Già il nome, breve e asciutto, condensato in quel Meano che lo si vuol derivare da un antico appellativo romano, rivela un certo qual non so che di fascino arcano.

Tutto ciò è ulteriormente accresciuto dalla concomitante complicità della estesa campagna circostante che pare esplicarsi anche a scenografia utile per una data contestualizzazione dove gli spazi sconfinati, fra il ripetersi di lontane e vicine interazioni agresti, hanno un ruolo determinante.

Il castello, almeno nato come tale, sebbene evolutosi a dimora signorile in una non sempre facile economia rurale, concorre a definire, con i grandi campi attigui coltivati, l’eco di una possibile rievocazione dei tempi andati, quando la natura, comunque, imperava anche attraverso, oltre che dappresso, i centri abitati, e da tempo, generalmente, rotto l’incantesimo di questa sinergia, non ne resta che la nostalgia.

Non la nostalgia di tempi grami, ma il ricondursi alla misura proporzionata alla dimensione del porsi in aderenza a ciò in cui tutti possono scorgervi parte delle proprie radici che sono, nel respirarvi una coesistenza umana, riconducibili al ritmo delle stagioni, lungo quel periodare naturale che risulta nella varietà corale delle colture messe a dimora, perché se ne generi, con la resa agricola, anche la disciplina sapienziale della cura appropriata alla crescita progressiva della vita in pieno campo che è imperativo saper aspettare e rispettare.

Cosa c’entra, il castello di Meano, in questo panteismo esistenziale, è in quel nesso della storia che, nella architettura qui da secoli tipicamente innalzata, sa testimoniare, in altra forma, grazie ad una propria portata, esprimendo questa alleanza con il Creato, a cui partecipare un simile metodo a misura delle cose, in uno sbocco a gemmazione culturale.

Per nulla esangue, il quattrocentesco maniero della nobile stirpe bresciana degli Avogadro, impone diuturnamente la calda tonalità fascinosa delle proprie mura, nate dai tanti mattoni cotti nella fornace, come uniforme profilazione a vestito di un assetto che rimanda alla terra generosa la materia stessa della propria vivida soluzione.

Immerso, a quanto sembra, rispetto al suo passato, più in questioni di maneggi e di passaggi famigliari, che in vicende calzanti con cronache impelagate nel folclore di eventi o di leggende particolari, questo castello ha il volto coerente con quello della propria attuale proprietà, nel senso che, come appare, così lo si vede utilizzare, nel limite del possibile, come storica sede suggestivamente evocativa del Quattrocento andato, ad uso calmierato di eventi culturali, organizzati ad utilità sociale, anche per via di quell’illuminato sentore locale che ha preso corpo in questo piccolo centro, tuttora rurale, alla faccia di quelle maggiori località che, con più mezzi e disponibilità, sembra che, invece, non riescano a fare.

“Parva sed apta mihi”, pare potersi dire all’ombra di questo castello, comunque, piuttosto defilato ed ancor meno menzionato, fra il percorso possibile delle consapevolezze accreditate all’andar a ricordare il che cosa, nella Bassa Bresciana, vi sia, al contrario, da ricordare.

Basta capitarci innanzi, transitando, lungo la strada maestra dell’abitato, nell’incrocio viario smussato a perpendicolare, che, da tempo, si è saputo disciplinare in quel senso alternato vigente che, allora, dopo un semplice impatto di passaggio, del castello resta l’apparizione sufficiente per un significativo ambito rivelatore di quanto sul posto abbia a poter avere una attrattiva confacente ad un innesto non indifferente, per l’esemplificazione di un manufatto tangibile nella sua stilistica da sempre incombente.

Una schiera di alte caducifoglie che ancora resiste alla invece diffusa tendenza di segarne, con estrema facilità, i tronchi, annientandone l’essenza, si pone a cornice frontale dell’edificio, a sua volta, contraddistinto da un ponte levatoio e da ciò che resta di un convinto fossato separatore.

Se ci fosse bisogno di altri particolari, per coglierne l’efficace tipicità di una consistenza a pieno titolo percepibile nel retaggio della sua epoca d’originaria ascendenza, si notino le cornici tutto intorno alle aperture ad arco delle vetuste finestre e si scorrano con lo sguardo i cordoli intorno al profilo del castello stesso ed altre leziosità decorative catapultate in mezzo a quanto ora l’orizzonte di questo pezzo di Bassa Bresciana esercita in campi irrigui, ma che, all’epoca del suo strutturarsi, era davvero territorio da poter immaginare nella contesa con una preponderante forza naturale alla quale strappare la conquista del suo intensivo sfruttamento agrario poi raggiunto.

Non è certo per ripetere, tra queste righe, il tema già accennato dell’agricoltura che è qui, in larga misura, di casa, ma è piuttosto per significare, ancora stando in argomento del castello, che tale maniero ha anche un poco del cascinale, limitatamente al fatto che la sua parte a mezzogiorno rivela un’ala d’architettura contadina che concorre a definirne il perimetro, ma che, ovviamente, sembra che nulla abbia a che vedere, appunto, con il nucleo storico del castello vero e proprio.

Analogamente, il corpo del maniero è, a sua volta, diviso nella sua sezione interna che, quasi fosse l’altra fetta di un composito tramezzino, coesiste con la struttura più antica esterna, sfoggiando il comunque riuscito prodotto globale, a seconda che lo si osservi dal cortile o da fuori in strada, di un equilibrio generale, rilevabile, nel suo retro, a fusione con lo stile di un palazzo gentilizio, con tanto di arcate e di portico signorile, nel proprio unitario prospetto integrale.

Quel che si può notare, nella comune versione sperimentabile a castello, è esposto sulla pubblica via, a tramontana della sua stessa sede, ed, invece, più occultato, per la profondità che in lunghezza si allontana, entro lo sguardo, da tale esposizione viaria, è il suo lato a sera, rappresentando, quanto basta per un insieme di particolari, fra quali, alcuni più immediati, altri più defilati, del suo insieme dove una interessante testimonianza storica sembra possa sempre riuscire a trovare casa, per la propria anima strutturata in un perdurante amplesso di forme di architetture originarie, ma anche a lettura di quanti, idealmente, vi riescano a scorgere la via per un’edificante immersione culturale, entro la comprensibile suggestione di un effettivo manufatto antico, capace di essere spiraglio funzionale ad un immaginario prosieguo a ritroso nel tempo, posto a scavalco con la fascinazione di un possibile contributo onirico, per la riaffermazione di ciò che, di un castello “incantato”, si è perso, attraverso il suo plurigenerazionale insistere secolare, gravitante nel suo attuale e fugace contesto.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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