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Il labirinto originario non c’è più, ma il nome, tale e quale, rimane a ricordare l’ormai leggendario reticolo particolare, strutturato fra rettilinei messi fra loro in perpendicolare, rispetto al piano dell’allestimento ermetico di un artifizio stanziale.

A Brescia, nello stesso modo in cui è tanto bene visibile dalla prospicente strada principale, altrettanto parrebbe risultare quasi inavvicinabile, nella sua antica sede nobiliare, in relazione al disporsi di tale palazzo nel modo in cui lo si vede trincerare una vasta estensione residua rurale, nell’interporsi di spazi agricoli e nella dedicazione disciplinata dei principali punti d’accesso, strettamente compromessi all’orbita di un esclusivo utilizzo circostanziato entro una realtà non altrove uniformabile.

A tale esclusività, sembra anche rimandare l’indicazione data a questo luogo vetusto, situato nella periferia di Brescia, da parte di Luisa Pirlo, fra le pagine digitali dedicate alle “Dimore Storiche di Pregio” sottolineando, fra l’altro, che con la villa “Il Labirinto” si profila “Uno scenario raro ed esclusivo, dove è possibile ambientare un ricevimento nuziale esclusivo e indimenticabile. Di recente è stato curato il restauro dell’antico e suggestivo labirinto di siepi di carpino da cui la Villa prende il nome”.

Labirinto è anche la denominazione della via che traccia, al civico 320, l’indirizzo di questo solitario immobile d’altri tempi, troneggiante in faccia all’ingresso del noto quartiere “Villaggio Sereno” del capoluogo bresciano, rappresentando una curiosa e possibile retta di congiunzione, posta in prospettiva, fra la strada d’immissione a questa popolosa porzione cittadina risalente all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso ed il lungo viale, situato, invece, ad ingresso della medesima struttura gentilizia.

Un aspetto che pare focalizzarsi anche per via dell’ubicazione del monumento di padre Ottorino Marcolini, benemerito fautore dell’insediamento abitativo afferente questo quartiere in cui persistono le case proprie della sua vincente impronta residenziale, che sembra porre tale religioso oratoriano a contemplare quest’enorme palazzo che, a distanza, gli è fattivamente speculare, in un soverchiante affaccio dominante.

Cazzuola e compasso in mano, da parte della statua che interpreta questo benemerito esponente locale del darsi da fare dopo la Seconda Guerra mondiale, sembrano, comunque, ugualmente potersi interfacciare pure con questa struttura settecentesca, a motivo del robusto lavoro che la sottintende, anche per gli abbellimenti di laboriosi accorgimenti, facendo esorbitare il contesto urbano popolare che, nelle vicinanze, è compromesso da un riuscito progetto d’ispirazione sociale, innanzi ad un risultato ragguardevole, parimenti raggiunto, nella ricca esemplificazione di una pregressa architettura univoca, rimarchevole da un punto di vista storico e culturale.

Una vocazione, per così dire, sociale, ce l’ha anche questo palazzo privato del Secolo dei Lumi, essendo che, tale raffinato recapito attrattivo, si pone, con una riconosciuta cifra qualificata di eccellenza, fra le dimore storiche bene attrezzate a disporsi nella fruibilità di accessibili spazi ricettivi, come, ad esempio, per matrimoni o per altri eventi collettivi, da condividere in una cornice di pregio, ritenuta ammirabile per inconfutabili aspetti suoi connotativi.

Come si legge, infatti, nell’Enciclopedia Bresciana: “(…) E’ una delle più alte realizzazioni di quel geniale architetto che fu Antonio Turbini (1676 – 1756) che proprio in quegli anni (1730 – 1735) stava completando per i Suardi il palazzo di via Trieste. L’architetto si trovò di fronte due problemi: quello di costruire una villa vera e propria in mezzo ad una grande tenuta e quello di uniformarsi al rigido schema imposto dai resti di un castello forse cinquecentesco, probabilmente dei Martinengo-Villagana. (…)”.

Il risultato è quanto appare nell’insieme coreografico di “Villa Il Labirinto”, esercente un aleggiante fascino, sia da vicino che da lontano, della propria soluzione architettonica, immersa in quell’aureola virente che attiene, oltre ad un primo contorno di campi coltivi, ad un giardino e ad un fossato, ancora pieno d’acqua, attorno alla struttura turrita stessa, con tanto di tracce di un pre-esistente ponte levatoio, quale elemento evocativo di un lontano passato che si incastona, con altre analoghe tracce, in quella sintesi generale per la quale, ancora, citando l’Enciclopedia Bresciana, si può rilevare che “(…) Il fabbricato ha una pianta a U, aperta a mezzogiorno e dà una sensazione di perfetta armonia sia nel portico di cinque arcate, sia nelle tre semplici facciate con un balcone centrale e piccole aperture sotto il cornicione di gronda. Semplice è anche la facciata nord che dà sul parco con un modesto balconcino in ferro centrale e con le due torrette sugli spigoli coronati di obelischi in pietra. L’interno ha, al piano terra, una grande sala con volta affrescata con l’Olimpo (…)”.

Pure l’esterno, contempera una serie di pitture murali, esplicitando epigrafe latina con datazione 1744, per quanto possibile coglierne la sopravvivente persistenza, tutta diluita sulle pareti in una aulica ed, al tempo stesso, severa compresenza, rispetto alla cura associata ad altri aspetti dell’edificio che è tutto un volume di interazioni espressive a riguardo dell’epoca stessa nella quale lo si è voluto erigere, strutturandolo parimenti alla sua medesima attinenza con il luogo verso cui seguita a incidere con una determinante incidenza.

Il palazzo, rispetto ad altri notevoli immobili coevi, nel rivelarsi bene conservato anche nell’ottica dell’impiego esternalizzato a cui risulta dirottato, cioè, per le manifestazioni private alle quali è associato, ha, dalla sua, anche quella affascinante prospettiva che, nell’immediato affaccio diretto con la narrazione del suo stile settecentesco, posiziona, nel giardino attiguo, pure una esedra di diafane colonne, leziosa e sorprendente conformità ad una classicheggiante evocazione saliente di rappresentazioni ideali, percepibili secondo i canoni solenni di varchi aperti alle dimensioni celesti.