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Sono nata e cresciuta in una piccola isola che guarda il mare Adriatico.

Davanti a me c’è sempre stato il mare. Se l’avessi attraversato, una cinquantina di miglia dopo, avrei toccato terra in Istria.

Sulla mia isola, ieri come oggi, i nomi delle strade e delle piccole piazze, raccontano la storia e i luoghi d’oltremare che un tempo furono della Serenissima.

Strade e piazze hanno nomi di isole, città, villaggi di  Istria e Dalmazia. Luoghi dove ancora oggi la storia di Venezia risplende, densa di simboli e significato.

Nella mia isola, così come in tutta Venezia, all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, cominciarono ad arrivare famiglie che vivevano dall’altra parte del mare.

Spesso arrivavano con una valigia e poco altro. Arrivavano tenendosi per mano e con il cuore incatenato a ciò che avevano dovuto abbandonare. In una notte qualche volta. Per salvarsi la vita.

Il papà di un mio amico era di Pola. Il mio vicino di casa di Fiume. La nonna di una mia compagna di scuola aveva lasciato Zara.

A noi ragazzine ricordava spesso di aver perso la sua migliore amica. Che non era scomparsa nelle foibe. L’avevano fatta salire su una barca assieme a suo fratello. Poi avevano legato ad entrambi una pietra al collo e una volta al largo li avevano scaricati. Nel mare di Zara.

Per decenni ho vissuto accanto a un dramma di cui non si poteva parlare. Di cui poco si sapeva.

L’Istria è stata per mezzo secolo un grande buco nero nella coscienza italiana: una terra dimenticata, rimossa, così come è stata di fatto occultata la presenza dei trecentomila profughi istriani che, dopo la guerra, ha scelto l’esilio.

Fra i numerosi libri scritti per raccontare questo dramma per troppo tempo misconosciuto, c’è quello bellissimo e struggente, uscito ormai qualche anno fa, della giornalista Anna Maria Mori, che ha lasciato l’Istria, Pola, con la famiglia, quando era ancora bambina: “Nata in Istria”.

In queste pagine Mori prova a spiegare cosa significa essere istriani. E cosa significa aver lasciato quella bellezza, quella luce, quelle pietre. Assieme alla propria casa e alla propria vita. Sapendo che forse non sarebbero più tornati indietro. Per molti è stato così.

Il suo libro non è un’inchiesta oggettiva o il rendiconto di un’esperienza di vita: è piuttosto un collage di storie, persone, percorsi, riflessioni su una terra di confine (italiana, veneta, asburgica, slava), una terra di contadini e di pescatori e di marinai, di poesie, leggende, tradizioni, miti e riti, di sapori e odori mediterranei e mitteleuropei.

Per non dimenticare quel drammatico esodo. E per ritrovare quelle terre di dolorosa bellezza.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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