Tanto famoso, da finire dipinto sul muro esterno di un “WC” pubblico.
Nulla di dispregiativo per il noto e celebrato castello di Brescia che è, in ogni caso, profondamente metabolizzato, in seno ad una condivisa coscienza collettiva, da poter qui risultare anche come una ulteriore materia di ispirazione, mediante la sua riconversione proposta in un evidente e non casuale motivo artistico di decoro urbano, nella città stessa della quale, tale imponente costruzione, ne concorre a comporre una significativa e tipica caratterizzazione.

Trattasi della riproduzione figurativa di uno dei torrioni con i quali questo castello è rilevabile in una ricorrente versione stereotipata che è propria della sua vetusta soluzione architettonica, posta sotto gli occhi di tutti, anche da lontano, senza che vi sia la necessità di averne maggiore contezza, acquisendo per forza altri minimi dettagli, oltre l’immagine complessiva, già emergente a prima vista, da una esauriente approssimazione.

A qualificante firma della “Laba” (Libera Accademia di Belle Arti) di Brescia, tutta la superficie esterna di un volume adibito a bagno pubblico, esprime quell’interpretazione che del “Falco d’Italia”, come è anche chiamata tale severa fortezza, si è voluto dare, nella medesima città lombarda che, a tale rigorosa gravità solenne rivelatrice del medolo spigoloso di cui è costituita nella sua interezza, conferma il proscenio privilegiato dell’alta sua ubicazione cidnea.

Tale soggetto turrito, ormai divenuto a pittoresco elemento di un vago revanscismo culturale d’attrazione, è definito, in questo caso, nell’estemporaneità di un notevole murales, nel parco pubblico di Urago Mella, quale spazio verde denominato “Parco delle Stagioni”, a margine del popoloso quartiere periferico al capoluogo cittadino, tra il fiume stesso che sancisce parte del nome di tale fitta urbanizzazione ed i rilievi collinari dell’ossatura alle spalle Brescia, circa tutta una sua finitezza di contestualizzazione.

Estivo ed invernale, stanno all’orario solare e legale, con il quale un cartello d’ingresso al parco stesso, ne annuncia il regime d’accesso, ovvero, rispettivamente, quando le giornate sono lunghe di ore luce, dalle ore 7 alle ore 24, mentre dalle ore 7 alle ore 20, invece, e come è pure intuibile, nel corso del periodo di quando fa buio molto presto, disciplinando la fruibilità di questo erboso angolo piantumato, attrezzato anche con giochi per bambini, che è adagiato in prossimità di tutto un lungo tratto fluviale con cui il Mella dipana, negli argini attigui, il proprio libero moto continuo, in un suo costante scorrimento in evoluzione.

Proprio nelle dirette vicinanze di tale sottostante letto d’acqua, dal diverso volume di consistenza, per le cascatelle artificiali che ne incanalano la percorrenza, c’è questo “cubo”, con indicazione emblematica a WC d’ambo i sessi, a cui eventualmente poter accedere solo con monetina esigita a pagamento, situandosi a soccorso del soddisfare le esigenze fisiologiche in una pubblica decenza.

Lo sgravarsi di un moto spontaneo d’altro genere pare vi abbia permesso la riuscita trasposizione figurativa dell’accennata e diafana fortezza, come immagine spendibile in una gigantografia sul posto, anche per il nesso che vi esorbita da una mera apparizione, fuori dai soliti schemi di tendenza che, appunto, normalmente, si rivolgono ad essa, in una consuetudinaria e forse distratta, nonché, scontata, incidenza.

Le mani che hanno immortalato, in questo insolito murales descrittivo, il castello che più è caro alle memorie storiche dei bresciani, hanno scelto, però, di cambiarvi il colore, prediligendo un gioco di luminosità fra le differenti tonalità di un gradevole marrone.

Se volesse, chi lo osserva, potrebbe, in uno sforzo da computo geografico, neanche tanto difficile, ricollocarlo nella sua effettiva sede, cioè identificando tale voluminosa torre, conosciuta, in realtà, come “Torre dei prigionieri”, fra le caratteristiche stanziali del castello stesso, a ridosso del quale ne risultano netti i contorni, certamente, distinguibili ed ancor meglio focalizzabili, se accompagnati da un motivo in più, per contemplarne materialmente l’innesto, entro il panoramico dispiegamento di un ampio e di un concomitante contesto.

Un contesto, non disgiunto dalla presenza di altri elementi funzionali a denotarne l’effetto, entro quella definizione locale che, dal castello stesso, consente una visione panoramica della città sulla quale tale inerte e malinconica possanza si erge, fin dall’epoca viscontea, andando ad affacciarsi anche su altri ambienti, pure noti, cittadini, come, ad esempio, nella somma di quanto è identificabile dall’alto, con ciò che vi è, invece, nascosto, anche scorgendo piazza della Loggia, alla quale, stando ancora nel tema del murales realizzato su questo bagno pubblico, corrisponde la raffigurazione dell’apprezzato ed antico quadrante dell’orologio, come è uso definirlo nell’ambito della ivi incombente “Torre dell’Orologio” d’epoca veneta.

Anche quest’altro murales della “Laba”, ricalca la natura di un brioso manufatto allusivo, dal momento che è anch’esso fedele all’opera figurativa che ritrae evocativamente le circolarità dei tracciati e dei numeri romani di tale attrattiva connessa al computo del tempo, come tipicità, a sua volta, pur’essa associata allo spazio di rappresentazione di questo bagno pubblico, assurto a base artistica, su un altro lato, perpendicolare a quello interessato alla “Torre dei Prigionieri”, di un’autoctona narrazione, ingiuntavi in una libera grafica silente.

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