Tempo di lettura: 3 minuti

“Bubulcus Ibis”. Bianchi volatili, compagni di lavoro dei contadini, laboriosi interpreti rurali alla guida dei sempre più sofisticati mezzi agricoli che, nelle fenditure impresse nel terreno, aprono, al cielo di un’ormai incipiente primavera, le fertili cavità del suolo coltivo.

Se ne vedono a frotte, ovviamente stormi, nel loro genere aleggiante nei pressi dell’opera umana, in un rapporto fra il trattorista ed il loro, invece, molteplice planare, di uno, a chissà quanti loro profilarsi, omogenei, candidi esemplari, provenienti da un ignoto altrove che, per mezzo di queste improvvisate trasferte, si materializza da un misterioso e lontano ambiente.

Il misurato ed, al tempo stesso, spedito, andare della motrice agricola, imprime all’operazione in campo, una minuziosa ed efficace incidenza martellante i ritmi produttivi, già avviati a preconizzare la ricercata e ipotizzabile consistenza finale di una resa cerealicola.

Al risveglio della terra, nel giaciglio dormiente dell’inverno, la campagna pare animarsi mediante questo effondersi d’ali, sopraggiunto a contraddistinguerne gli scenari, che, a colpo d’occhio, sembra che, a prima vista, come pure e perché no, come da qualche parte davvero avviene, mosso da esemplari di gabbiani.

A volercisi soffermare, negli appezzamenti coltivi padani, si rivelano, come ad esempio nel bresciano piatto e disteso panorama, inghiottito dalla Bassa od in vista dei rilievi prealpini, uccelli denominati, “aironi guardabuoi” che, per la Pasqua, attesa durante quella Quaresima ancora in atto, oppure nelle giornate a margine di una soverchiante cronaca sovrana, quest’ultima entro tutt’altre faccende, per lo più, monopolizzata, planano tra i vividi solchi, liberi ed immediati, in una puntualità che può forse esplicarsi, ai più distratti e sprovveduti, anche come insolita ed inaspettata.

In questo modo, si concilia uno scenario complessivo, avvinto a quella vita germinativa, che svela le peculiarità di una composita e vivace prospettiva, forte delle proprie caratteristiche, sottintese negli strati mimetizzati negli aspetti oltre una banale e sbiadita apparenza, come solitamente sono assimilati certi luoghi, visti e rivisti, come nella familiare ed addomesticata immagine statica di una compiuta dispositiva.

Invece, le variabili ci sono, pure nella campagna, resistente all’invasione perentoria di una cementificazione omnivora, anche ritrovandosi nelle estrinsecazioni che l’oggi rivela, attraverso la defilata marginalità di manifestazioni plurime dense di vita, come queste bianche compresenze, rivolte al brunastro profilo terreo, ancora una volta sollecitato a risvegliarsi per essere nuovamente fecondato, a seconda di quella cura che si prodiga in basso, perché, nell’alto, verso il sole, si apra la strada dei frutti, a scommessa appagante di una sfida stagionale a cadenza intensiva.

E’ questo il momento del motore, protagonista in campo, a dar il via alla danze di una ennesima contingenza agricola, che attira a sé la complice corrispondenza di tali volatili, soddisfatti, a quanto sembra, di ciò che liberamente trovano per una propria corroborante sussistenza, nelle fresche estemporaneità campestri, compromesse dalla effimera durata di un intervento agricolo già vocato a razionalizzare in loco altro ulteriore successivo apporto operativo, nella mutazione dello stesso terreno, a sua volta, destinato a cambiare aspetto, secondo ciò a cui darà una caratterizzazione progressiva, all’atto dei vari passaggi sviluppati, per il prodursi della coltura in campo effettivamente perseguita.

Con alberi ancora scheletrici, nelle ramificazioni di chiome spoglie e sfuggenti, il tempo di questi uccelli, puntuali testimoni di arature metodiche incombenti, si stempera negli spazi aperti campestri, lungo quell’orizzonte in cui questi “aironi guardabuoi” paiono transitare entro le brevi ore del giorno, segnate dal riflesso sui campi delle proiezioni lineari dei tronchi, derivate dalle residue essenze arboree sopravviventi, avvolte dal silenzio accarezzato dal sole, nel dispiegamento delle loro graduali ombre evanescenti.