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Luglio 2019. Marmolada, da Malga Ciapéla a Punta Rocca, da 1450 a 3265 metri. Sono
sulla cima delle cime, e dalla terrazza che permette di abbracciare con lo sguardo tutte le
Dolomiti si ha la sensazione di essere in cielo.

L’altezza mi costringe a sbadigliare e muovere le mandibole di continuo, il respiro inizialmente è corto. Ma poi quella vista ti fa dimenticare tutto e ci ricorda quanto siamo piccoli rispetto a questi giganti maestosi.

Mi affaccio di fronte al ghiacciaio e vedo tre puntini, che si avvicinano sempre di più. Li
guardo insieme al campione paralimpico Oscar De Pellegrin, un sorriso che le scioglie le
montagne, altroché. Mi indica Moreno Pesce, altro atleta, insieme alla sua guida, Lio De
Nes, e al fotografo Francesco Capellato.

Con Moreno Pesce
Con Moreno Pesce

Stanno salendo, e tutto è pronto per la tavola rotonda Senza limiti – Dammi un punto di appoggio e ti scalerò la montagna. Moreno ha perso una gamba a 23 anni, ma poco dopo ha recuperato non solo la gamba, che oggi è artificiale, ma anche la voglia di vivere e di scalare ancora.

Lo vedo salire, e penso che io, che noi, in decine ad aspettarlo su, siamo arrivati trasportati da una funivia, e di gambe ne abbiamo due. Appena arriva ho l’onore di posare con lui per alcuni scatti, e il suo abbraccio forte, gli occhi che brillano, l’ironia disarmante mi fanno capire che in quel momento ho accanto a me un altro portento.

Penso, in quel momento, che è davvero un privilegio poter fare fatica e conoscere uomini solidi come rocce con un cuore tenero.

Il vero Everest da scalare sono le barriere mentali, come ha ricordato Mario Vascellari, presidente delle funivie. Perché, tutto sommato, dal punto di vista pratico le cose sono semplici, in questo pezzetto d’Italia. Da Malga Ciapéla alla terrazza punta ricca si arriva in modo agevole.

“La montagna, prima del mio incidente, potevo scalarla”, racconta Oscar.
“Poi la vita mi ha costretto a cambiare modalità. E adesso mi avvicino scoprendo cose
diverse. La possibilità di non avere barriere architettoniche ci permette di scoprire
comunque i profumi, i rumori, gli animali, le baite, i laghi”.

E ricorda che accessibilità significa non solo libero accesso alle persone disabili, ma anche alla terza e quarta età, ai bambini, alle famiglie con le carrozzine.

Fiori in alta quota
Fiori in alta quota

Un servizio che viene offerto alla comunità intera, insomma, e che permette alla montagna di riaffermarsi come luogo di unione e non di chiusura, spazio privilegiato di amicizia e calore umano, senza esclusione alcuna.

“Siamo persone come lo eravamo prima: con la differenza che ero alto 1.90 e adesso sono 1.40”, scherza Oscar. “Ma i pregi e i difetti di ognuno di noi non cambiano”.

Ecco allora il documento di intenti “Articolo 3343” – Dall’alto del futuro, voluto per creare una squadra unita dalla voglia di rendere il territorio accessibile e inclusivo verso ogni forma di disabilità. Una tappa importante, un traguardo ma anche punto di partenza: se le Dolomiti sono patrimonio dell’umanità, si legge, devono essere soprattutto patrimonio di TUTTA l’umanità.

Con Oscar De Pellegrin
Con Oscar De Pellegrin

Nel documento, si legge, anche in vista della prossima organizzazione delle Paralimpiadi a
Milano-Cortina nel 2026, i soggetti firmatari si impegnano a collaborare creando una rete strutturata e operativa; a cercare soluzioni progettuali per la realizzazione e proposizione di una “provincia simbolo” sul tema dell’accessibilità; a definire percorsi di inclusione fisici e culturali, a coinvolgere il mondo della scuola per diffondere i principi del presente accordo; a formarsi e a formare persone competenti sul tema del turismo accessibile; ad attivare iniziative, attività e progetti tesi a promuovere l’abbattimento delle barriere fisiche e mentali; a sostenere secondo le proprie capacità, professionalità e risorse i progetti che insieme si andranno a definire; a cercare, in ogni sede e comparto, altri soggetti da coinvolgere in questa sfida.

“La cosa più importante è la condivisone di esperienze, e l’intensità del rapporto che si crea con la propria guida”, continua Moreno Pesce.

Incredibile ragazzo. Un fisico atletico, pieno di attenzioni e di dolcezza, ma solido e razionale quando si tratta di affrontare la fatica. “Abbiamo creato una squadra e dimostrato che con i nostri tempi e le persone giuste accanto, quelle che ci danno una mano dal punto di vista tecnico ma soprattutto un supporto morale, possiamo fare tutto. Ci sentiamo disabili solo quando gli altri ce lo ricordano”.

E il lavoro della guida è proprio questo: capire fino a dove si può spingere una persona, portarla a raggiungere i suoi obiettivi in sicurezza. Senza fretta. Perché la montagna rimane lì ferma e ci aspetta.

Attilio Bressan
Attilio Bressan

“Sono stato centinaia di volte sulla Marmolada, ma ogni volta troviamo emozioni diverse. Penso a quella volta in cui una donna che temeva l’altezza è arrivata in cima, ed è scoppiata a piangere”.

Sentendolo parlare così mi emoziono e mi tremano ancora le gambe. Ripenso al giorno
prima, quando mi sono letteralmente messa nelle mani di Attilio Bressan, un uomo
speciale.

Guida alpina, decine di persone recuperate tra le rocce, migliaia di persone accompagnate su per le cime. Che privilegio aver trovato lui. Ci ha accompagnati lungo la trincea di fronte al Museo della Guerra. 3200 metri, un sentiero in salita.

Conosce quelle rocce come fossero casa sua, e un po’ lo sono. Si sta occupando lui della manutenzione di questi luoghi sacri, e mentre ci guida a scoprire l’infermeria dentro le rocce, le gallerie dove i soldati si riparavano dal freddo cucinavano, dormivano e pregavano, ci permette di calarci in quei luoghi e rivivere quelle sensazioni.

Quando il sentiero ha lasciato il posto a un tratto di ferrata, e l’unico appiglio era costituito da una corda d’acciaio, lui ha scelto per me: Ci puoi riuscire. Non mi era mai capitato prima: tra vertigini, una caviglia sgangherata, il poco allenamento, il fiato corto, mi sono trovata a un bivio: tornare indietro col rimpianto di non essere arrivata in cima, o salire cercando di controllare il cuore che martellava all’impazzata, le gambe irrigidite dalla tensione, i piedi incerti?

Salire e vedere il mondo dalla vetta, e poi scendere all’indietro, consegnando al grande e solido Attilio i miei piedi, da piazzare su piccoli spuntoni di roccia. Un’emozione così forte e intensa da togliermi il sonno, quella sera. E le sue parole che risuonano nella mia testa: Non si deve dire mai ‘ho paura’.

Nelle mani di un gigante della montagna, che la conosce e sa bene quando temerla, che non la prende sottogamba e che la rispetta, si sta sereni e si gode il meglio. Quel coraggio poi ce lo portiamo a casa, e ci ricordiamo che ogni sfida richiede impegno e resistenza, ma poi tutto passa, e resta il ricordo di essere arrivati fin lassù.

Mi sono sentita anch’io disabile, nel senso di ‘non abile’, non coraggiosa, non abbastanza esperta rispetto agli altri compagni di avventura. E l’abilità è ritornata ammettendo la paura e i limiti, fisici ma soprattutto mentali. Ho capito pienamente, grazie a questa esperienza, le parole delle guide alpine e degli altri relatori: la barriera è nelle nostre teste.

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