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Il viaggio inizia qui, a Leros, un’isola fino a qualche anno fa non amata. “Non andate a Leros” si diceva. “E’ l’isola dei pazzi”. Perché qui, fino poco tempo fa, esisteva un manicomio vero e proprio. Il peggiore del mondo.

Leros (2)Gli abitanti di Leros non amano parlare del manicomio. In moltissimi ci lavorarono. Erano agricoltori, pescatori, povera gente che in questa struttura si improvvisarono infermieri e guardiani.

Fu grazie alla scuola di Trieste e all’antipsichiatria di Franco Basaglia che un giorno, verso la fine degli anni Novanta l’orrore finì.

Era dal 1959 che a Leros arrivavano i disperati di tutta la Grecia. Nel dopoguerra l’allora regina Federica esiliò nell’isola gli organi dei confinati ed esiliati per ragioni politiche. Un confino per centinaia di innocenti. Poi la deportazione continuò.

Li portavano a Leros per “ragioni sociali” ha spiegato in un’appassionata intervista il direttore Jannis Lukas.

Bastava fossero diversi, emarginati, non omologati. Fra il 1968 e il 1974, sotto la dittatura dei colonnelli, arrivarono qui anche i dissidenti politici. In alcuni periodi la struttura arrivò ad accogliere anche tremila persone.

Anime senza nome e dignità che vagavano, spesso nudi, fra gli enormi e luridi stanzoni del manicomio.

Quando, nei primi anni Ottanta, arrivarono gli psichiatri della scuola basagliana, trovarono l’inferno. E, con il cuore e gli occhi gonfi di pietà e orrore, cominciarono a lavorare nel nome della “libertà”, unica a essere terapia di guarigione e rinascita.

Aiutarono i pazienti ma soprattutto svolsero un’opera di denuncia. E il manicomio di Leros arrivò alla ribalta internazionale. Sull’isola sbarcarono i giornali di tutto il mondo. Anche la Bbc ci fece un lungo reportage.

Il vaso di Pandora si era rotto. E la verità di quel luogo era visibile al mondo intero.

Alla fine degli anni Novanta il manicomio venne chiuso. Molti ex malati vennero introdotti i comunità, altri tornarono a casa, altri ancora formarono una cooperativa sociale che ancora oggi esiste.

E’ per la presenza ancora forte del manicomio – rievocata di recente dal romanzo di Simona Vinci, La prima verità – che Leros solo ultimamente è diventata una meta turistica, sebbene sia ancora poco frequentata. Ci si arriva per mare da Atene (con il fast ferry ci si mette una notte) e per aereo con l’Aegean.

E’ un bella isola rocciosa Leros. Sta fra la più famosa Patmos e Calimno, isola delle spugne, a poche miglia dalla costa turca.

Se ieri era l’isola del manicomio, oggi è una delle isole degli sbarchi. Qui, lungo la riva del porto, i profughi siriani aspettano la nave per raggiungere il Pireo dove si accamperanno in piccole tende improvvisate. In attesa di poter ripartire.

Leros (5)Ricca di baie, piccole insenature, villaggi di pescatori (come Panteli e Agi Marina), Leros ha belle spiagge e un mare incantato.

E’ legata all’Italia in modo profondo e doloroso. Nel 1912, dopo la guerra italo-turca, Leros diventò il centro della colonia italiana in Dodecanneso, ospitò la base navale italiana a Porto Lakki, portolago, e tornò alla Grecia solo nel 1947. Per questa ragione non cercate qui le tipiche case bianche e azzurre greche. Qui le costruzioni sono un bell’esempio di razionalismo architettonico tipico del ventennio fascista.

Bisogna conoscerla per iniziare ad amarla Leros. Bisogna girarla e fermarsi sulla riva del mare per respirare il vento. E allora ci si sentirà veramente in Grecia. Il fantasma dell’occupazione italiana svanirà assieme agli orrori della follia.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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