Durante la Prima Guerra mondiale, tra quanti si erano personalmente sacrificati in un generoso sostegno, svolto a favore dell’azione benefica della “Croce Rossa”, c’era stata anche la moglie del prefetto di Brescia, morta, soccorrendo i malati ricoverati nel maggiore ospedale della città.

Emblematico ed, al tempo stesso, lapidario il comunicato di tale prestigioso sodalizio, apparso rispettivamente sui quotidiani locali “La Sentinella Bresciana” e “La Provincia di Brescia”, il 16 maggio 1917: “La Presidenza della Croce Rossa prega i propri soci d’intervenire all’ufficio funebre che verrà celebrato stamane alle ore 10 in Duomo nuovo per la compianta signora Maria Carolina Sorge, socia perpetua dell’associazione ed infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana”.

L’autorevole figura del suo consorte, il commendatore Giuseppe Sorge (1857–1937), titolare della prefettura di Brescia, in due distinte riprese, sia dal 1909 al 1912 che dal 1915 al 1917, emerge, in un implicito risalto familiare, da quelle tracce significative che hanno accompagnato la dipartita di questa solerte e qualificata volontaria della oltremodo famosa “Croce Rossa”.

Esiste una pubblicazione dell’epoca che raccoglie quelle peculiari dinamiche che sono intercorse durante tale drammatico periodo bellico, accompagnando editorialmente le manifestazioni atte ad esprimere i segni di un autentico cordoglio, legato a quanto era capitato nella prefettura di Brescia, in relazione, cioè, ad una eloquente testimonianza spesa, fino alla morte, a favore del prossimo, nel contesto di una esemplare dedizione umanitaria che, all’istituzione prefettizia, aveva certamente recato un’edificante e tangibile attribuzione di impegno, interpretato nella condivisione di un servizio prodigato ai bisognosi ed ai sofferenti, traducendosi nella strenua assistenza a loro prestata, in quello che è, a pieno titolo, un ritorno di immagine positiva, esercitabile a lavacro lustrale, sull’onda di un significativo effetto meritorio riversato sulla prefettura stessa.

In quella lontana e combattuta primavera, propria del penultimo anno della cosiddetta “Grande Guerra”, l’immagine filantropica di Maria Carolina Sorge (1862 – 1917) aveva unito l’Italia attorno al suo tangibile esplicarsi a “crocerossina”, anche nella stretta aderenza del proprio inscindibile e contestuale assetto familiare dello spartire, indirettamente, con il marito prefetto, l’importante responsabilità del mandato istituzionale da lui ricoperto che, in alcune sedi prefettizie, tanto del meridione, quanto del settentrione, l’aveva già vista effettivamente seguire l’amato consorte, sostenendone l’impegno in un partecipe ed in un solidale atteggiamento propositivo di attenzione verso gli ultimi, in situazioni sociali di necessità, alle quali provvedere con il sovvenire il più possibile.

A seguito della sua prematura scomparsa, a motivo di una, anche per lei, letale malattia infettiva, contratta nell’assidua assistenza ai degenti in ospedale, Brescia riceveva gli edificanti estremi di quanto avrebbe poi, inspiegabilmente, fatto, scivolare nell’apparenza di un ingiustificato oblio, anche nel silenzio del rivisitato deposito storiografico delle memorie relative alla Prima Guerra mondiale, pure, analizzato, a più riprese, a proposito degli eventi impattati in un ambito locale.

Indizi sopravviventi, rilevabili a definizione di questa encomiabile esemplarità, cara, fino a prova contraria, anche all’istituzione della “Croce Rossa”, sono, comunque, giacenti nella “Biblioteca Queriniana” di Brescia, nella fattispecie della breve monografia intitolata “In memoria di Carolina Sorge” per la verità, discrezionalmente correlata alla specificazione, messa fra parentesi, di “ad uso dei parenti e degl’intimi”.

Il senso di tale stampa travalica la scrupolosità discreta di tale indirizzo, in quanto che essa costituisce una interessante rappresentatività di più voci, ciascuna afferente le più disparate istituzioni del tempo, nelle quali scorgervi un frammento utile di storia, funzionale a richiamare quel quadro generale dove si è compiuta l’intera vicenda di una riuscita vocazione umana catalizzatrice, in una sorta di volano, di quelle proprie caratteristiche che sono state portate avanti in una riconosciuta misura di eccellenza.

In questo modo, certamente rivolte al marito, prefetto di Brescia, che diventerà, da lì a poco, “Direttore Generale della Pubblica Sicurezza” fino al marzo 1919, queste spontanee attestazioni coesistono insieme, collocandosi in un univoco contesto omogeneo, anche nel provenire da sedi lontane e diverse fra loro, come, ad esempio, da ben lungi rispetto alla realtà bresciana, di Maria Carolina Sorge, da nubile Crima, il giornale “Provincia di Lecce” del 20 maggio 1917, pubblicava fra l’altro, che : “(…) Tutti i nostri istituti di beneficenza erano conosciuti dall’ottima Signora e non ne trascurava mai alcuno, ma le sue maggiori cure erano per l’Istituto dei Ciechi al cui incremento Donna Carolina Sorge aveva cooperato con amore e costanza, non lasciando nulla di intentato per vederlo assurgere a quell’importanza che merita la pietosa e doverosa opera a pro’ delle più disgraziate creature di questa terra. (…)”.

Anche da Torino, la rivista mensile illustrata “La Donna”, nell’edizione del giugno successivo, dava, non a caso, risalto a tale figura, informando “Per una nobile vittima del dovere”, che “A Brescia è morta repentinamente per fatale contagio, contratto nell’ospedale, dove si prodigava umile ed indefessa, Maria Carolina Sorge Crima, moglie del Prefetto della Provincia di Brescia. Donna di rara virtù e di esemplare modestia, ispirata da sentimenti altruistici e altissimi, guidata da un senso di femminilità squisita, ella ha spesa la sua nobile esistenza in una dedizione incondizionata di ogni energia migliore a beneficio dei suoi famigliari che l’adoravano e a conforto e a sollievo dei miseri e degli sventurati che la veneravano. A Napoli, a Lecce, a Brescia, dovunque passò, Maria Carolina Sorge profuse la sua generosità e la sua bontà, sempre rifuggendo dalla notorietà e dal mettersi in evidenza. Istituzioni benefiche sorsero per iniziativa sua a soccorso d’infelici: Comitati di protezione e di assistenza in favore ai bisognosi, senza che il suo nome risaltasse, senza che la sua operosità sommessa e tacita venisse mai ad affievolirsi (…)”.

Quanto, questo investimento umano, risultasse a fattor comune, è pure dimostrato in una molteplice iniziativa presa dallo stesso Prefetto, essendosi egli fatto carico di emulare la compianta consorte, con l’altrettanto elevata sensibilità del provvedere ad una forma di solidarietà, spesa fra le possibili contingenze di un intervento, in corrispondenza con le varie accezioni belliche del momento, evocativamente speculare all’ostinata dimostrazione del darsi da fare da parte di chi aveva perso la vita, proprio nel corso di un continuo aiutare.

Dal giornale “La Provincia di Brescia” del 16 maggio 1917 è, infatti, documentato che “L’illustre signor commendatore Giuseppe Sorge, Prefetto di Brescia, ha inviato, a mezzo del proprio segretario, lire 250 per le diverse iniziative del Comitato Bresciano di preparazione, e ciò per onorare la memoria della sua diletta consorte (…)”.

L’indomani, la stessa testata giornalistica completava la notizia, precisando che il prefetto di Brescia “(…) ha fatto, oltre a quelle da noi ieri pubblicate, le seguenti elargizioni: all’Ospedale dei Bambini Umberto I, lire 250; agli Asili di Carità per l’Infanzia, lire 250; all’Opera Pia Infanzia Abbandonata, lire 250; all’Ufficio Notizie, lire 250, già dall’ufficio stesso destinato all’acquisto di un altare da campo che ricordi il nome venerato di Donna Carolina Sorge Crima; alla Croce Rossa, lire 250”.

Quest’ultimo sodalizio rientrava anch’esso nelle provvidenze riconosciute dal sollecito consorte, nel vasto raggio dei contributi da lui elargiti, andando a confermare, della sua sposa, l’ideale predilezione di una scelta solidaristica di elezione, già allora transitata nel tempo, ed ancor oggi, perdurante forma filantropica organizzata nella sua attuale versione, alla quale si riconduce quell’antica tradizione della quale, fra l’altro, se ne produce menzione, nel libro “La misericordia e la carità dei bresciani – La carità laica” di mons. Antonio Fappani, per la cura di Lucio Bregoli e di Giovanni Quaresmini, per serie editoriale dell’istituto di “Cultura Giuseppe De Luca per la Storia del Prete”, andando a specificare, in una nota, anch’essa al femminile, che: “(…) Oltre a quelli degli Ordini cavallereschi, tra i primi esempi di pietà e di assistenza, esercitata a feriti in scontri militari, viene ricordato quello di Monna Tessa che fu la prima donna infermiera fondatrice dell’Ordine delle Oblate (1288) e che aprì a Firenze uno dei primi ricoveri od ospedali per militari feriti (…)”.

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