobile, alla versione stilistica adottata, e, nella vegetazione sottostante, alla incontenibile spontaneità di una primordiale gemmazione strisciante.

I due elementi coesistono in un corrisposto abbraccio fra loro, uno a bilanciamento dell’altro, tratteggiando un poetico insieme di ambientazione fiabesca, pittorescamente messo in risalto da altri ed ulteriori aspetti coerenti con tale radicato spaccato d’affermazione caratteristica di un dato contesto, diffusamente ispirato alla ricercatezza di una soluzione orientata alla sintesi di un’istantanea ad effetto, impressa sul luogo come un perdurante affresco.

“Villa Manfredi”, come è anche chiamato questo castello, rispetta questa consegna, ricevuta dall’accortezza del valorizzare il suo perimetro antistante con la messa a dimora di quella che, da un certo punto di vista, potrebbe semplicimente ridursi ad una vegetazione infestante.

Tante nifee che ricordano quelle celebrate in pittura dai maestri dell’impressionismo francese sembrano colloquiare nella lingua dei fiori con i geranei che nella medesima stagione, maggiormente baciata dal sole, ostentano la loro bellezza dalle vedute esterne del castello con le quali il dispiegamento architettonico che le contiene incombe verso le vie centrali del paese, tratteggiando linee indicative del proprio volto dalle reminiscenze antiche.

Privato, non si passa al suo interno, ma che importa questo limite, ci si può chiedere, quando un ingente contributo d’immagine promana attraverso quella sua voce solitaria che echeggia nei latifondi pianeggianti, distesi attorno ai larghi respiri profondi di terre basse, ambientalmente convertite alla convivenza del farsi civiltà, concelebrata nella agricoltura?

Per questo suo assolo, il castello pare quasi che non ci sia. Oltre i suoi confini, sembra non ne valga la melodia che solo si avverte in prossimità della sua stessa ricamata volumetria, apparendo tale corpo monumentale ingiunto da un mastodontico distinguo, nel differenziarsi nettamente rispetto alle vicine abitazioni ed ai diffusi cascinali intercorrenti, nella tacita simbiosi di una pattuita sinergia dove l’uomo è sostanza comunitaria alla località dal toponimo coincidente con quello della propria residenza elettiva.

Cicognolo è sorpresa di un castello nella breve ragnatela invisibile che si appalesa in un piccolo centro rurale di fatto orientato a questa sua maggioritaria struttura rappresentativa, non a caso, in linea, per ricercatezza compositiva, alla chiesa locale che sa reggere il confronto con tale vicina dimora patrizia, cioè al turrito castello che ne costituisce la sovrapposta allegoria, per un’assonante aderenza chiesastica ad una convinta visione decorativa, ad analoga risultanza espressiva.

Dentro e fuori dall’andare dei giorni, fermo ad una remota eco medioevale, a sua volta, assimilata nella scelta Ottocentesca che rivive tutt’oggi, questo maniero ha argomenti validi da fare valere per i differenti spunti di una correlata immaginazione.

Intanto, le tenere foglie delle sue ninfee, emanano, con nei loro pallidi fiori, vibrazioni di un’essenza aggrappata alla vita che intende sfoggiare bellezza nel rigoglio di ciò che ne ha consentito l’esistenza, avvinta al tempo che passa dove si compie lo sbocciare dei misteriosi disegni che ne hanno preconizzato quell’immagine che è cara all’arte di ambientazione poetica, in un evocativo ritorno all’intima autenticità del Creato, rispecchiato nella capacità pittorica, legata alla sensazione di un istante, secondo la resa figurativa di una struggente maestria.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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