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“La Cina è vicina”. Tale affermazione, un tempo assurta ad avviso di possibili svolte maoiste, a pregiudizio dell’ordine costituito, con le classi sociali dominanti, negli anni durante i quali un’omonima pellicola aveva consacrato tale espressione sul grande schermo, pare convertirsi, invece, nel semplice significato della attuale prossimità di questo mega Paese asiatico, in risvolti che attengono, pure, ad un’incombente interazione culturale, divenuta sempre più consistente.

Per mezzo delle foto di Giulio Obici (1934 – 2011), allestite in mostra al “Mo.Ca” di Brescia, fino all’antivigilia di Natale che attende le note festività lungo l’avvicendarsi del 2021 con l’anno ormai imminente, la Cina si avvicina al panorama locale nel sostanziare parecchie vedute fotografiche realizzate da questo appassionato fotografo e giornalista, mediante una sua postuma mostra personale, realizzata per la cura di Renato Corsini.

In questo caso, si esercita culturalmente anche una interessante sollecitazione storica, dal momento che la trasferta cinese dell’illustre fotografo data gli anni Settanta, per la precisione 1978, nell’esclusiva di una monotrattazione, per la qual cosa si è proceduto ad intitolare la mostra con la chiara dedicazione di “Cartoline dalla Cina”.

Mostra che, nel “Mo.Ca” cittadino, si situa in parte degli ambienti del “Centro Fotografia Italiana” al civico 78 di via Moretto a Brescia, osservando gli orari di apertura compresi dalle ore 15,00 alle ore 19,00, da martedì alla domenica.

La ricognizione della realtà cinese di alcuni decenni fa appare un’appello alla condivisione oltre la patina in corsa del presente, per andare un poco più in profondità rispetto all’attimo fuggente.

Una sorta di album dei ricordi, anche per i medesimi referenti di tale mastodontica potenza economica crescente che restituisce, al piano di un versatile confronto intercorrente, le referenze di ciò che, in parte, stava alla base di tutto un cambiamento seguente.

In queste immagini ci siamo concettualmente tutti: quanti erano allora in vita, come lo possono essere ancora, e quanti sono, nel frattempo, usciti di scena, di entrambi i Paesi, la madrepatria dell’autore e quella degli ospiti fotografati, per via degli intrecci di quel qualcosa di celato oppure di svelato che cattura l’attenzione su elementi già condivisi per motivazioni ed agganci differenti.

Risaputa è la famosa muraglia cinese. Di dominio collettivo, per chi sa, è il fazzoletto rosso al collo, quale traccia evidente di un regime comunista vigente, come pure, stando propriamente alla Cina, l’utilizzo popolare, alquanto praticato della bicicletta, al punto che, tale aspetto, insieme ad altri, può evocarne caratteristicamente una peculiare attinenza.

Oggettivazioni catturate da Giulio Obici, mediante i suoi scatti fotografici, ordinati in stampa lucida, secondo una uguale misura, profilandosi a colori ed incorniciate nell’essenzialità di una confezione visiva, posta a senso compiuto di una data e mirata osservazione effettiva.

Dalla estrinsecazione espositiva, manufatto per manufatto, lungo le file omogenee di una profilazione rispettiva, fino alla disponibilità in mostra di una sintesi editoriale, in quanto assicurata dalla complessità di una pubblicazione monografica complessiva, sono alcune riflessioni critiche espresse a proposito dell’autore, come, fra gli altri, per mezzo dei contributi di Michele Sartori e di Olivia Corsini, poste fra le pagine del tomo messo a disposizione in loco per una contestuale consultazione.

Per le edizioni di “Intese Grafiche” di Montichiari, le considerazioni di Olivia Corsini giungono in lettura, in uno scritto a preludio delle sequenze fotografiche pubblicate a testimonianza della produzione a repertorio esemplificativo di Giulio Obici, andandovi a precisare, fra altri aspetti, il focalizzarsi di un avviso “(…) Sarebbe un errore non considerare anche tutti gli scatti come frammenti di un’unica grande narrazione che altro non è che la poetica del fotografo. Una poetica che funziona come minimo comune denominatore di ogni scatto e credo che sia riassumibile nel concetto di epifania, una piccola rivelazione che scosta il velo della lente quotidiana che uniforma la visione e permette di vedere ciò che ci circonda come se fosse la prima volta che lo vediamo, ed è allora che il nostro sguardo si pulisce dalle contaminazioni abitudinarie e riesce a decontestualizzare l’oggetto della visione, in una parola a svelarcelo (…)”.

L’attitudine, ad una narrazione scenografica dei luoghi visitati, consente, anche nel caso di queste immagini, a loro modo esotiche, di aver immortalato sprazzi di vita nei quali la figura umana è pressoché sempre presente, insieme al contesto e ad uno sfondo di prospettiva contingente.

Il resto, nel respiro del cielo, nella percezione della vastità di spazi, nella genuinità di impatti caratteristici, come pure, a volte, nella monumentalità di manufatti, è una composizione potenzialmente simbolica, dettagliata da richiami ad una riflessione speculativa, vuoi attraverso il ricorrente proporsi delle strade ferrate, rotaie evocative del tema del viaggio e della coniugazione di posti fra loro distanti, vuoi, fra altre fattibili individuazioni, mediante le due ruote, anch’esse, mezzo sottintendente il muoversi, in un presumibile esercizio di andata e di ritorno, nella semplicità pulita ed essenziale di un minimale sistema di spostamento, nell’equilibrio della pedalata che ne universalizza il nesso, secondo la prossimità d’uso di quanto tuttora, sia qui che là, si percepisce dattorno.

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