C’era una volta la ripartizione per mandamenti. Tra essi, vi era compreso anche quello di Leno.

Siamo a fine Ottocento, quando una pubblicazione, comprensiva sia della parte bergamasca che di quella bresciana, recava l’immagine capillare di come il territorio locale fosse organizzato nella sua allora invalsa forma istituzionale, secondo una data distribuzione, particolareggiata e formale.

Oltre un secolo fa, il Regno d’Italia, incombendo pure fra queste contrade, si esplicava mediante l’intelaiatura statale di una suddivisione territoriale, mediante la quale Leno aveva sancita quella centralità, a tutta evidenza, emergente, con un certo risalto, da una investitura peculiare, che si irraggiava in un ventaglio di prossimità, sugli sbocchi confinanti attraverso un proprio diretto ambito naturale.

Al modo in cui si vedono diversamente le “cose terrene”, quando si pensa all’eternità, analogamente, questa assimilazione identitaria, entro il mosaico di aggregazioni organizzative dell’allora potere costituito, sembra oggi ridimensionarsi, in una perentoria visione contemporanea posta su un assetto, quanto meno alieno, rispetto ad uno sguardo simile, rinnovato, verso la medesima zona, nel presente.

Scherzi della storia, nella possibile constatazione di un prima, rispetto all’incombere di un dopo, che poco più di un secolo fa, consentiva di mettere nero su bianco come fosse contraddistinto il territorio bresciano e quello bergamasco, in un apposito volume illustrato del 1898, facente parte della serie “Geografia dell’Italia”, per l’Unione Tipografico – Editrice di Torino, quale “Opera compilata dal professore Gustavo Strafforello colla collaborazione di altri distinti scrittori”, procedendo con il recare un resoconto minuzioso di tutto quanto, fra le molteplici località contemplate, rientrasse nel tema, sviluppato, con l’appellativo, dal risvolto etico e celebrativo, racchiuso esplicitamente nel porre al titolo di questo compendio il significato che si trattasse de “La Patria”.

Tale lavoro non è passato inosservato, nel cammino delle generazioni susseguitesi dal periodo di stampa di questa laboriosa e monumentale iniziativa editoriale, dal momento che “l’Ateneo di Brescia e la Fondazione ASM, Ubi Banca – Popolare di Bergamo e UBI Banca-Banco di Brescia” ne hanno, nel frattempo, colto un potenziale di rilievo, per valorizzare l’incontro fra la realtà bresciana e quella bergamasca, in occasione “dell’insediamento nella dignità vescovile di Bergamo di Monsignor Francesco Beschi”, quando, oltre al fatto che dalle due province erano pure scaturiti due pontefici, nelle figure di Giovanni XXIII e di Paolo VI, ci si ispirava all’avvenuto avvicendarsi, alla guida della diocesi orobica, di un sacerdote, già vescovo ausiliare, originario di quella confinante, nel 2009.

Da quella diocesi bresciana, dove anche Leno ha, da sempre, avuto la propria parte, nel merito di una caratterizzazione evocata nella praticata ristampa di questo volume, a specchio dei torchi usati, per realizzarla, alla fine Ottocento, dando fissità di contenuti ad un’immagine introiettata in uno spettro locale, perché la medesima analisi concorresse, insieme a tante altre, ad offrire sostanza ad una stima di proiezione nazionale.

Leno, in tale vasta orditura di luoghi, risultava capofila di località presenti in una estesa diramazione circostante, rispetto al proprio asse portante, connettendosi ad una prerogativa rurale preponderante, secondo un autentico vincolo originario, mantenutosi, nel tempo, in una tradizionale analogia basilare, come componente importante.

La differenza, fra altri rimarchevoli aspetti, è che, nell’affrontarne le caratteristiche, si ponesse, in un accostamento di centri abitati, la cifra complessiva dei 23197 abitanti del suo mandamento, come testualmente risulta, in queste pagine, rappresentato il comprensorio entro il quale percepire l’impronta dei confini, ufficialmente stabiliti di sua pertinenza, al modo in cui tale censimento risultava espresso dal territorio.

Una decina, i Comuni che si rifacevano a Leno, in vetta a tale mandamento, nel quale, per l’ubicazione del loro strutturarsi, entro un certo raggio di distanza dalla località che si poneva a loro riferimento, si riconoscono tuttora in Cigole, Fiesse, Gambara, Gottolengo, Manerbio, Milzanello, Pavone del Mella, Porzano e Pralboino, menzionati in quest’ordine stesso di esposizione dove trovavano, nel libro, la loro rispettiva trattazione.

Il Comune, con un maggior numero di abitanti, era, in quell’anno di stampa, Manerbio, con i suoi riferiti 4866 abitanti: poche centinaia in più di quelli di Leno, a sua volta, accompagnato in pagina con un dato stimato, per lo stesso parametro saliente, in 4324 unità, comunque, rientranti in un collegio elettoriale, anch’esso nominalmente riferito nella nomenclatura attribuita alla medesima località lenese, preposta in una simile assegnazione ad effetto, derivante da una scelta contraddistinguente.

Il Comune che risultava con meno abitanti era quello che è oggi una delle frazioni di Leno, ovvero Milzanello di cui, alla voce che, in questa pubblicazione, lo riguardava, si legge: “Milzanello (427 abitanti). Il territorio di questo piccolo Comune si stende sulla sponda sinistra del Mella, alquanto a sud di Leno. Milzanello è Comune affatto rurale ed il capoluogo (60 m.) n’è un villaggio di modesta apparenza e di poca importanza, costituito in gran parte da edifizi rurali. Il territorio abbastanza fertile e ben coltivato, produce cereali, viti, gelsi e foraggi in bellissime praterie artificiali ed a marcita. Vi si alleva molto bestiame ed importante evvi pure la produzione dei bozzoli. L’industria è rappresentata da una segheria per legnami, animata da forza motrice idraulica”.

Ad una pubblicata ricognizione di allora, mentre stava per profilarsi il Novecento, “(…) il mandamento di Leno si stende in regione affatto piana e bassa e talvolta anche acquitrinosa. Quivi permangono ancora le tracce delle antiche paludi e degli stagni, da cui questa era disseminata. Attualmente questo territorio è bagnato dal Mella, che lo divide da quello contiguo di Verolanuova e da numerosi canali e colatoi che furono scavati a scopo irriguo e di bonifica verso il 1500 ed anche negli ultimi tempi. Di tali canali, che nel maggior numero portano le loro acque all’Oglio e al Mella, il più importante è quello detto il Naviglio di Ghedi. (…)”.

Leno, insieme ai suoi paesi, risultava immortalato in una articolata sintesi di informazioni, anche aperta ad una serie di cenni storici che, se per Gottolengo, ad esempio, si prodigava di esplicitarne che tale località “tragga, se non le origini, che potrebbero essere anteriori, il suo nome, almeno, da una colonia di Goti, rimasta dopo l’esodo forzato di quel popolo dall’Italia, in seguito alla conquista bizantina ed anche dopo l’avvento dei Longobardi”, del Comune, titolare, invece, di questo mandamento, il suo interessante passato non poteva non andare anche al fatto che la sua denominazione derivasse invece “da un rozzo avanzo di leonessa (leena) in marmo bianco, del periodo romano, esistente da tempo immemorabile nel luogo. Nel medioevo, Leno fu celebre per il suo castello, ma ancora più per l’abbazia dei benedettini, fondatavi verso la metà del secolo VIII da Desiderio, duca di Brescia, prima di diventare ultimo re dei Longobardi. (…)”.