“Il prefetto con gli stivali”, Lino Cappellini, alla guida della prefettura di Brescia dal 1958 al 1962. A definirlo in questo modo è stato il sacerdote Luigi Bresciani, titolare della parrocchia di Levrange, nel raccogliere le proprie memorie circa la calamità naturale verificatasi in questa località della Valsabbia alla fine del 1959.

Frane ed una serie inesorabile di smottamenti avevano compromesso la vita del piccolo centro valligiano e, tra crolli fatali di case e residui d’insediamenti ormai pericolanti, si era dovuta accettare l’idea di abbandonare quanto restava dell’antico abitato, per ricrearlo, in seguito, in una zona del circondario ritenuta più sicura, andando ad affrontare un periodo drammatico certamente popolato, fra l’altro, dai diversi sfollati e dalle speranze di una sollecita e di una adeguata ricostruzione.

Fra le prime autorità ad accorrere sul posto, come, nel merito, riconosciuto dal parroco della piccola comunità, riferendo, a proposito, nel suo accennato memoriale, anche l’allora prefetto bresciano, Lino Cappellini, per altro, destinato a ricoprire analogo incarico istituzionale a Trieste, dal 1966 al 1971, in una curiosa coincidenza, riscontrabile poi, fra le molteplici sedi prefettizie di altrettanti capoluoghi d’Italia, a motivo di ciò che riguarderà, nel tempo a venire, anche un altro prefetto, nella persona di Valerio Valenti, dal febbraio 2019 in carica nella metropoli triestina, dopo aver, analogamente, retto la prefettura di Brescia dal 2015 al 2017.

Tra le poco meno di centosettanta pagine del libro “Pioveva – Storia vissuta degli ultimi giorni di Levrange”, realizzato dalla “Tipografia Squassina di Brescia” nel dicembre del 1984, a segno dell’illustre inquilino del Broletto è pure esplicitata la diretta menzione significativa di “Un prefetto in gamba”, scelto come titolo elogiativo, parimenti all’altra sopra riportata definizione, per un capitolo esplicativo di un resoconto sui fatti, occorsi durante quei difficili frangenti, dove una serie di particolari legati alle tumultuose giornate della ferita località di Levrange andavano a contestualizzarsi anche nell’incoraggiante e puntuale sollecitudine di coloro che avevano esercitato tutte le loro possibili prerogative derivanti dal proprio mandato istituzionale e da una verosimile sensibilità spesa in una partecipazione anche personale, per cercare di alleviare le sofferenze ed i disagi della popolazione locale e per contribuire a dare risposte concrete, procedendo nei primi passi verso una ristabilita affermazione di tale località, tipica dei centri sparsi tra i remoti rilievi bresciani, ridefinita in una nuova fase della propria storica estrinsecazione.

A questo proposito, scriveva, fra l’altro, il parroco del luogo in questione, don Luigi Bresciani, tra i contenuti espressi a favore di quella eloquente rappresentatività che, a sua volta, offre un interessante ed ulteriore spessore, distinguendosi in un intreccio plurale di riferimento, ad ulteriore sostanza della sua pubblicazione: “Ho conosciuto alcuni Prefetti. Tutti brave persone. Il prefetto dott. Lino Cappellini incomincio a stimarlo per la viva intelligenza e prontezza d’intuito. Bisogna aggiungervi una dote che non sempre ho trovato in altre persone poste in autorità: quella di un gran cuore. Un cuore che istintivamente gioisce con chi gioisce e soffre con chi soffre. Qui a Levrange si sta soffrendo tanto e con molta dignità. Lui, il dott. Cappellini, è tornato di buon mattino tra noi, lasciando il suo tavolo pieno di scartoffie importanti per condividere ed alleviare la sofferenza e il disagio della povera gente. Lui rifiuta le adulazioni e si china attento a chi chiede senza pretese. Quassù, la gente implora aiuto con gli occhi e con sommesse parole. Cappellini e la gente si sono subito capiti. Danilo Tamagnini, da testimone oculare, così descrive: “E’ difficile esprimere la riconoscenza di questa gente per il dott. Cappellini. Essa è grande quanto viva è stata la sensibilità che ha ispirato i suoi discorsi. Vecchi e giovani non cessano mai di ripeterne l’elogio. Lo hanno visto chinarsi con paterna attenzione sui bambini, ascoltare la voce umile ed accorata dei vecchi, tendere persino la mano amichevole in aiuto di chi era oppresso dal peso delle masserizie. Lui ha portato aiuti e parlato il linguaggio della fraternità, inserendo nel discorso persino frasi dialettali”.

In questo modo, alla spontaneità di un riconoscimento di merito, partecipava, nell’interessante resa di informazioni di questo volume, anche il compianto giornalista del quotidiano “Giornale di Brescia”, firma apprezzata per lunghi anni tra le pagine di quest’organo di informazione, ma anche autore di libri che, ancor oggi, associano al panorama bresciano quella nota figura di professionista che, nell’esserne mentore, risulta racchiusa nel nome di Danilo Tamagnini, quasi una garanzia di stile, in un tributatogli carisma di acuto osservatore e di brillante narratore.

Altre personalità emergono da questo libro che, in una rara e sua indiscutibile specificità, emergente in un dato scibile, relega spazio di prim’ordine tangibile ad un prefetto, considerato nell’istituzionale opera meritoria che appartiene alla sua stessa missione, come, ad esempio, in questi altri esponenti del territorio, il volume cita pure la figura di un parlamentare bresciano dell’epoca, nella persona del deputato di Travagliato, a cui l’autore abbina il ruolo propizio di aver favorito il processo di riedificazione del paese, come si legge, appurando che “(…) Dalla casa canonica scende di corsa l’Italina. << Fa presto – dice – c’è in linea Roma. Un deputato vuole parlare con te.>> Sono le nove e venti di martedì 22 dicembre. (1959). L’on. Fausto Zugno dice “Reverendo, le do una buona notizia: il Ministro Togni ha firmato lo stanziamento di cento milioni per costruire Levrange>>. Tiro un lungo respiro. Finalmente!. (…)”.

Tempi, a quanto pare, nei quali non erano banditi gli “interessamenti”, considerando come questi “casi umani”, avessero la dignità, anche ovvia, di una comprensibile dimensione personale da riconoscere nell’opportunità di un congruo e lecito aiuto e, comunque, da ingiungere effettivo, da non, al contrario, soffocare nell’arido profluvio di retorica perbenista onde la quale la macchina delle procedure, quando sola al comando, sembra davvero non avere né testa né cuore.

Tanto più a Levrange, dove, se ancora servisse il ribadirlo, era capitato quanto l’Enciclopedia Bresciana va ancora documentando, specificando, insieme ad altri particolari, che: “(…) La vita, sostanzialmente tranquilla e laboriosa di Levrange, venne radicalmente sconvolta nel 1959 da un gravissimo disastro. Nel dicembre 1959 in seguito a piogge, smottamenti e frane gran parte dell’abitato venne distrutto. Le prime crepe nelle case si manifestarono la domenica 6 dicembre, il 9 dicembre ebbe luogo il primo crollo cui ne seguirono altri in continuità, imponendo lo sfollamento quasi generale del paese, fatte eccezione delle due estremità appoggiate a sicura roccia. Il 10 dicembre erano già diciannove le famiglie sfollate per un complesso di 69 persone che poi andarono aumentando. Molte trovarono rifugio nell’ex caserma di Vestone. Nell’opera di assistenza si prodigarono il parroco don Luigi Bresciani, il sindaco avv. Giacomo Bonomi e molti generosi. Assidua l’opera del prefetto di Brescia, Lino Cappellini, del vescovo mons. Tredici, della Pontificia Opera di Assistenza. (…)”.