Brescia – Le pentole, ma non i coperchi. I manici, ma non le scope. E’ l’incompiutezza di dubbie strategie che, come si afferma nei popolari modi di dire, svelano, alla resa dei conti, l’inganno di diaboliche seduzioni e di umane debolezze.

Come le malefatte a volte rivelino pubblicamente il mancato obiettivo di un’impunita impresa che manca il bersaglio di una promessa e premessa di vantaggio ispirata da una regia di interessi, lo si può constatare, ad esempio, anche da un triplice arresto ad opera dei Carabinieri di Salò (Brescia) sul principiare dell’ottobre dell’anno 1930.

Protagonisti della vicenda criminosa che li ha uniti, in modi ed in ruoli diversi su uno stesso piano vagliato dall’autorità giudiziaria, sono stati una coppia di fidanzati ed una cosidetta fattucchiera di Salò, perno fondante di tutto l’impianto scenico legato al mosaico dell’evolversi dei fatti culminati nel sofferto, ma chiarificatore epilogo.

La giovane età degli amanti è elemento di evidente distinguo rispetto a quella della più adulta interprete delle presunte arti magiche professate in quella località gardesana che nel caratteristico golfo ad imbuto lacustre pare prenda il suo antico nome dalla leggendaria regina etrusca Salodia.

A documentare la vicenda, nell’eclatante strascico giudiziario, è l’edizione del quotidiano “Il Popolo di Brescia” di venerdì 3 ottobre 1930. Venerdì, giorno di passione, tradizionalmente infausto per congetture superstiziose che si rifanno all’avvenuta crocifissione innalzata tra il dolore sul cammino della salvifica missione del Signore, è giorno che rimanda pure a quell’alone arcano di oscure combinazioni, mosse nell’ombra e soverchianti l’umana caducità in disorientanti imprese. Imprese nelle quali l’orientamento al giusto ed al bello si smarrisce nell’arbitrio che si fa prevaricante sopraffazione di imbroglio e di intricate conseguenti sofferenze ai danni di un’anima bella.

La bellezza era sia nel corpo che nella pulita coscienza di quella ventenne dal nome di Maria Righetti, descritta nell’articolo come “bionda e bella fanciulla di Capovalle” che si era fatta, per così dire, abbindolare da tutt’altra specie di persona rispondente al ritratto di una figura enigmatica di quarantenne megera, confacente ad una “persona imponente, ella ha negli occhi una espressione sempre torva” in relazione alla quale l’autore del pezzo giornalistico raccoglieva la diffusa percezione dei suoi concittadini espressa nello scrivere: “ben si capisce ora come le deboli e ingenue persone abbiano potuto subire quella specie di ipnotismo e di paura”.

Di tali zone dell’animo fragilmente emotive si parla nel racconto attraverso i passi cruciali di tutta quella dinamica nella quale la ragazza si era trovata, suo malgrado, avvolta in un circolo vizioso rasente il raccapricciante ricatto aggrovigliato su se stesso.

Da un lato il fidanzato, l’allora diciassettenne Isidoro Morandi di Villanuova sul Clisi che, dopo averla ingravidata, di lei pare non ne volesse più sapere, dall’altro la fattucchiera che interessandosi al suo caso aveva preso a spillarle soldi, pena la mancata riuscita di rituali d’effetto e la pubblica delazione nel dire a tutti lo stato intimamente personale in cui si trovava.

Estremi di vicende spiacevolmente note, ma stigmatizzate in un loro drammatico riproporsi ancor prima dell’avvento della cronaca scandalistica dei popolari ed apprezzati servizi televisivi di “Striscia la notizia”, tanto da poter individuare nelle lontane ascendenze decorse poi in più fatti, una recrudescenza del fenomeno strisciante e latente fino ai giorni nostri.

Allora, come può accadere oggi, dalla rassicurazione che “le carte del destino ci indicheranno la via da seguire” si era arrivati da parte della maga, all’anagrafe Rina Scudellari, alla sempre più pressante richiesta di denaro, partendo dal somministrare alla giovane “ingenua domestica prima due fortissimi purganti ed in fine sei polverine della cui infallibilità essa rispondeva”.

Chi avesse condotto la sprovveduta ragazza nelle mani della sedicente esercente del mistero, asservito a scopi taumaturgici, era lo stesso suo fidanzato che, messo davanti all’eventualità di un’inaspettata gravidanza della compagna, a lei indicava la via da seguire per risolvere l’incomodo e di lui precisava che “dal canto suo non intendeva non solo interessarsi, ma avrebbe troncato immediatamente la relazione”. Anche se pentita di aver cercato di coinvolgere la persona sulla quale pensava di confidare nel suo affetto, la giovane prima a lui nega tutto, come se fosse stata una messa alla prova a misura del suo attaccamento, ma poi in realtà raggiunge di nascosto colei che nel destino di tutte e due la stava già aspettando.

Centocinquanta lire erano troppe anche per chi come la giovane un impiego l’aveva fisso, come domestica ed inserviente in un avviato negozio di mercerie, tra i più affermati della riviera del Garda di cui “Il Popolo di Brescia” ne cela nella sua cronaca il nome e che nel resoconto riportato in bella notizia ne attribuisce però l’origine ed il peso di merito dello svelamento di tutta la tresca.

Il negoziante, datore di lavoro della giovane, scopertosi vittima di continui furti ed insospettitosi della sua dipendente, era andato ad informare della cosa niente meno che il maresciallo Epifanio del comando dei Carabinieri di Salò: “i sospetti secondo il denunziante erano suffragati dal fatto che la ragazza, fino a poco tempo fa volenterosa lavoratrice instancabile e soprattutto di carattere mite e buono, aveva mutato contegno. Per esempio al mattino si alzava quando il sole non era ancora levato; scompariva di tanto in tanto; il suo carattere sempre gioviale, era diventato taciturno…”.

Quando un principale innesca un meccanismo formale di quel genere, può darsi che la sorte gli dia la soddisfazione di un qualche riscontro che forse esula un poco dal metodo sbrigativo e perentorio di affrontare la questione con un proprio dipendente, già non più collaboratore, ma ormai divenuto personaggio da inquisire e da affondare ulteriormente in quella melma di dubbio e di sfiducia alla quale abbandonarlo per la riprovazione e la destituzione messa fin dal principio in preventivo d’azione, a carico quindi di una persona della quale voler trovare prove a riscontro di una ormai incuneatasi ed irreversibile diffidenza.

Fatto sta che i Carabinieri, trovando la refurtiva in casa della fattucchiera, arrestano tutti e tre, ragazzo, ragazza e maga dalle esose richieste e dalle intenzioni funeste, per procurato aborto e furto continuato. Nella sua abitazione i solerti militi della Benemerita avevano trovato “tappeti, lenzuola, calze, scialli di lana, tagli d’abiti da seta, centri ricamati, una ventina di matasse di lana, una buona quantità di rocchetti di filo, parecchie maglie di lana e, infine vasi di marmellata e una decina di bottiglie di spumante” in un quantitativo che, per varietà e quantità, pare fare ricordare il bel mondo che la donna sembra avesse frequentato in dubbia professione durante gli anni prima di stabilirsi a Salò.

Un quantitativo concretizzatosi in copiosa incetta, perchè con “minacce di morte mediante stregonerie e di rendere palese da un momento all’altro all’autorità e in pubblico” il segreto di chi si era affidato a lei, la fattucchiera aveva avvinghiato a sé la volontà della ragazza, facendo anche leva al credito attribuitole dalla gente del posto per quanto si concentrava in una delle stanze del suo appartamento come “luogo di ricevimento per tutte quelle persone desiose di conoscere il loro destino: donando a tutti garanzie di felicità, eterno amore”.

Le carceri che in quel tempo facevano della capitale del territorio della Magnifica Patria, di veneziana memoria, sede di detenzione in una certa qual circoscritta misura, pare avessero accomunato i tre personaggi dell’intera questione in un medesimo provvedimento coercitivo, quasi che, nel riprovevole pasticcio, le loro responsabilità si fossero equivalse nei differenti modi di combinare guai.

Tutto quanto è forse la stessa immagine di un unico volto di cui la fattucchiera ne era solo la torva espressione più evidente e rasente il complesso mistero di quelle vie nelle quali l’uomo si perde, tanto nell’alba serena, quanto nelle notti più buie e fosche senza luna, all’ultimo orizzonte smarrito di un profilo evanescente e sbiadito.

Anche dentro quel golfo sul lago indifferente, bacino d’acqua dal fondale inerte che inghiotte i duri massi e le pietre taglienti, come avviene negli animi umani affranti ed opprimenti i loro stessi dibattuti e sofferti intenti.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.