Si esplica di luce, un giorno primaverile, a colorare con forza, dal cielo radiante, il sole di un campo di colza che muove nel giallo, il corso diuturno di un fugace periodare.
Capita di notarla, tra i campi, come nei pressi del “Fienile Lidia”, non lontano da Brescia, tra Travagliato, Berlingo e Lograto, in una defilata, ma non inaccessibile, localizzazione dove, rispetto ad altre colture intensive, l’agricoltura ha puntato, su tale appariscente coltivazione impattante, quell’investimento annuale affidato alla terra di sempre che ha eretto, ai verdi steli della produzione puntualmente sopraggiunta, l’uniformità floreale di un giallo sfavillante, su tutta una luminosa prospettiva inebriante.

E’ quella parte di campagna che, nella pianura bresciana, sa ancora sorprendere nella sua consegna, anticamente instradata in un fertile abbraccio con la natura dei luoghi, per l’evoluzione, entro il computo delle stagioni, dei prodotti reputati utili all’economia dell’uomo che, con essi, ha, in questo caso, ridisegnato anche il profilo campestre, interessato all’avvicendarsi dei ricorrenti sbocchi di mercato, ponendosi a scavalco di remote tradizioni, lungo l’incrociarsi remunerativo di redditizie commesse.

Dentro una straripante cornice produttiva che resta prevalentemente cerealicola, la colza, pur presente, anche nella Bassa Bresciana, pare un’eccezione raminga e marginalizzata, nella stima di una maggioritaria persistenza agricola d’altro genere.

Nella dittatura del mais, vuoi da granella, vuoi da trinciato, e nella bionda variante, distinta dall’intenso verde vegetale di tale cereale, che a questo si distingue, pure coloristicamente, per le spighe dorate, proprie dell’ultimo periodo del grano e dell’orzo, allora, ormai giunti ad una invitante maturazione, la colza, come fra certi altri aspetti, anche il girasole, fanno rivendicare all’antica sapienza dei cascinali, residui e superstiti, la variegata versatilità con la quale la loro terra ha saputo, anche qui, padroneggiare il ventre fecondo di sé stessa, partorendo, fra l’altro, la buona resa di colture capaci di staccarsi dalla massa, in larga parte rappresentata, dalla tendenza agricola generalmente vigente.

Un esempio, per tutti, oltre a poter accennare alla avvenuta sperimentazione, pare rimasta tale, sia di soia che di barbabietola, è nel tabacco, furoreggiante anche negli appezzamenti coltivi bresciani, attorno alla metà del secolo scorso e poi conservatosi nelle memorie estemporanee di chi se ne ricorda le grandi foglie rivolte al cielo, esorbitante sopra la loro generosa dimora irrigua.

Forse, un tempo a venire, andrà, allo stesso modo, anche per la colza, quando, volgendo ad essa il ricordo, rimasto spalmato, su tutto quel giallo vibrante, l’eco di una genuina bellezza disarmante potrà sopperire, con un raggio di sole, a testimoniarne il caldo colore del suo districarsi corale, rivelato agli occhi di una passeggera stagione di vita, orientata ad assaporarne l’effetto suggestivo, nel comprensibile ritorno della sua plausibile grazia poetica, manifestata dal trascendere di una convinta densità coloristica e sostanziale, pure piacente al ciclo pittorico, “en plein air”, di un emblematico impressionismo da manuale.