Da nome comune, a nome, invece, proprio di persona: è storia di più di un cognome che, di un generico appellativo, ne ha preso in prestito la natura, assimilandola in un’emblematica espressione, calzata su misura.

“Spina”, “Donna”, “Fontana”, “Carbone”, “Fiore”, “Ferro”: sono solo alcuni esempi declinati in quella forma singolare che, in altri casi, hanno, invece, un’accezione plurale, conosciuta, tanto per citarne qualcuno, nell’alone allusivo di una professione che si incontra in “Muratori” ed in “Fabbri”, mentre, in un’altra versione, appare l’evocazione ieratica di “Messali” che, anche se non riguardasse un prete, potrebbe, diversamente, conciliarsi con il cognome “Don”, posto in capo ad un nome, come se fosse il titolo sacerdotale di una mistica vocazione.

Plurale, anche nella fattispecie accrescitiva, scaturita da chissà quale ormai invalsa combinazione che, all’anagrafe, suona con una data declinazione, vuoi, magari in “Argilloni”, oppure, fra molti altri ancora, in “Polveroni”.

Se, è difficile mettere d’accordo tutti i significati del vocabolo, divenuto anche cognome di chi si chiama “Corrente”, un’analoga astrazione si percepisce in quell’aggettivo che è, invece, relativo all’ente territoriale di base più ricorrente ed, a quanto pare, pure utilizzato al di fuori di quell’istituzionalità persistente che ha lasciato divenire “Comunale” ad uso esclusivo di un’identità famigliare, testualmente ricorrente.

Forse che, tra Comune e cittadino, si sia trattato di un “Baratto” commutativo? Anch’esso cognome che è riscontrabile nella coincidenza di un identico sostantivo, sopravvivente nel vocabolario alla voce corrispondente, più che nella maggior pratica commerciale incombente.

Modi, ovviamente, differenti di appellarsi alla radice della propria ramificazione famigliare, secondo il naturale “Bisogno”, pure questo, tale e quale ad un cognome, di stare nella società, con quel metodo che, una avvalorata tradizione reca all’avvicendarsi di ogni sistematica generazione, anche per chi afferma di essere “Aletto” e, lo dichiara, presentandosi, non nel significato di trovarsi nel giaciglio dove si usa dormire.

In altro ambito, la geografia offre largamente in prestito un’ampia varietà di proprie denominazioni che, ad esempio, da “Matera” spaziano fino alla “Spagna”, mentre anche il mondo animale pare non abbia a lesinare una certa specchiata quantità di condivisioni, relativamente a chiamare “Elefante”, non un pachiderma, ma un essere raziocinante, di tutt’altra mole impattante.

Per non dire di “Gatti”, di “Pesci”, di “Ragni”, di “Uccelli”, di “Cavalli” e perfino di “Pulcini”, rapsodia zoologica che, in un figurato accostamento nominale, stabilito con un diverso genere di esseri viventi, trova, comunque, il proprio nesso per misteriosi legami apparenti.

Un aspetto pure presente, fra altri ancora, nel chiamarsi “Topo”, caso desumibile in deroga ad ulteriori esempi di connotati anagrafici più frequenti, in un abbinamento lessicale non meno “Distratto”, anche quest’ultimo significativo di un aggettivo divenuto cognome, a differenza del primo, uguale però al termine pari al roditore, che hanno storie proprie, nell’individuare persone, a loro volta, individuabili con il cognome identico all’aggettivo “Magnifico” ed a “Tondo”, quando altrove, tale combinazione è toccata ad un testualmente rintracciabile “Leccadito” e, ad un non meno curioso, “Amorino”.

“Chiavetta” suona diminutivo, “Culetto” vezzeggiativo e, se, “Arcadipane” e “Buonopane” profilano, invece, chiare assonanze con il noto alimento sottinteso alla cura cerealicola ispirata ad un atto germinativo, i cognomi, provenienti, invece, da un Paese lontano, formano, a volte, altrettante curiosità, quando sono, in un certo senso, considerati dal punto di vista dell’idioma italiano.

Da “Benzina” a “Kastrati”, da “Dirai” a “Ago”, da “Fuga” fino al caratteristico “Dervishi” che non può non rendere, ad i seguaci di una corrente mistica islamica, l’implicito ingenerarsi di un’assonante citazione, del tutto assente nell’ermetico “Warnakulasuriya”, quasi possibile scioglilingua, anche per la più gutturale cadenza gergale che, in un dialetto strettamente locale, ha, fino ad oggi, convissuto con altre parlate del Belpaese.