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Sono i tanti volti di noi stessi.
Fratelli, generati dalla stirpe dei “figli di Adamo”, incontrati nel varcare la soglia di questo luogo raffinato, funzionale al nutrimento dell’anima, ispirata al “bello ed vero”, oltre che al sostentamento del corpo.

Idea, non banale, per nulla scontata, l’aver saputo, pure di questi tempi, valorizzare un noto locale, tradizionalmente adibito a ristorazione, con l’affascinante abbinamento, sul posto, di significative rappresentazioni dell’arte visiva, nella quale, è, fra l’altro, contemplata, alla “Fermata” di Lograto, la proposta pittorica dell’artista bresciano Alessandro Gabbia, mediante l’esibizione, nello spazio attiguo alla sala per ristorazione con cucina tipica, di una serie di suoi dipinti, significativi della sua personale ricerca creativa.

In loco, sono pure presenti alcuni supporti editoriali, quali strumenti divulgativi, messi a disposizione per una possibile lettura del suo incessante carisma compositivo, certamente orientato al perdurante perfezionamento del proprio enucleato messaggio ideativo, intimamente speculare alla resa artistica di un disinvolto estro intuitivo ed affabulatore.

Il racconto espressivo, sviluppato sulle tele di questo giovane autore, concorre ad incastonare l’irrazionalità dell’essere senziente, nella razionalità dell’essere cosciente, essendo evidente la sua scommessa pittorica, nel cimentarsi, fra l’altro, con l’impatto impegnativo e concettualmente esclusivo che appare contestualizzato nei volti, nei visi, nelle facce, quali esplicite sembianze umane dove si racchiude la maggior varietà deglii elementi utili per l’identificazione di una persona.

“Persona”, vocabolo derivante dal latino, significando lessicalmente “maschera”, simulacro esplicativo di un’apparenza, pur verace ed effettiva, ma da confutare con tutto il resto, da propriamente svelare in ognuno. La scommessa di questo stimato pittore sembra, quindi, l’aver accettato e superato una sfida difficile, andando al dunque, nell’ambito complesso e pure controverso, dell’essenza umana da lui considerata ed esplorata in un differenziato metro di misura, variegato e proporzionalmente estensibile.

Il piglio caricaturale, simil simile, ad una sintesi stilistica raffrontabile con le famose facce “alla Modigliani”, non è il fine, imposto ad indirizzo del manufatto pittorico, ma costituisce, invece, uno dei mezzi, fra i modi usati, per interagire con questo vasto ed interessante scibile, calato nel merito delle più evidenti fattezze umane.

Certamente, ciascuno di questi personaggi, usciti dalla meditata tavolozza di Alessandro Gabbia, pare dica la sua, ponendosi quasi a colloquio con quanti hanno il bene di incontrarli che avviene, fra l’altro, in prossimità con le sculture dell’artista contemporaneo, Giancarlo Gottardi.

Il loro incombere rientra in quell’accoglienza umanizzante che si staglia a recepimento dei passi che vi si compongono innanzi, attraverso le molteplici realtà che vi si profilano estemporanee, per il verso individuale dei più disparati motivi e trascorsi, mediante il fardello che, ognuno reca in sé, nell’ambito dell’impari scommessa con una vita intera, qui intercettata, nella tappa fugace che sul posto si può degnamente ipotizzare, in una sua intensa e gradevole dinamica passeggera.

Una pacatezza serena si equilibria con i diversi particolari esplicativi dell’univocità associata al privilegiato soggetto trattato, per cui, sembra che, in un medesimo rasserenante spartito, sia assemblata una fraterna melodia d’intesa, fra questi ignoti personaggi, ritratti, di fatto, nella posa facciale che, qui, si trova appesa, in sintonia con lo stesso contesto ricettivo dove un dosaggio di luce ed una scelta d’ambientazione ne consentono l’efficacia percettiva, a riscontro di una sua corrispondente e fedele rivelazione.

Figlio d’arte, essendo erede, dal padre Domenico, di una diretta scuola pittorica, oggettivamente sperimentata a confronto, nell’ambito famigliare dove si è appalesata, a proposito di Alessandro Gabbia alcune considerazioni che sono ispirate a rendere, invece, in parole quanto è compreso nel suo linguaggio artistico, interagente fra figurazione e colore, precisano, fra l’altro, che “(…) La sua ricerca creativa si ispira all’arte dei Fiamminghi, offrendo una rilettura, in chiave contemporanea dei generi del ritratto e della natura morta, prestando una particolare attenzione all’utilizzo di tecniche e materiali tradizionali (…).

Posto di rilievo, bene disimpegnato, con ampio parcheggio, a Navate di Lograto, strutturandosi lungo la rettilinea strada provinciale, situata nei pressi, che, al ristorante “La Fermata”, riconosce nel nome, una coerente allusione consequenziale alla possibilità di una comoda tappa, rispetto all’attiguo transitare, trovandosi ad intersecare anche questo pittore bresciano, con l’allestimento, a scopo culturale e di abbellimento attrattivo, di alcune sue opere, poste in alcune mirate collocazioni prospettiche, manifestandosi in sinergia con la vibrante positività di un ambiente esclusivo, espresso ad emanazione di un qualificato ed accurato posto d’interesse.

Ghermito dai campi coltivi, affacciato nei pressi dell’imbocco con l’antica frazione rurale di Navate, che, a sua volta, si presenta in un pianeggiante sfondo produttivo, bilanciato da un orizzonte aperto nella profondità della campagna, presidiata da agglomerati rurali, si tratta dello “Spazio Arte La Fermata”, non per nulla, già inserito in una fra le sedi interessate, entro le sue strutture, a promuovere, anche una contestuale mostra dei dipinti dell’artista bresciano Giacomo Bergomi (1923 – 2003) attraverso l’esibizione, nei suoi eleganti locali, di quella chè è testualmente presentata come “Mostra permanente in trattoria”, come, qui, tale proposta si traduce nella riuscita ed ufficiale funzionalità di un’intesa divulgativa, a tal fine sancita fra il “Gruppo Bergomi Giacomo” e “La Fermata”, stilizzata, quest’ultima, nel suo logo, espresso, nella visibilità pertinente di una targhetta, indicativa dell’iniziativa, attraverso la grafica di due teste di cavallo, messe a modo di aquila bicipite.