Nome e cognome, con tanto di citazione: quella, cioè, oggetto di una pubblicazione da qualcuno ritenuta fuorviante, per l’indotta omonimia di una implicita rappresentazione. In pratica, ci si poteva confondere fra il nome proprio e quello altrui, in quanto entrambi identici, nella loro esplicitazione, tanto da indurre, una qualche sensibilità, a fare pubblicamente presente una congrua e rivendicata distinzione.

La precisazione doveva avvenire pari mezzo, rispetto a quello che aveva implicitamente diffuso una equivoca attribuzione, in capo a qualcuno che, infastidito da tale coincidente connotazione, reputava doveroso specificare che si trattava di una beffarda omonimia, capitata in una casuale dinamica di interazione, fra fatti e tra responsabilità che lo vedevano, comunque, estraneo alla sintesi di una fatale sovrapposizione.

Ci si prendeva la briga di questo suscettibile intervento di informazione, anche quando non c’era alcun sovrabbondante agio di comodità per i buontemponi che, nel gravare incombente delle condizioni di epoche dal non diffuso benessere percepito, erano, contestualmente, in tutt’altre faccende affacendati.

Esempio di questo coesistere di libere licenze del procedere a rivendicare l’astrattezza di principi vocati ad una ideale rivendicazione, difendendo una specificità identitaria professata all’apice di una scala di valore, è, fra l’altro, incluso nel contributo di lettura del quotidiano “La Sentinella Bresciana” del 22 settembre 1892, andando, questo giornale locale, a precisare: “Omonimia. Come i lettori rivedranno nelle inserzioni, il signor Smalzi Pietro, onesto e accreditato negoziante di frutta, verdura e agrumi in Piazza Nuova, ci tiene a dichiarare a tutela della propria onorabilità di aver nulla a che fare con Smalzi Pietro Girolamo, nominato nel ruolo della cause penali quale imputato di truffe e falsi”.

Meccanismo uguale a sempre, gli ingranaggi della giustizia si prestavano ad indurre l’instaurarsi di un giudizio già sentenziato, per il solo fatto che uno fosse imputato, indagato, indiziato, dal momento che sembra che, certe leggi non scritte, ancora presumibilmente vigenti in società, percorrano altre strade, ad ogni evidenza più sbrigative, rispetto alle preposte camere di assise, come lo era anche in tempi dai ritmi lenti e solenni, come quelli tardo Ottocenteschi che, paragonati ai decenni successivi, fino ai giorni odierni, striderebbero in frizioni incompatibili con la frenesia incalzante degli attuali frangenti.

A proposito di un altro tale, quell’indicazione nominale, divulgata bellamente fra le pagine di un giornale, non andava proprio giù al suo modo di poter tollerare quanto, con questa insorta guarnizione pubblica ad effetto, il destino gli aveva, suo malgrado, riservato di sperimentare.

Tale circostanza, emergente dal quotidiano bresciano “La Provincia di Brescia” del 7 gennaio 1893, aveva ispirato un ignoto cronista a pronunciarsi nel merito dell’essere sistematicamente sollecitato a rincorrere, nel quadro della sua naturalmente più articolata professione, una ricorrente serie di smentite e precisazioni, derivate dai modi soggettivi di affrontare l’insorgere di una data interpretazione, dinnanzi a fatti che avrebbero potuto pure spiegarsi da soli, nell’evidenza stessa della loro medesima contestualizzazione.

In tale senso, all’indomani dell’Epifania, tale organo di informazione pubblicava che “Zanetti Giuseppe di Bovezzo, tiene a fare conoscere che non ha niente a che fare con Zanetti Giuseppe di Lumezzane, autore del furto del filo di ferro di cui alla cronaca dell’altro ieri. A proposito di omonimie, noi ci prestiamo compiacenti a soddisfare il desiderio di coloro che non vogliono essere confusi coi bricconi, appunto perché dei bricconi, per strana combinazione, hanno il nome ed il cognome. Ma la ci pare in noi ed in costoro una premura soverchia, perché già gli onesti che son conosciuti per tali si salvano da sé. Se, per esempio, domani si mettesse in gattabuia un tale che portasse lo stesso nome del cronista, questo umile mortale com’è, non sentirebbe il bisogno di sbattezzare, né la voglia prepotente di fare sapere, anche a chi non lo conosce, che egli non è niente affatto quell’altro che è andato a finire in prigione. E così, ci pare, potrebbero fare anche tutti gli altri, che già non ci perderanno niente. Pare?”.

Parole illuminanti che proporzionano, senza fare torto ad alcuno, la ragionevolezza di quella filosofia spiccia che, fra i lettori di tale trafiletto, era rivolta a chi la poteva cogliere, analogamente ad oggi, nella perenne scommessa fra sensibilità differenti, in quel metro di misura preso soggettivamente a riferimento per mostrarsi in società, secondo un rispettivo atteggiamento.

Tolta ogni maschera, metafora di ruoli, fra azioni autentiche e finzioni, secondo un quadro d’insieme, nella disciplina di una regia, per quanto si trattiene nella complessità di compromessi e di limiti, pure, talvolta, inconsapevolmente appiccicati addosso in ciò che comunque si conviene, pare che non ci sia stato alcun equivoco, nel relazionare in stampa chi fosse quel tale, testualmente detto, “Bresciano che si fa onore”.

Identità specifica, focalizzata in stampa il 18 gennaio 1894, da “La Provincia di Brescia”, senza alcun tacito alone di biasimo o di altra funzionale specificazione, posta, in questo caso, elogiativamente all’attenzione per quella condivisione che, tuttora, vale, insieme al chi fosse, al poter qui porre un significativo affresco d’epoca su una certa maestria d’elezione: “Leggiamo nel periodico francese Maniteur Illustrè des Espositions Internationales che nella recente Esposizione Universale del Progresso che attirò tutta Parigi al Palais de l’Industrie, il tagliatore (tailleur) Roberto Prati riportò la medaglia d’argento con ispeciali rallegramenti della Giuria per l’eleganza e la copia delle confezioni da lui esposte. Anteriormente, l’Accademia Parigina delle Invenzioni aveva già conferito al signor Prati una Medaglia d’Oro e un diploma d’onore in testimonio della superiorità dei suoi lavori. Roberto Prati che ora si fa tanto onore in Francia, è bresciano, e propriamente nativo di Calcinato. Bravo!”.