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Con i suoi oltre cinque metri di circonferenza, pare sia il maggiore degli alberi monumentali della città.

Lungo la via San Zeno di Brescia, nel grande giardino dell’Istituto “Palazzolo” delle “Suore delle Poverelle”, con annessa la “Casa Accoglienza San Giuseppe”, gestita dalla “Cooperativa Con-Tatto Servizi”, questo colosso svetta, nei suoi ventuno metri e mezzo di altezza, troneggiando vicino alla prospiciente e trafficata arteria cittadina, al civico 150, in una mole che risulta pure visibile anche dalla strada, attraverso una generosa rete metallica che filtra liberi sguardi furtivi, ai quali resta il poter o meno riuscire ad individuare il fusto preminente, nell’ampia area di tutto un mimetizzato e non indifferente dispiegamento virente.

Tale mastodontico sempreverde è parte di un censimento dedicato ai più considerevoli alberi presenti nel capoluogo bresciano, come aggiornamento di una stima locale, rispetto ai giganti arborei, realizzata dal Comune di Brescia, esorbitando dalla gestione del mero verde pubblico, nel comunque ascriversi al tema ambientale, per l’incidenza di pertinenze nel merito, anche di proprietà privata che sono proprie delle essenze rimarchevoli di attenzione, per via di comprovati elementi di pregio.

In questo caso, la cura dell’istituzione comunale si è ispirata ad un monitoraggio e ad una mappatura delle più imponenti piante del posto, per produrre una proposta, atta a suffragare la monumentalità di tali risorse viventi, presso la Regione Lombardia, ente al quale spetta anche la registrazione degli aggiornamenti relativi alle stesse individuazioni, per quanto se ne possa appurare certe subentrate variazioni, in ordine a dati precedenti.

In relazione a queste, sono stati stralciati dall’elenco, già, a suo tempo, confermato, alcuni alberi per “motivi di senescenza, fitosanitari e di sicurezza”, da cui, il poter, per i loro proprietari, aderire alla “Guida per gli aspetti tecnici del censimento egli alberi monumentali del CFS dell’art. 7 della legge 14 gennaio 2013”, per la parte relativa al pronunciamento sul fatto che gli “alberi che si trovano in condizioni di irreversibile compromissione dal punto di vista sanitario e statico non debbano essere considerati”.

Compatibilmente con quanto, appunto, non costituisce fattori ostativi sul loro attuale riconoscimento nell’assise dei grandi alberi dei quali, prendendone atto, prendersi ancora cura, ne restano, nel tessuto urbano di Brescia, poco più di una ventina.

Quattordici schede di tracciatura, fra le vie e le piazze della città, afferenti la collocazione, a volte abbinata, di uno o più, alberi d’ingente stazza, all’apparenza confusi con il contestuale panorama cittadino, in cui, ad esempio, innanzi alla nota “Pinacoteca Tosio Martinengo” ce ne è uno, anzi due, entrambi “Cedri dell’Atlante” che, con l’agrume omonimo, non ci azzeccano nulla, ma, al pari dell’altro albero di via San Zeno, sono aghifoglie, anch’essi conifere che, come quello del Libano, non si riconducono, nella loro origine, ai noti Paesi nordici, cari alla tradizione natalizia dove si erige a festa un albero simile, ma ad altra zona calda, essendo ritenuta, comunemente, tale, fino a prova contraria, l’Africa settentrionale, che comprende pure la catena montuosa dell’Atlante.

Anche la controversa piazza del pure complesso personaggio, ivi monumentalizzato, di Arnaldo ha di che offrire in proposito. Qui, si fa un ulteriore passo ancora, nell’evocazione di altre terre più o meno abitate, nel mondo, essendo che si approda, nientepopodimeno che fra i monti più alti della Terra, con un bel “Cedro dell’Himalaya” di diciassette metri di altezza e quasi cinque metri di giro vita.

Anche i parchi pubblici, pare possano dare, in seno ad un proprio fecondo rigoglio, risultati tangibili, rilevabili nel senso di alberi che hanno modo di svilupparsi, oltre, le più ricorrenti e diffuse misure, contenute di piantumazioni quasi omologate a proporzioni fra loro coincidenti, dal momento che, sia nel “parco Gallo”, di via Cefalonia, che nel “parco Ducos” di viale Piave, ci sono alti fusti da poter segnalare, rispettivamente in tre “olmi campestri” di circa una quindicina di metri, ciascuno, di altezza, nel primo caso, ed in un altisonante “cipresso delle paludi”, forse meglio popolarmente conosciuto, come “tassodio”, nel secondo sito verde accennato, forte di uno slancio verso l’alto, stimato fra i ventotto ed i trentuno metri.

Quattro “bagolari” o “spaccasassi”, alias “romiglie”, resistono in via del Santellone, sfiorando i tredici metri di altezza, rappresentando quell’essenza locale che, nelle campagne del territorio, non vi è, tradizionalmente, estranea, insieme ad altre piante, come il famoso gelso, assurto, un tempo, ad importanza anche industriale per i filati, noto pure per la pittoresca demarcazione di confini fra appezzamenti coltivi attigui, qui inteso in un esemplare di una decina di metri di altezza e con un diametro di poco meno di quattro metri del suo tronco, emblematicamente rugoso, che è situato nei pressi della “Cascina Calina”, analogamente ad un altro, più piccolo, afferente, invece, la “Cascina Carretto di Sotto” dell’omonima via.

A far sussurrare antiche voci di chiome del territorio, perduto come presumibilmente intuibile in un assetto remoto, anche la “farnia” della “Cascina Maggia”, con i suoi diciotto metri e mezzo di silvana caducifoglia, mentre, appare pur bello il poter appurare, anche all’interno degli spazi circostanti una scuola, il percepito ed effettivo presidio di quella duplice presenza, propria di silenti essenze arboree, cresciute insieme a generazioni di studenti, che attengono ai “Pioppi gatterini”, pressoché, fra loro, di simile statura, rasente i venti metri, nei pressi della “Scuola Secondaria Divisione Tridentina” di via Bagatta.

Fra altre piante ancora, a sfiorare il brulicare cittadino degli intensi traffici che si profilano loro innanzi, nella diramazione urbana dei più disparati ambiti, anche una essenza, testualmente detta, “Noce del Caucaso”, rappresentata da ben cinque esemplari, posti sulla prima linea di quel diuturno transitare che, a differenza loro, sfila del tutto sradicato ed evanescente, in prossimità della rotonda di “Viale Duca degli Abruzzi” che vi si staglia a riferimento incombente.