Venezia, 30 aprile 2020 – Non sono cittadina veneziana ma un pezzo del mio cuore batte lì da sempre. Il primo viaggio di quando ero bambina, con la passeggiata lungo la Strada Nuova e una piccola gondola di plastica e un cagnolino di vetro soffiato che mi osservano ancora dalla mensola del mio armadio.

Meta di gite scolastiche e di fughe adolescenziali in dolce compagnia, di serate romantiche e di escursioni domenicali, di convegni e di feste, questa città riesce a far vibrare il visitatore sensibile a ogni incontro: e se si viaggia in treno, bisogna chiudere il libro o il giornale, e farsi percorrere dalla pelle d’oca già quando abbiamo alle spalle Mestre e Marghera, per entrare in laguna e assaporare quella bellezza già a distanza, mentre la stazione si avvicina.

canal grande
Immobile Canal Gra

Di certo, una cosa del genere non me la sarei mai aspettata.

Non mi era mai capitato di sentire l’eco dei miei passi in piazza San Marco, alle due del pomeriggio, in una giornata di sole nel cuore della primavera.

E neppure di vedere il Canal Grande completamente deserto, le gondole e le barche attraccate a dondolare sull’acqua, solcato soltanto da pochi traghetti semivuoti: gli unici passeggeri che salgono e scendono, i carrellini e i borsoni della spesa carichi, sono i  veneziani.

Piazza San Marco
Piazza San Marco

È tutto diverso già dall’atmosfera che si respira in treno: sono l’unica sul vagone, nella
mattina di un giorno feriale.

Scesa in stazione Santa Lucia, impiego qualche istante per realizzare di essere arrivata. Il vuoto, nessuna voce, solo qualche piccione che si aggira indisturbato alla ricerca di briciole.

Ma la vera sorpresa è affacciarmi fuori: davanti a me, il Canal Grande è completamente immobile, silenzioso, limpido. Salgo al volo sul traghetto, la linea 1 passa proprio in quel momento, che fortuna.

Trovo da sedere nei posti più ambiti da ogni turista armato di macchina fotografica. Lì davanti, da sola, mascherina e occhiali da sole, provo l’estasi che può provare, per quel che ricordo, un bambino di fronte a un magnifico regalo. Nessuna voce e nessun turista, solo decine e decine di gabbiani.

La pasticceria Nobile in Strada Nova

A salire e scendere, stavolta, non sono i giapponesi e gli americani, le scolaresche e gli studenti. Sono i veneziani che vanno a fare la spesa o a sbrigare qualche commissione.
Mi godo tutta la bellezza che c’è nel percorso del traghetto che arriva al Lido.

Anche qui le persone sono davvero poche: tanti umani a spasso col loro cane, qualcuno si ferma a parlare coi vicini, anche loro in coda davanti al panificio e al supermercato.

La spiaggia è deserta, si vedono alcuni runner, affaticati dal primo caldo e dalla corsa con la mascherina in faccia.

Rialto, il ponte dei ponti

Tornando, in traghetto, mi ritrovo ancora seduta in prima fila, lo spettacolo del
rientro a Venezia tutto per me. Sono l’unica che scatta foto, rara visitatrice di queste
giornate immobili, e ascolto la preoccupazione e il disagio nei pochi scambi di parole che
arrivano al mio orecchio.

Tornando, di nuovo al capolinea della linea 1, resto a bocca aperta alla vista del ponte di Rialto: sollevo la testa e lo fotografo, il ponte dei ponti.

Non c’è una sola testa che si affaccia a guardare. Sembra un quadro, una cartolina, un
disegno.

E di nuovo, a partire da Piazzale Roma, ma questa volta a piedi, in direzione San Marco,
per sentire cosa si sente e cosa si prova camminando per la città. La Strada Nova vuota,
le bancarelle della frutta secca e dei souvenir chiuse, la saracinesche abbassate.

Mi rendo conto di quanto possano essere essenziali, durante una giornata in giro per una
città, piccole cose che diamo sempre per scontate. Banalmente, la possibilità di fare una piccola sosta, bere un caffè, lavarsi le mani, appoggiare un attimo la borsa o lo zaino
carico di libri e computer.

In attesa della ripresa

L’ho potuta fare, questa sosta, in qualche modo, al bar pasticceria Nobile, un’istituzione in città. Un ragazzo si avvicina e mi chiede cosa desidero: Un caffè liscio, con lo zucchero, chiedo.

Ci sono tante persone qui davanti, tutte a distanza di sicurezza, tutte con la mascherina e i guanti. E mentre dentro il caffè è in arrivo mi racconta la difficoltà che stanno vivendo: “Qualcuno qui ci accusa di diffondere il virus perché la gente si ferma e beve il caffè o lo spritz”.

Attenzione: bevande tutte da asporto, consegnate in bicchieri di carta con la preghiera di consumarle lontano dal bar. Nel perfetto rispetto delle regole insomma.

“Ci accusano anche di contribuire a rendere la strada più sporca. Raccomandiamo a tutti di non buttare i bicchieri per terra. Anche se bisogna camminare parecchio per trovare un cestino”.

Insomma la paura è diventata panico, e il ‘dagli all’untore’ di manzoniana memoria rivive oggi nelle accuse di alcuni contro i pochi che cercano di ridare un briciolo di vitalità a luoghi un tempo ricolmi di turisti e oggi addirittura inquietanti per il silenzio assordante.

Io sono al settimo cielo, lo ammetto, e non ho mai amato tanto un caffè come questo.

Campo San Bortolomio

Ben diverso e imbarazzante il discorso toilette. Non è romantico, lo so, ma i bagni servono a qualsiasi essere umano.

Obbligatoria, dunque, una sosta nella toilette a pagamento della stazione, perché poi per
tutta la città non ci sono altre opportunità: i servizi pubblici sono chiusi all’Accademia, a Rialto, a San Marco.

Arrivo davanti alla basilica di San Marco e mi guardo intorno: c’è una troupe televisiva, sono seduti a riprendere fiato, e c’è un fotografo, solitario come me.

Procedo verso la Biblioteca marciana e mi ritrovo davanti la laguna, con l’isola di San Giorgio in tutto il suo splendore di fronte a me.

E poi una piccola sorpresa: i casi della vita, o l’universo, o il fato, chiamiamolo come ci
pare. Mentre mi riposo seduta su una delle passerelle utilizzate per l’acqua alta, in Riva
dei Sette martiri, mi sento chiamare: è un’amica dell’università, che rientra a Padova,
scesa dalla linea 1 perché si fa prima a piedi che con tutte le fermate del traghetto.

E così la gioia di riconoscerci e rivederci dopo anni, pur camuffate in modo da risultare irriconoscibili perfino a noi stesse, tra occhiali da sole, mascherine e cappellino, si somma alla felicità di essere entrambe, per caso, a Venezia, e avere la fortuna di vivere questo momento che non tornerà più.

E allora via, per i giardini della Biennale, passando per la serra, camminando per calli deserte con i panni stesi ad asciugare al sole e al vento, tra quei disegni di arcobaleni che accomunano un po’ tutta l’Italia e ci ricordano che ‘andrà tutto bene’, o almeno così si spera, e vigili a controllare il movimento dei pochi passanti.

Nel sestiere Castello, mentre sono attirata da una scritta nera su sfondo giallo di una
vetrina, la porta si apre ed esce il proprietario. Si mette in posa e gli occhi sorridono, dietro la mascherina.

Dal 4 maggio si inizia il take away. Che sarìa el porta via!

Torniamo insieme per un’altra foto in piazza San Marco. Questo luogo attira come una calamita, e si resta davvero senza parole di fronte al silenzio profondo che fa sembrare gli spazi ancora più grandi.

Ponti e calli sembrano dilatarsi a dismisura, si può camminare senza che qualcuno ci urti, e sopra di noi cinguettano gli uccelli, le rondini volano vicino all’acqua pacifica e pulita dei canali.

E si vedono i gatti, scomparsi da tanti anni a Venezia. Sono gattoni domestici, affacciati alla porta, accoccolati sul davanzale, che si godono indisturbati l’aria primaverile.

Maddalena prosegue per Padova, io mi siedo per un breve riposo all’ombra degli alberi vicino ai giardini Papadopoli. Ma ho sete di guardare ancora, e riparto: Accademia, Zattere, e avanti ancora, senza sentire stanchezza.

E prima di fare ritorno in stazione, dopo esattamente dieci ore di cammino per la città, arrivano le prime gocce di pioggia. Che mi permettono di vedere la Venezia che amo maggiormente: quella, meravigliosa, che si staglia sotto un cielo plumbeo sfoggiando i suoi colori più belli.

In stazione mi siedo su una panchina, aspettando di sapere da quale binario partirò. Mi
giro per guardarmi alle spalle, ma c’è solo un gabbiano sulla banchina, che mi fissa senza fretta.

Arriva qualcuno, è un poliziotto con due militari, e mi sento addirittura sollevata:
Sono qui per lavoro, per fare un fotoreportage di Venezia durante il lockdown, spiego. Gli
agenti sono gentili, si scusano quasi: Le chiediamo i documenti perché c’è solo lei.

Non è mai stata così, la Serenissima, da quando esiste. Perché nei giorni del precedente martirio, l’alluvione di novembre dello scorso anno, le voci, seppur disperate e arrabbiate, c’erano, eccome.

E qualche turista attrezzato con stivaloni e macchina fotografica immortalava una città sommersa, e si chiedeva a che punto saremmo arrivati, con un pianeta in sofferenza che lancia il suo allarme inondando il simbolo stesso della nostra civiltà.

Adesso calli e campielli, canali e palazzi sono deserti, e sulle vetrate dei negozi si
legge: Chiuso per cessata attività, Riapriremo ma non sappiamo quando, Per consegnare
pacchi e posta contattarci al cellulare.

Che ne sarà, adesso, di Venezia e degli umani?
Può risollevarsi e ripartire senza cicatrici una città che vive di turismo e di bellezza, se
quella bellezza non è più accessibile?

Eppure è talmente magica, sospesa, surreale, da lasciare senza fiato. Tutta in mano aiveneziani, Venezia, nei giorni della pandemia del 2020, un evento che passerà alla storia
per aver segnato un prima e un dopo nelle vite e nel cuore di tutti noi.

E i veneziani non sono soltanto i cittadini che ci sono nati, ci vivono, ci lavorano. Sono anche i gabbiani, i gatti, i piccioni, le anatre, i pesci. Abitanti, quelli umani e quelli non umani, normalmente nascosti e camuffati nella folla esagitata e incontenibile che assedia la città più bella del mondo ogni santo giorno, ogni ora, ogni minuto.

Mi fa paura pensare che il ritorno alla normalità significhi la ripresa di un turismo
inconsapevole, sguaiato, distratto. E intanto mi cullo in una sensazione mai provata prima.

Ho visto Venezia nel suo più alto splendore, nel suo più profondo silenzio. Serenissima meravigliosa e surreale. Tocco con mano, alla fine di questa giornata, la follia del nostro tempo: la città che senza noi umani risplende nella sua bellezza divina, ma anche la città che soffre, senza il turismo e senza le attività lavorative.

Mi chiedo se mai ci potrà essere un compromesso. Se saremo mai capaci di salvare un simile gioiello senza sciuparlo.

Aspetto di rivederti presto, Venezia. Non sarà la stessa cosa, e in mezzo alla folla, tra code ai traghetti, venditori di gadget, cartocci e panini buttati per terra, foto di gruppo,
schiamazzi e bagagli trascinati da turisti stravolti, ripenserò a queste ore.