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A farle da corona augurale, un gergo locale, pubblicato su un giornale andato ben oltre la sua originaria diffusione territoriale.

Tale stampa finiva puntualmente anche a Vienna, alla corte imperiale, dove pare fosse cura il conservarne, insieme ad altre manifestazioni del panorama editoriale, ogni esemplare.

L’indirizzo, nel caso di quel contributo di lettura, volutamente pensato e scritto in una parlata dialettale, era, però, rivolto altrove, riguardando colei che, proprio il giorno d’uscita di questo giornale, diveniva sposa del futuro re d’Italia, attirando quella comprensibile notorietà che era compromessa con l’intera vita nazionale.

L’edizione del 24 ottobre 1896 del quotidiano istriano “Il Giovane Pensiero – Giornale politico per gli interessi delle Province Italiane dell’Austria” salutava il matrimonio dell’allora principe ereditario Vittorio Emanuele di Savoia con Elena del Montenegro attraverso un testuale “E viva gli sposi!” quando, con tale consueta ispirazione d’augurio nuziale, il testo andava a mutuare la lingua ufficiale che, per questa testata giornalistica, solitamente si andava ad utilizzare, con quella della città di Pola dove si ascrivevano le sue fitte pagine, definite in una data contestualizzazione socio-culturale.

In questo modo, il giornale di tale località di mare che in spedizione si tracciava significativamente nell’indicazione postale di “(D’obbligo) Biblioteca di Corte”, omaggiava, mediante la spontaneità di una comunicativa verace, la futura regina d’Italia con lo scrivere pure che “(…) Un istrian de l’Istria nol ga riguardi de sorte e quand’el che scrive, ei scrive. Né ghe xe argomenti che tegna, el matrimonio el xe bel solo se lo fa l’amor. E, la bela montenegrina e el so bel sposo, tutto el me fa creder che i gha ciapàt una cota, che la metà bastava. La Principessa Elena, la me par (la go vista in tante fotografie) che Dio me perdona, bela proprio come la più bela Madona, e lu, el sposo, el ga el gran merito de essersela trovada, fora da un buso, dove nessun mai ve saria immaginà… che Dio gavesse seminà i so fiori più splendidi (…)”.

Dalla celebrazione del matrimonio, all’ascesa effettiva sul trono, un’altra successiva esternazione cadenzava nei ritmi, avvolti attorno ad una pubblica approvazione, quella donna che, il 12 agosto 1900, all’alba del regno di Vittorio Emanuele III, il periodico settimanale parigino di lingua italiana dal nome “Il Risveglio Italiano – Organo della Colonia e degli Espositori Italiani di Parigi” aveva considerato fra i volti noti del momento, attribuendole un “carattere franco e sincero” con una sensibilità anche artistica, sottolineando, fra l’altro, il fatto che “(…) disegna squisitamente a penna e all’acquerello. I suoi lavori a penna sono così perfetti da dare l’illusione di incisioni in rame e all’acquaforte. Ama soprattutto le belle arti che formano l’oggetto preferito delle sue osservazioni (…)”.

Gli anni, decorsi dalle compiute nozze, avevano, quindi, confermato, nel tempo, gli accenti del lieto sposalizio reale, per il quale, ancora dal giornale di Pola, sopra accennato, nella sua caratterizzazione gergale, un tale, non meglio svelato, “Istrian de l’Istria” aveva sottoscritto il proprio favorevole e personale trasporto, pittorescamente espresso nello scrivere ancora che “(…) Mi vado in visibilio a pensarme come che quele do benedete creature le deve sentirse contente….A pensar ale ociade che i se deve scambiar…; a le parolete che i se baratarà…; a pensar a tuto quel paradiso che, a la bena de Dio, se ciama la luna de miel…”.

In luna di miele, i futuri sovrani, erano stati all’isola di Montecristo, inaugurando un contatto preferenziale verso questo sito tirrenico, in modo che, ad esempio, se ne parlava, nel merito, anche in prima pagina de “L’Eco dell’Adriatico”, quotidiano di Pola, del 24-25 gennaio 1907 quando la coppia reale pare fosse alle prese con una propria vacanza sul mare: “(…) Da fonte competente vien dichiarata infondata la voce recata da qualche giornale che i sovrani sarebbero partiti per il Montenegro, anziché per l’isola Montecristo. La “Vita” rileva che lo yacht “Jela” non sarebbe adatto per un viaggio lungo come quello da Porto Santo Stefano ad Antivari e aggiunge che se i sovrani avessero voluto recarsi nel Montenegro non avrebbero avuta alcuna ragione per farlo di nascosto (…)”.

Era, quella, notizia di giorni, nei quali, ad altri, spettava un differente destino, innanzi ad uno stesso orizzonte marino, fatalmente e curiosamente ascritto al documentare, fra le patrie località, vissute come italiane, quella pertinenza insulare che, incontrandola oggi, pare abbia sempre, invece, avuto una lingua slava a farle da appellativo naturale, ma, all’epoca, era, al contrario, altrettanto normale presentarla con altro idioma nazionale, stando alla vicenda di chi è stato osservato, nel modo singolare in cui aveva espiato il passaggio ultimo del proprio periplo esistenziale: “Morto di mal di mare. Lussinpiccolo 23, Il signor Kolenn, viaggiatore della ditta Friedmann e Comp”, morì di mal mare a bordo del proscafo Tehti”.

Per chi se ne stava sulla terraferma ce ne era, invece, abbastanza per costruire un aneddoto con al centro la regina Elena, se è vero, come appare vero da una cronaca pur minima, ma significativa di quelle contrade adriatiche che, nel giro di qualche anno a seguire, dal quel giorno di uscita in stampa dell’appena menzionato giornale istriano, sarebbero divenute ufficialmente tra le terre statuali italiane, per esservi poi ancora estromesse nello spazio circa di soli tre decenni dopo: “(…) Sistemi polizieschi. Giorno addietro, passavano per una delle vie principali della città alquanti montenegrini. Un signore che li vide disse ad alta voce ad un suo amico che gli stava poco discosto: “Ecco dei miei parenti!”. Pochi minuti dopo gli si fece incontro un ben noto agente di polizia il quale sembra stesse annusando, in quel momento ed in quelle vicinanze, qualche buona preda che lo aiutasse ad acquistarsi qualcuno dei soliti meriti speciali, onde rimarranno eternamente celebri i vecchi ed i nuovi poliziotti austriaci. E perché ha detto che quegli slavi sono suoi parenti? Dica, perché? Oh, bella sono “regnicolo”. La sovrana del mio Paese è montenegrina, anch’essa, quindi io, buon monarchico istriano, sono, per conseguenza, loro parente. Ah, così!. E l’agente se ne andò borbottando, mugugnando chissà quali cose. Ma domandiamo, in che c’entrava, nella faccenda il disinvolto (agente in borghese) travestito? Che importava a lui di sapere il perché dell’affermata parentela di quel signore, con i falchi della celebre montagna slava? C’è del pericolo e del sovversivismo anche in ciò? (…)”.