Brescia – In certi casi si finiva ai remi a fare il “galeotto”, oppure in qualità di “bandito” si era, di fatto, mandati in esilio. La prigione, la multa, le pene corporali e la condanna capitale potevano pure essere previste negli espliciti termini perentori di una sentenza.

A seconda dell’evenienza del caso a cui si rapportava la corrispondente forma coercitiva, l’applicazione della giustizia era interpretata nell’espiante perseguimento dell’effetto opposto riferibile alla contingenza esaminata alla quale la cultura del tempo ne intravedeva un’efficace e consona valenza.

Tutto questo avveniva pure nel cospicuo tratto di storia, compreso dal Quattrocento alla fine del Settecento, nell’epoca del lungo dominio esercitato anche a Brescia dalla Repubblica di Venezia.

L’allora corso della giustizia ha fedelmente accompagnato il periodico verificarsi di cronache dalla rilevanza penale, rimaste documentate sui manoscritti dei processi giudiziari che, delle materie trattate, ne specificavano il presunto fondamento dei rispettivi eccessi con i quali sono state confezionate nelle narrazioni dettagliate delle vicende trattate.

Fra gli incartamenti che lo storico archivio di Stato di Venezia conserva fra quelli relativi all’organo dello stato veneziano denominato “Capi del Consiglio dei Dieci” si legge, ad esempio, in relazione ad una sentenza datata 25 maggio 1602: “Batta (Battista) di Lorandi da Gardon (Gardone Valtrompia). Condannato, per l’Illustrissimo Signor Nicolò Donato Capitano e vicepodestà di Brescia, che gli sia troncata la testa dal busto et il suo cadavere abbruciato per monetario”.

Un altro caso, ancora attinente un falsario di monete, portava invece sulla sponda bresciana del Sebino, circa un paio d’anni dopo, in merito a quanto, sulla scorta di un’analoga trasgressione dalle leggi, l’antico manoscritto dell’autorità di quel tempo ne ascrive al 03 aprile 1604 il succinto dettaglio di una chiara determinazione: “Giacomo Burlotto da Sali de Marasino. Si sia troncata la testa con confisca de beni, per monetario”.

Era prevista una pena anche per l’introduzione di monete false, entro i domini della Serenissima Repubblica di Venezia, dove le maggiori cariche istituzionali governative, rispettivamente in capo ad ogni città che di esse ne erano rappresentativamente investite, hanno provveduto, nel ruolo del Podestà e del Capitano, ad amministrare quella giustizia che, nel caso del manoscritto redatto a Brescia il 20 settembre 1603, procedeva a condannare quell’illegalità implicante, nello specifico in questione, i “sesini”, cioè quelle monete del valore di sei denari o mezzo soldo, coniate da quasi tutte le zecche italiane, dalla metà del Quattordicesimo alla fine del Sedicesimo secolo: “Rafael Abramo, figlio di Angelo ebreo mantovano. Fu condannato alla galea per anni doi, per haver portato sesini falsi in questo territorio”.

In quegli anni, pare non sia capitato solo ad un, così citato, ebreo di incappare in una condanna che riguardasse l’utilizzo di tali tipi di monete, ma anche ad un personaggio emerso dalle note giudiziarie il 28 febbraio 1604, nella proporzione di un altro tipo di responsabilità, correlata da un diverso tenore punitivo, per quanto riguardante “Lelio Bona, cittadino di Brescia. Fu perpetuamente bandito di terra e di luogo con pena capitale e che il cadavere fosse arso e redotto in cenere, con taglia in terre aliene de lire tremila e confisca de beni che non potesse liberarsi se non passati anni quindici. Per aver fabbricato in questo territorio sesini falsi”.

Rispetto a questa condanna che, in pratica, poneva chi ne era destinatario fuori dai confini dello Stato veneziano, pena la morte, se ne fosse subentrata la sua cattura, tra l’altro, agevolata per mezzo di una taglia ingente, oltre alla comunque contestuale deprivazione dei propri beni, intesi quasi fossero sotto ipoteca da dover riscattare, un’altra sentenza si diversificava nel formale pronunciamento sopravvissuto attraverso il tempo, grazie al manoscritto dedicatogli che prevedeva la perdita della libertà e l’essere messo in catene a bordo di una nave “galea” o “galera”, in qualità di rematore, per “sodomia”, come si può leggere dalla annotazione recante la data del 26 luglio 1605: “Gio. Batta (Giovanni Battista) Migrulli da Sant’Angelo soldato della Compagnia del Capitano Venantio Porelli. Rilegato sopra le galere del Dominio per galeotto anni quattro, in caso di inabilità, sei mesi stia in prigione et poi resti bandito di Brescia e distretto per anni dodici, con pena, di nuovo capitando nelle Forze, d’un anno di prigione, et ritornar al bando, taglia lire 300. Per sodomia ex inditis”.

Sembra che certi indizi, come riportato nel testo accennato, avessero condotto alla redazione di una prescrizione punitiva che, contemporaneamente all’infliggere una pena ai remi, ne prevedeva anche altre, tanto nell’eventualità che il condannato non fosse più in grado di reggere la situazione sulla galea e quindi, per tale bisogna fosse divenuto inabile, quanto nell’imposizione di un bando che lo poneva di fatto nell’impossibilità di poter stare dove fino a prima aveva vissuto.

A Brescia, una condanna maggiore, rispetto a quella appena accennata, pare fosse toccata in sorte, fra altri, anche ad un altro soggetto che era stato incriminato per l’analoga accusa, allora, a quanto sembra, penalmente rilevante, di sodomia, come si evince da quanto scritto il 7 luglio 1606 a proposito di “Francesco Maistrello da Rivoltella, soldato già nella Compagnia del Signor Agostin Tarabillo sul castello di questa città, bandito in contumacia perpetuamente di Brescia, Venezia e Dogado, con pena d’anni dieci di galera, in caso d’inabilità gli sia tagliata la testa et il suo cadaver sia abbruggiato, con taglia de lire 600. Per sodomia ed asportazion di paga (…)”.

Il riflesso della cultura del tempo che, nella considerazione riservata alle varie realtà descritte in ordine ad alcune personali propensioni, assurte a reiterate espressioni di condotta, hanno concorso a testimoniare la base valoriale alla quale si ispirava anche l’apparato normativo penale, insinuandosi anche tra la casistica dei bestemmiatori, come si comprende dalla minuta grafia della quale l’inchiostro di quell’epoca ne ha imbevuto la documentazione cartacea che ne mantiene fino ad oggi il ricordo: “19 dicembre 1601: Francesco di Malzanini da Cividate Bergamasco, già soldato nella Rocca di Pontevico. Pubblico et horrendo bestemmiatore. Bandito contumace in perpetuo da Brescia, Venezia et Dogado, venendo nelle Forze serva con i ferri ai piedi per anni cinque. Perché si possa liberar dalla galera etiam (fino a che) finito il tempo fino a che havrà pagato lire quattrocento da scontar anco in galera, in caso di inabilità gli sia tagliata la lingua, né esca di prigione ancor pagati dette quattrocento lire et ritorni al bando, con taglia di lire trecento”.

Scorrendo la composita sequenza dei fatti documentati che, al nesso peculiare delle condanne comminate, abbinavano indirettamente la casistica fenomenologica riscontrabile nella società del tempo dalla quale se ne appalesava l’affresco di alcuni aspetti scaturenti dalle relazioni umane, si può appurare il metodo di valutazione con cui si sono giudicati certi delitti perpetrati con armi da fuoco, come con lo schioppo e con l’archibugio.

Il 30 ottobre 1606 ad un tal “Paolo Tananaino detto Scarpolino campagnolo”, reo d’omicidio, era disposto che fosse “relegato sulle galere del Dominio per galeotto per anni dodici, con pena, in caso d’inabilità, della forca”, mentre, per la stessa motivazione, il 20 settembre 1603, era già incappato tra le maglie della giustizia “Virgilio Costanti, già servitor di Fiorino Fisogno. Fu perpetuamente bandito da tutte le terre e luoghi del Serenissimo Dominio con pena capitale e di essere fatto in quarti; confisca dei beni e taglia di lire trecento”.

Capitava che gli scagnozzi dei nobili dell’epoca, a volte, non restassero impuniti ed, analogamente al personaggio sopramenzionato, un altro antico appunto muove la parte di un manoscritto a circostanziare l’esempio colto su un altro sbrigativo frammento: “10 gennaio 1604. Andrea Contessa, veronese, bravo di Aurelio Turano. Fu condannato a servire in galera per anni dieci, con pena, in caso di inabilità di essergli troncata la man più valida et bando perpetuo di tutte le terre e luoghi del Serenissimo Dominio et essendo preso, appiccato, per homicidio pensato con risolution di schioppo”.

Nel considerare la marmaglia degli spregiudicati collaboratori di alcuni esponenti delle potenti famiglie agiate e blasonate, poste in capo ai possedimenti ed alle ricchezze lottizzanti la società dell’epoca, le sentenze, avvalorate dal pronunciamento del “Consiglio dei Dieci” di Venezia, potevano pure colpire il vertice responsabile di un certo deprecabile andazzo, come si può intuire leggendo “Primo Giugno 1607. Marc’Antonio Calino, Conte. Bandito di Terre, Luoghi, Venezia e Dogado per anni 20, con pena d’anno uno di prigione se venendo nelle Forze, et di ritornar al bando con taglia di seicento lire. Per haver tenuto bravi et essersi servito di loro contro le leggi e per tutto l’eccesso, come da processo”.

Le pene attinenti alla malversazione dei beni pubblici potevano avere il tenore e l’inesorabilità confacenti a ciò di cui si ha invece traccia alla data del 7 luglio 1606, in relazione a “Zuanne di Uberti da Erbusco. Condannato in ducati cinquanta venetiani et a pagar tutto il debito che ha col Comune et resti privo in perpetuo di poter esercitare officio, incarico o maneggio del detto Comune, in pena se contravvenesse d’essere bandito di Brescia e distretto per anni dieci, con pena d’anni tre di galera et, in caso d’inabilità, sei mesi di prigione et ritornar al bando, con taglia de lire 300. Per mala administrazione et vitiatura nelli libri a danno dei particolari et del Comune”.

Nella rosa possibile di un certo e caratteristico scibile, aderente alle vicende umane che sono state colte a ridosso delle molteplici soluzioni giudiziarie, certe condanne parevano intervenire su quanto già disposto, in ordine al perseguimento di quella verità che, anche al di là di alcune presunte circostanze formalmente risolte, ancora difettava per la subentrante rivelazione di un giudizio invece mostratosi inappropriato che confermava idealmente quanto una ricercata correttezza potesse muovere gli estremi dell’argine ispirato a contrastare ogni criminale evenienza: “19 novembre 1605. Giovanni Giacomo Dusina, fu perpetuamente bandito per li precedenti Rettori di Brescia, con l’autorità dell’Eccelso Consiglio dei Dieci, di detto luoco, con pena della forca et con taglia de lire cento per falsa deposizione in caso capitale contro persona innocente”.