“Non rimane che il triste ricordo di sì tremenda sventura”: frase emblematicamente ancora attuale anche se letta a distanza di oltre un secolo da quando la si leggeva pubblicata sull’edizione di lunedì 17 maggio 1886 del quotidiano “La Provincia di Brescia” a proposito di un avvenimento di cui tuttora si può trarre la medesima considerazione, a sommaria conclusione.

L’allusione è al ciclone di Lonato, pure individuato come tornado, come meteora, ed anche come espressione modulata nello scibile variabile di quei termini adusi a tale ineluttabile manifestazione, verificatasi nel trasmigrare fatale di quel giorno che si erarivelato lontano da un consueto e prevedibile andare.

Quella pure definita “casa del diavolo”, a mezzogiorno meno un quarto di venerdì 14 maggio 1886 si era materializzata, in un’incontenibile e sovrana forza sovrumana, in località Esenta di Lonato, per infuriare su tutto un percorso di dieci chilometri superatoin soli cinque minuti, prima di andare ad estinguersi nelle acque del lago di Garda, in prossimità del golfo di Padenghe.

Acque dolci, in questo caso quelle benacensi, anche per la pacificazione ultima di questo notevole fenomeno della natura di cui la descrizione visiva da parte di alcuni testimoni assumeva itermini di quelli usati nell’articolo de “La sentinella bresciana” di giovedì 20 maggio 1886, riguardo la cronaca ricostruita alle terga rinculate dall’esplosione di viva impressione esercitata da una comprensibile reazione esagitata: “Quanti furono spettatori del turbine sono concordi nell’affermare d’aver veduto un ammasso di nubi, di color grigiastro, in forma di colonna, attraversare il territorio, con moto quasi circolare o rotatorio, con una grandissima velocità: e di avere ancoraudito un rumore, simile a quello, che si sarebbe prodotto dal passaggio di uno o più convogli di ferrovia”.

La corsa convulsa si era cadenzata nel percorso attraverso le rispettive zone principalmente devastate nel territorio: Esenta, Molocco, Monte Mario, Pre, la linea ferroviaria, la “porta orientale”del paese, la chiesa della “Madonnina a cui si contentò di rompere le vetrate”, il cimitero, il colle Rova, la cascina Ambrosina, il mulino di Maguzzano ed infine la località gardesana di Padenghe.

Cinque le vittime di una casa rurale crollata e vittime pure i morti del cimitero, situato sul tragitto effettuato dalla centrifuga massa impetuosa dei venti che, in macabra virulenza, rovesciavadal mondo perduto dei compianti estinti le spoglie mortali di ossa sepolcrali sulla scena tormentata degli esseri viventi, mentre la vita squassava in convulsioni impellenti quel panorama intero dove fino a prima si posavano fra vigneti, campi ed armenti,sguardi ben più ridenti.

Mentre le mura del cimitero crollavano e le croci nel turbinio del cielo, fattosi terra in ascesa ed in discesa, si lanciavano dal suolo nell’aerea massa dell’energia pura d’ostile natura, tragli spazi che risalivano nel vuoto in un risucchio profano di sacrilega abiura, quel raggio di territorio alle porte del lago subiva, nel concentrato di minuti condensati nei balordi venti rigonfi, gli effetti inesorabili di una misteriosa calamità naturale.

Quella calamità corsa in gigantesco impeto fra il cielo e la terra legati fra loro da un imbuto roteante dalla forma e dal moto vagante e tracciante un’aratura secante il profilo verticale erettofra case, coltivazioni, strade e piante.

Scoperchiate le tombe del cimitero “situato a nord est del paese” di Lonato, non già al suono delle trombe del giudizio universale, ma allo schianto dell’incorrere di quella celeste fendituraastrale di un’attorcigliata forza ascensionale, non restava al cronista de “La sentinella bresciana” di domenica 16 maggio 1886 che descrivere, quanto si era verificato attraverso quel fugace ed irriverente intermezzo, risultante come particolare ad un dissacrantegrezzo intercalare: “Qui la scena diventa macabra. Al primo urto del ciclone crollano rumorosamente i due fianchi del cimitero travolgendo nelle macerie più di una trentina di casse mortuarie che si spezzano sotto i frantumi delle lapidi sovrapposte e abbandonanoalla rovina i dissepolti cadaveri. E intanto turbinano in alto vertiginosamente le croci divelte dal prato del camposanto, confondendosi in una ridda infernale coi mattoni, colle tegole, colle tavole, coi sassi e coi tronchi che la procella ha sollevati edagita ad un’enorme altezza“.

Uno sguardo a posteriori, dopo l’osservazione della dinamica in itinere, era redatta invece dal prof. Pio Bettoni, direttore dell’Osservatorio Meteorologico, che da Salò scriveva il 16 maggio1886 un lungo e qualificato resoconto sull’accaduto, poi pubblicato il 20 maggio successivo tra le pagine de “La Sentinella Bresciana”: “(…)Le due muraglie di cinta che sorgono ad oriente e a occidente del cimitero, offrono una larga breccia, come se, attraverso di queste si fosse aperto il varco un esercito invasore. Teschi e scheletri scorgi alla rinfusa accatastati, in alcune parti sulprato del Campo santo; smosse e infrante molte pietre sepolcrali; mattoni e tegole disordinatamente ammonticchiati qua e là, e tutto messo orrendamente a soqquadro. Non è possibile, alla presenza di tale spettacolo, non provare un senso di raccapriccio!(…)”.

Dopo la devastazione cimiteriale, nel contestuale ambito locale, era seguita la distruzione materiale, nel suo totale strutturale della cascina Ambrosina “di proprietà del signor Bina di Desenzano, non restandone ora in piedi che pochi ruderi sconquassati e minacciati essi pure di rovina. Doveva essere una casa molto ampia, con porticato e circa una dozzina di locali tra camere, solaio e stalla: probabilmenteperò non era molto solida. Essa era da un fianco quasi addossata alla collina con cui faceva angolo in modo da costituire una barriera alla corsa sfrenata del ciclone che si aprì la strada scuotendola dalle basi e demolendola“.

La morte aveva preso la giovane domestica Elisa Esposito con ancora al dito il ditale, mentre stava cucendo, imbastendo, insieme ai suoi ventitre anni, sogni di gioventù e di bellezza in quellasua primavera che, quale coincidente stagione di un maggio incombente, aveva posto fine anche alle rurali esistenze di “Zaglio Pietro d’anni 56; Cereghini Polemi, sua moglie, 50; Zaglio Giovanni, figlio, 17; Garagna Francesco, famiglio, 12″, tutti accomunati da quello stesso tetto incerto nel prima e nel dopo del suo crollo, avvenuto di concerto con il generale colpoinferto, durante quell’attimo sofferto.

Tra il soffio dei venti che “portan via degli uomini il sospir” vi era anche chi l’aveva invece scampata per un soffio, come “La Sentinella Bresciana” di domenica 16 maggio 1886 specificava tra le righe dell’articolo dal titolo “Il ciclone di Lonato”: “Sopravvissero malconci i fratelli Giuseppe, Franco e Santo Zaglio, un bambino di quest’ultimo e la sorella Paola Zaglio. Il Santo col bambino riuscì a fuggire mentre crollava la casa, il Francesco si salvò sotto il castello (scalera) dei bachi, e gli altri due si ripararono sotto il camino della cucina“.

In quell’alveare isolato, abitato nel territorio coltivato nella campagna distesa fra le colline moreniche trapunte di viti e di gelsi, si erano distinti, fra i soccorsi, oltre ai carabinieri,coordinati dal Brigadiere Francesco Bestetti, anche i protagonisti di quanto espresso fra le colonne di stampa di lunedì 17 maggio 1886 de “La Provincia di Brescia”: “Meritano di essere segnalati al pubblico encomio le guardie campestri dei questo Comune, Bresciani Giovanni e Felina Pietro che, reduce dal solito servizio di pattuglia, non badando alla stanchezza ed alla fame, tosto obbedendo all’ordine avuto, retrocedetteroe si portarono all’Ambrosina. I reali Carabinieri con a capo il loro solerte brigadiere e le altre guardie Papa e Oliani che erano stati avvisati da questo segretario che per primo fu notiziato dell’accaduto: i medici che prestarono con sollecitudine esemplarei primi soccorsi ai feriti, e certi Zanoni Giuseppe e Benedetto, Brunelli Paolo, Berlazzi Francesco e Frera Francesco che da lontano, sentito il rumore dello sfasciamento della casa, con pale e zappe, ansanti, giunsero in tempo per salvare due della famigliaZaglio, facendoli uscire da un foro praticato nella muraglia“.

Prima che quel fenomeno atmosferico andasse a tuffarsi nelle acque del lago, addormentandosi nei segreti recessi oscuri dei suoi fondali, il turbine in divenire, con cui si contraddistinguevail mastodontico infierire, aveva permesso di far notare che “sulle piazze e nelle vie di Lonato molte persone vennero gettate violentemente a terra e parecchie rimasero contuse”.

Episodio meglio circostanziato quello ascritto al “veterinario comunale signor Cossina che sorpreso col proprio veicolo sullo stradale venne con esso trasportato dalla corrente e fu fortuna per lui poiché se si trovava innanzi qualche metro avrebbe cercato ricovero nella casa in cui trovarono la morte le suindicate persone e forse con esse sepolto“.

Il sommovimento con corsa “sud ovest” dell’impietoso soffiare, poi infilatosi impetuoso con nuova inclinazione nel quadro di una particella di geografia che si è prestata, suo malgrado, a favorirel’incidenza naturale di tale formazione fenomenologica, pare si fosse originato da “una soverchia depressione atmosferica verificatasi nella nostra regione in confronto di una forte pressione avvenuta nella regione al di là della valle del Po, tanto che la differenza di pressione tra un’estremità e l’altra della larghezza media della dettavalle sarebbe stata di circa 10 millilitri. La corrente determinata da questo squilibrio di temperatura è anche probabile siasi incontrata con quella opposta segnalata dagli osservatori di New York e da tale urto potrebbe aver avuto origine il ciclone“.

Sulla desolazione generale, a seguito del titanico volteggiare, dove, ad elementi placati, l’umana solidarietà aveva già provveduto ad avviare sul posto una colletta in aiuto ai danneggiati,si posavano occhi perplessi anche circa le coltivazioni superstiti, rinnovando l’invincibile speranza di un loro conservato vigore “purchè però la foglia dei gelsi e i tralci delle viti, che ora sembrano solo leggermente gualciti dall’alito brusco della bufera, non abbiano a intristire sempre più, per poi cadere miseramente anticipando la grave tristezza dell’autunno“.