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Un passaporto, alcune foto di famiglia, dei fogli con degli appunti e dei numeri di telefono per quando arriverà in Europa.

Sono poche le cose che ha in tasca Kamal, un giovane iracheno che sta entrando in Europa a piedi attraverso la frontiera tra Turchia e Bulgaria: è lui il protagonista di “Europa”, l’ultimo film del regista Haider Rashid, uscito nelle sale italiane il 2 settembre e premiato a Cannes nella sezione Quinzaine des réalisateurs 2021 con il Beatrice Sartori Award.

Il film racconta la rotta balcanica dal punto di vista di Kamal, interpretato dall’attore Adam Ali: sul confine, il ragazzo è braccato dalla polizia bulgara e dai “cacciatori di migranti”, gruppi di civili armati che pattugliano i boschi lungo la frontiera per derubare i migranti.

Kamal all’inizio viene catturato, poi riesce a scappare: si rifugia così in una foresta, dove la sua vita si trasforma in una lotta per la sopravvivenza.

“In tutto il film, il pubblico scopre poco di Kamal: è sì un ragazzo con la sua storia, ma è anche un personaggio che rappresenta decine di migliaia di persone che ogni giorno scappano da guerre, fame, povertà, cambiamenti climatici, per costruirsi una nuova vita e raggiungere l’Europa – afferma il regista Haider Rashid –. La tratta dei migranti è uno dei business più redditizi al mondo, spesso più redditizio del traffico di droga: al confine c’è una microeconomia che ruota attorno allo sfruttamento dei migranti.

Nel film racconto la corruzione, la collusione della polizia di frontiera con i trafficanti, e poi i cacciatori di migranti, squadracce armate fino ai denti che agiscono con la scusa di proteggere i confini, ma in realtà attraverso i loro pattugliamenti portano avanti un business molto redditizio”.

Haider Rashid, nato a Firenze nel 1985 da padre iracheno e madre italiana, da anni lavora sul tema della migrazione: il suo primo film, “Tangled Up in Blue”, racconta la ricerca della patria perduta attraverso la storia di un iracheno di seconda generazione.

“Sta Per Piovere”, del 2013, tratta il tema dello ius soli, mentre “No borders” nel 2016, il primo documentario italiano in realtà virtuale girato a 360 gradi, parla della rete di attivisti che in Europa ha messo in piedi centri di accoglienza autogestiti.

Perché in questo film ha scelto di raccontare le migrazioni proprio a partire dal confine tra Turchia e Bulgaria?
L’idea è nata mentre stavo girando il documentario “No borders”: volevo fare un film sull’ingresso in Europa, ma non volevo parlare della frontiera del Mediterraneo, che è stata già molto raccontata. Per questo mi sono concentrato sulla rotta balcanica. Il film narra il passaggio tra due continenti, l’attraversamento di una linea che ovviamente è artificiale, non c’è nulla di naturale. La foresta è un elemento simbolico importante.

Quale lavoro di preparazione è stato fatto prima di realizzare il film?
Siamo partiti da una lunga ricerca sul campo, abbiamo parlato con gli avvocati e soprattutto abbiamo incontrato molti migranti che hanno percorso la rotta balcanica. Prima di girare, abbiamo visitato la zona di confine per capire meglio il luogo. A Sofia, in Bulgaria, nei centri di accoglienza abbiamo incontrato persone che avevano attraversato la frontiera, per farci raccontare cos’era questo viaggio per loro, cosa gli avevano detto prima di arrivare, cosa era successo dopo, come se l’erano vissuti. C’erano tutte le fasce di età: da donne anziane a ragazzini molto giovani. Dalle loro parole, abbiamo capito la difficoltà di affrontare un viaggio che dura giorni in una foresta. La cosa più triste è che, anche dopo aver superato il confine, comunque queste persone rimangono bloccate in una situazione completamente di limbo, con grandi difficoltà ad avere documenti. È un viaggio che non finisce mai.

Tra le comparse del film c’erano anche persone che avevano percorso la rotta balcanica e attraversato il confine. Come ha lavorato con loro?
Abbiamo contatto vari centri di accoglienza in Toscana, dove abbiamo fatto le riprese, spiegandogli il progetto. Avendo già lavorato sul tema, avevamo una certa credibilità. Devo dire che i migranti sono stati felici di essere inclusi: per loro è stata un’esperienza quasi catartica, e comunque era un’attività che li faceva uscire dal centro, non hanno molte cose che li intrattengano. Sono venuti il giorno in cui abbiamo girato la scena del confine. Oltre alle riprese, siamo stati insieme e ci hanno raccontato le loro esperienze: la maggior parte veniva dal Pakistan o dall’Afghanistan, ci hanno detto che il film racconta un viaggio molto simile al loro. Anche loro ricordavano le minacce, le urla, i cani. Tra le comparse a un certo punto compare anche mio padre: lui ha studiato teatro quando stava a Baghdad, e anche se il suo viaggio verso l’Europa, nel 1978, non è stato così arduo, il primo paese in cui è arrivato è stata proprio la Bulgaria. Questo è un elemento comune, che richiama il mio passato familiare.

Come ha scelto l’attore Adam Ali per il ruolo di protagonista?
Quando ho girato “No borders” ho incontrato molti ragazzini di 15-16 anni che viaggiavano da soli: ecco perché ho scelto un protagonista molto giovane, che si muovesse tra fragilità e resilienza. Adam ha un volto quasi da cinema muto, perfetto per un film con pochi dialoghi, basato sui respiri e su una fisicità abbastanza forte. In più, lui è inglese di origine libica, e conosce la sensazione di non sentirsi accettato: volevo qualcuno che, anche a livello emotivo, potesse capire questo aspetto del personaggio. Con lui è stato un lavoro molto istintivo: mentre giravamo si è aperto molto, si è lanciato a fare cose che avevano anche una certa pericolosità. Le riprese sono durate in tutto 18 giorni: siamo andati nel posto più selvaggio e sperduto possibile, sull’Appennino toscano, e abbiamo girato in sequenza. Ogni giorno ti devi adattare al luogo, alle condizioni climatiche, e questo per la performance aiuta, perché la recitazione cresce man mano con la narrazione.

Qual è stata la scena più complessa da girare?
La prima scena, quella dell’attraversamento del confine, è stata molto complicata: la scenografia era complessa perché volevamo ricostruire esattamente la location, e poi c’erano le comparse, i cani… Visto che il giorno prima pioveva abbiamo dovuto girarla in un giorno, che è poco tempo. Allo stesso tempo, quella è stata anche la scena più entusiasmante: è quella che ti porta dentro il film e che ti dà il contesto di quello che succede al confine, la collaborazione tra trafficanti e polizia di frontiera, il business.

Con quello che sta succedendo oggi in Afghanistan, il suo film diventa ancora più attuale: tanti afghani ora proveranno ad arrivare in Europa attraverso la rotta balcanica. Cosa pensa della reazione dell’Europa a quello che sta accadendo?
È difficile nascondere la tristezza per la situazione, anche ricordandosi che 20 anni fa, quando era iniziata la guerra in Afghanistan, c’è stato tutto un impianto comunicativo per giustificare quell’intervento. Ora i nostri media ne parleranno per qualche settimana, ma poi i riflettori si spegneranno. Nel frattempo, è inevitabile che i flussi aumenteranno, la tensione crescerà, la violenza si esaspererà. Finché si continuerà a gestire i flussi innalzando muri e facendo respingimenti, continuerà a esserci questa situazione. Mi piacerebbe che i governi europei riuscissero a pensare con maggior lungimiranza, costruendo un futuro diverso: non si può fermare l’essere umano che cerca di sopravvivere, è impossibile.