Più di una, le sue pubblicazioni, fra le quali, ad esempio, “Dei criteri e dei modi di governo nel Regno d’Italia”, “Scritti letterari editi ed inediti”, “Storia d’Italia dal 1850 al 1866” ed anche una più estesa “Storia popolare d’Italia dalle origini fino ai nostri giorni”.

Quest’ultima opera, come risulta in “Maestri e istruzione popolare in Italia tra Otto e Novecento – Interpretazioni, prospettive di ricerca, esperienze in Sardegna”, a cura di Roberto Sani e Angiolino Tedde, per la “V&P università”, era stata “edita a Milano per la prima volta nel 1859 con finalità di divulgazione storica ad uso del popolo, entrò assai presto nel circuito scolastico, al punto che l’autore ne curò, due anni più tardi, una nuova versione, espressamente destinata alle scuole elementari (…)”.

Insegnante di storia e di letteratura, era nato a Modena nel 1821 dove aveva, per tempo, seguito attivamente tutte le fasi di avvicendamento risorgimentali inerenti il suo territorio, divenendovi anche “intendente generale” nel 1859, deputato, per il collegio “Ferrara I Guastalla” dal 1865 al 1869, mentre la nomina a senatore arriverà nel 1876.

Qualche giorno dopo il suo arrivo a Brescia, in qualità di prefetto subentrante al suo predecessore Giuseppe Natoli-Gongora, barone di Scaliti (1815 – 1867), aveva diramato a tutto il territorio bresciano un diffuso comunicato in cui, fra l’altro, specificava che “(…) a me corre un obbligo speciale, quello, cioè, di studiare le condizioni particolari di questa provincia, in tutti i rami del pubblico servizio, e le necessità delle singole amministrazioni, al fine di promuovere provvedimenti che valgano dove a perfezionarne, dove a migliorarne, dove, eziandio, a correggerne l’andamento a seconda dei casi; essendo, in questo, specialmente riposto l’arduo e gravissimo compito imposto dalla legge al funzionario di governo (…)”.

Un primo provvedimento, come le note suddette, risalente al 20 luglio 1862, appare dall’edizione del giornale “La Sentinella Bresciana”, diffusa il 25 luglio seguente, mediante la pubblicazione di una serie di indicazioni ispirate all’aver rilevato che “Per consuetudini derivate, la più parte, da vecchi abusi, e perché non tutti i Cittadini hanno sempre un’esatta idea delle attribuzioni, prerogative, e facoltà dell’Autorità Governativa Provinciale, affluiscono a questa Prefettura suppliche, istanze d’ogni maniera per ottenere impieghi, sussidi, e perfino grazie di pene inflitte dai Tribunali”.

A firma del “Segretario Capo Quaglia”, l’elencazione di sei articoli esplicativi andavano a fare chiarezza circa le prescrizioni procedurali mediante le quali potersi rivolgere agli uffici della Prefettura, dando informazione a proposito delle effettive modalità di interazione con le questioni delle quali tale istituzione poteva farsi carico.

Una manciata di giorni dopo ed un’analoga indicazione trovava simile spazio sul medesimo organo di informazione, alla data del 19 luglio 1862, per incentivare la partecipazione ad un avviso di concorso concernente il reclutamento di “personale insegnante, dirigente e inserviente dell’Istituto tecnico da attivarsi nel nuovo anno scolastico 1862-63” di cui la prefettura ne emanava il decreto di indizione da parte del ministero d’Agricoltura Industria e Commercio, nel modo che vedeva implicata anche l’allora “deputazione Provinciale” della quale il prefetto, all’epoca, ne era anche il presidente.

Nel tratto di storia a poco più di un anno dalla proclamazione del Regno d’Italia, con la città di Torino a capitale, l’annessione del Veneto e del Mantovano, da ancora concretizzarsi nel quadriennio a venire, quale ulteriore tappa vittoriosa dell’epopea risorgimentale, la prefettura di Brescia era rappresentata dal comm. “Luigi Zini modenese, appartiene alla schiera di quegli Italiani i quali posero in cima di ogni loro pensiero ed affetto la patria. Anima civilmente virtuosa e virtuosamente e gagliardamente operosa, egli nulla pensò, nulla disse, nulla fece che non riuscisse utile all’incivilimento ed all’immeglimento del nostro Paese (…)”, come su di lui si esprimeva Vincenzo De Castro, nella sua opera, intitolata “Cenni biografici di S.E. il signor commendatore Luigi Zini Prefetto della Provincia di Como”, edita, a Borgomanero, nel 1873.

Anno nel quale questo prefetto terminava il suo incarico in tale città, affacciata sull’omonimo lago, avendo retto le sorti della locale prefettura, per circa un triennio, dal 1870.

In occasione di un suo discorso di apertura della “Sessione Ordinaria del Consiglio Provinciale per l’anno 1872” della medesima città lariana, aveva, fra l’altro, dichiarato di tenere in “(…) fermissimo articolo di fede politica, o come dicevano li nostri padri, di ragione di Stato, che, in Reggimento sodato a civile libertà, il migliore Governatore sia colui che può e sa governare meno!.

Governare poco, ma studiare molto!. A questa massima, attenendosi il Magistrato governativo, quanto glielo consentono intelletto e volontà, ed anco per la prima parte gli ordini e le condizioni odierne e le abitudini e la tradizione, come gli vien fatto di avvertire alcuna pubblica necessità, procura di studiarla nelle sue cause e negli effetti, e di consultare e di avvisare, se e per quanto, se ne potessero promuovere li rimedi (…)”.

Ancora da tale accennata biografia, risalente al periodo conclusivo del suo servizio autorevolmente espletato nel comasco, alla di lui pregressa esperienza prefettizia bresciana è, invece, associato l’appunto che “(…) Fermo di carattere, temperato nelle risoluzioni, egli seppe governarsi sennatamente negli ammutinamenti tentati colà, dopo i casi di Aspromonte, e sullo scorcio del 1864, quando una colonna di volontari, raccoltasi in Val Trompia, minacciò armata d’irrompere nel Tirolo. Geloso delle pubbliche libertà, delle franchigie dè corpi morali, e delle prerogative dello Stato, lo Zini seppe sempre conciliare i doveri dell’uffizio governativo cò sentimenti di largo liberalismo da lui propugnati (…)”.

A traccia di questo suo riconosciuto carisma ad orientamento pure istituzionale, pare ergersi quanto, insieme ad altri aspetti, risulta pubblicato da “La Sentinella Bresciana” il 23 agosto 1862, a margine di una lieta manifestazione pubblica, promossa dall’Ateneo di Brescia , in occasione di una partecipata cerimonia premiale, nel corso della quale questo prefetto aveva avuto il ruolo palmare che lui stesso precisava nelle parole del suo intervento, poi riportato dalla stampa, in osservanza di tale perdurante istituzione culturale, come prestigiosa “Accademia di Scienze Lettere ed Arti” che è, storicamente, la più antica del territorio.

Il cavaliere, commendatore e gran ufficiale dell’Ordine Mauriziano, nella persona del prefetto Luigi Zini, aveva precisato “Poiché un gentile pensiero mosse i chiarissimi moderatori di questo insigne Istituto ad onorare nella mia persona, per ragione d’ufficio, la rappresentanza del Regio Governo, commettendomi il gradito incarico della distribuzione dei premi che nella prima Esposizione Italiana furono a cittadini bresciani aggiudicati, permettete, o signori, che anzi della squisita cortesia molto ringrazi l’onorevole Presidenza, e lasciate poi che io mi feliciti con tutti voi, accorsi a questa festa cittadina dove si propizia, al culto dell’umanità, della virtù, della scienza e delle arti, che io mi feliciti, dissi, nel considerare come anco in questo campo la vostra città, la vostra provincia, non vengano seconde alle città, alle province sorelle (…)”.

Tra queste province aveva posto quella di Siena, dove, appena prima di Brescia, era stato prefetto (1861 – 1862) e quelle che si sarebbero aggiunte in seguito, unitamente all’aver ricoperto anche l’incarico di segretario generale presso il Ministero dell’Interno (1865), lungo il suo percorso di servizio a favore dello Stato, come, la titolarità della prefettura di Padova (1866 – 1868) e di Como (1870 – 1873) ed anche di quella di Palermo (1876), nell’ormai consolidato clima politico nazionale, con Roma, divenuta capitale.

Una via lo ricorda a Modena, dove era stato, fra l’altro, da fervente patriota per la causa dell’unità italiana, “deputato e questore all’Assemblea Nazionale delle provincie modenesi” e dove concluderà i suoi giorni nel 1894.

In questa città emiliana, Luigi Zini scriverà una lettera al sindaco di Brescia, il 31 agosto 1882, che appare a garbato saluto verso la città dei suoi degni trascorsi: “Ricevo ora, rinviatomi da Roma, dove da oltre un anno non tengo più né ufficio né dimora, lo splendido volume intitolato “Brixia” di che veramente non so per quale titolo mi vegga onorato e fornito, se non fosse per una lontana e cortese reminiscenza dell’ufficio per me tenuto in codesta nobile città, molti anni addietro.

Ad ogni modo, mi reco subito a dovere di profferire a codesto onorando Magistrato del Comune ed in particolar a Lei, onorevole Signor Sindaco, i miei vivissimi ringraziamenti e li sentimenti di una profonda osservanza”.

In questo storico volume monumentale, contenente una serie di saggi ad approfondimento di vari aspetti della realtà bresciana, c’è anche un capitolo, a firma dello scrittore e patriota iseano Gabriele Rosa (1812 – 1897), relativo al palazzo del Broletto, sede anche della prefettura di Brescia.

In questa sua trattazione, a proposito di tale antico immobile da sempre al centro delle dinamiche cittadine, è pure precisato che “(…) La prima menzione storica del Broletto di Brescia rimonta al 1146, quando una cronachetta accenna che al Brolo, presso il duomo di San Pietro, s’iniziò il mercato (coeptum est mercatum broli). Lasciando argomentare che là, nello spazio fra la cattedrale settentrionale ed estiva, nella quale si teneva custodito il carroccio, ed il battisterio che era verso l’attuale caffè del Duomo, allora, si apposero tettoie al Brolo pel mercato del grano (…)”.