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Duca, marchese e conte: referenze nobiliari del vescovo bresciano. Erano giorni nei quali la stampa ribadiva la loro piena validità che, dalla tradizione locale, le assimilava, nell’allora Regno d’Italia, al riconoscimento di una conclamata prerogativa ufficiale, come pubblicava il quotidiano “La Provincia di Brescia”, il 13 luglio 1923: “Titoli araldici riconosciuti al Vescovo di Brescia. Con recente decreto governativo, sono stati riconosciuti e quindi inscritti nell’albo araldico, gli antichi titoli onde era rivestito il Vescovo di Brescia: quelli cioè di Duca di Valle Camonica, Marchese della Riviera Occidentale del Benaco e Conte di Bagnolo”.

Tali appannaggi onorifici attenevano alla realtà ecclesiastica di quel periodo dove erano state pure formalizzate alcune riflessioni maturate, a vari livelli, lungo il cammino della Chiesa che, fra altre ancora, si concentravano sulla già nota figura di padre Pio (1887-1968), destinata ad assurgere agli onori degli altari; prima, con la beatificazione del 1999 e, poi, con la canonizzazione del 2002, entrambe concesse da Giovanni Paolo II.

Anche a Brescia, gli anni in salita della fama del santo da Pietralcina avevano lasciato uno strascico di cronaca, tra le pagine dei giornali locali, riguardo certe riserve che si stavano frapponendo, in quelle stesse giornate, ad una piena considerazione di favore verso il medesimo frate, già, comunque, destinatario di quella forte devozione che a Dio concorreva ad elevare un crescente seguito popolare.

“La Sentinella di Brescia” del 6 luglio 1923” documentava l’intervento apportatore di una preclusione formale circa quella serafica figura presa in esame, nel merito di una critica sintesi valutativa che, dell’opera svolta da questo religioso, pare che, in sede di autorità ecclesiastica, si fosse ritenuto di dover fare: “Presunti miracoli d’un frate sconfessati dal Sant’Uffizio – Roma, 5 luglio. Una decisione del Sant’Uffizio ha dichiarato che i fatti miracolosi che vengono attribuiti a Padre Pio da Pietralcina dei minori cappuccini del Convento di San Giovanni Rotondo della Diocesi di Foggia, non sono tali, ed ha esortato i fedeli a conformarsi nel loro modo di agire a tale decisione”.

Il decreto della “Congregazione per la dottrina della fede” era stato approvato nel maggio precedente, ricevendo, però, una qualche notorietà successiva, grazie alla pubblicazione fattane sul giornale l’Osservatore Romano ad inizio luglio, nella fattispecie del giudizio profilatosi sommariamente, mediante il gravare di un’analisi specifica incombente.

Dal libro “Florilegio dall’Epistolario – a cura di Melchiorre da Pobladura”, si legge, fra altre intime considerazioni scritte dal religioso cappuccino, quanto in lui, avrebbe potuto forse manifestarsi a commento di ciò che gli veniva imputato in quei giorni: (226)”Le tempeste descrittevi nelle altre mie vanno sempre più infuriando e sembrami che, ad ogni istante, venga travolto. Il solo sostegno che mi rimane in mezzo a tanto ruggire di tempesta è la sola autorità, cruda e nuda, senza conforto e senza refezione di spirito. Un poco di conforto lo ricevo per il riflesso soltanto nell’amministrare l’abbondante raccolto nella casa del Signore. Del resto, sento la forza di rinunciare a tutto, purché le anime tornino a Gesù ed amino Gesù”.

In relazione ai patimenti affrontati, fra i quali si erano aggiunte anche le esplicite riserve del Vaticano, possono dettagliarsi alcune pagine degli scritti autobiografici del medesimo volume, presentato con la specificazione di “Pensieri, esperienze, suggerimenti” di San Padre Pio.

Ne emerge la lettura di altre sue spontanee constatazioni interiori, circa le difficoltà di quei momenti, destinati a concorrere ad una significativa traccia biografica, colta a posteriori: (435)”Padre mio, quando finirà questa fiera carneficina? Sembrami strappata ogni bellezza di grazia dall’anima; e privo di quest’ornamento sì necessario, colla sola capacità propria, si rasenta il livello del bruto”.

Scorrendo, ancora, l’accennato articolo, apparso sul quotidiano bresciano, altri particolari attestavano, riferendola pure all’ambito di una diffusione locale, l’invalsa descrizione di una serie di assodati aspetti carismatici e taumaturgici, già attribuiti a San Padre Pio, nel modo in cui erano riferiti come tali: “Dei fatti di San Giovanni Rotondo si occupò qualche anno fa anche la stampa quotidiana. Si tratta di un frate cappuccino al quale venivano attribuiti una quantità di carismi soprannaturali, lettura di coscienze, dominio della volontà ed anche stimmate nelle mani.
Accorrevano a visitarlo ed a consultarlo da tutte le parti e tutti tornavano magnificando le sue virtù e la saggezza dei suoi consigli. Padre Pio passava quasi tutta la giornata a confessare soltanto uomini e numerosi erano quelli che restavano a San Giovanni Rotondo anche vari giorni per consultarlo a lungo e ripetutamente. La vita di questo religioso era semplicissima e per nulla diversa da quella degli altri suoi confratelli, eccetto che nell’assorbimento delle sue ore di ufficio della confessione. Quelli che lo avvicinavano restavano, anzi, colpiti da questa semplicità e disinvoltura di vita come uno dei lati più notevoli del suo carattere. Quanto alle stimmate, egli portava sempre e costantemente le mani coperte di mezzi guanti”.

Per le omonime edizioni, promosse dalConvento di Santa Maria delle Grazie di San Giovanni Rotondo”, la menzionata raccolta di alcuni scritti scelti del frate pare faccia combaciare, questa diffusa interrelazione descritta con i fedeli, nella radicalità di una sua autentica propensione a non risparmiarsi, per dare corpo al mandato spirituale della propria vocazione: (207)”Non so negarmi a nessuno. E come il potrei, se il Signore stesso lo vuole e nulla mi nega di ciò che gli chiedo?”.

Intanto, oltre alle sofferenze ed alle inquietudini altrui, la somma di questa umanità dolente, unita alle proprie angustie, sperimentate anche a fronte delle indagini inquisitorie sulla sua persona, parevano avere fatto suscitare al santo il mettere nero su bianco un riflesso d’ammaestramento, rivolto ad un profondo orizzonte di senso, aperto ad una convinta perseveranza, senza che si cedesse allo smarrimento: (31)“L’apostolo san Giacomo esorta le anime a gioire quando si veggono bersagliate da varie procelle e numerose contraddizioni: – Voi, fratelli miei, dovete stimare vero gaudio le diverse prove alle quali vi troverete esposti (Giac. 1,2) -. La ragione si è perché, nella lotta, vi è la corona, e più l’anima combatte, più si moltiplicano le palme. E sapendo che, ad ogni vittoria che si riporta, corrisponde un grado di gloria eterna, come, oh Padre, non gioire nel vedersi impegnati a riportarne molte durante il corso della vita?”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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