Il libro Madóra che póra! Storie e leggende della Valle Trompia, curato da Giovanni Raza, raccoglie molte storie e leggende che per secoli hanno costituito il folklore narrativo della gente della Valle Trompia. A queste storie, che ci permettono di ricostruire le radici del nostro passato, Popolis ha dedicato uno speciale.

 

C’era una volta una madre che aveva tre figlie molto cattive e litigiose. Un giorno, mentre falciava il fieno, la donna si amputò di netto una gamba con la falce, decidendo poi, una volta passato il dolore e guarita la ferita di sostituirla con una gamba tutta d’oro. Raccolse tutti i suoi tesori e le monete risparmiate in una vita e si recò dal fabbro facendosi coniare una gamba perfettamente adatta alla sua statura. Ottenne così il duplice risultato di poter nuovamente camminare senza usare le stampelle e di non dover temere che i ladri le trafugassero i gioielli.

Purtroppo la donna non poté godersi a lungo la nuova protesi perché si ammalò gravemente e presto fu in punto di morte. Alle figlie radunate al suo capezzale ordinò di seppellirla assieme alla sua gamba, minacciando terribili ritorsioni se non l’avessero ubbidita.

Gamba d'oroQuando morì venne sepolta con la sua gamba d’oro, ma le ragazze, nottetempo, riesumarono il cadavere ed asportarono la preziosa gamba. Arrivate a casa si misero a litigare su a chi spettasse la custodia della gamba e lo fecero con tale foga che infine si stancarono addormentandosi di botto.

A mezzanotte furono risvegliate bruscamente da un tonfo sordo e ripetuto contro le pareti, era lo spirito della madre che veniva a riprendersi la gamba. Ma le tre donne non avevano nessuna intenzione di consegnarla e la cupidigia le rese coraggiose al punto che non si lasciarono neppure intimorire dalla voce cavernosa che nella notte urlava: ”Rivoglio la mia gamba!”

Invece si misero a bisticciare ancora più selvaggiamente per il possesso della protesi e nel trambusto si ritrovarono tutte nello sgabuzzino che stava dietro al caminetto. Per punizione lo spirito della madre le murò vive e ancora adesso pare che si possano ancora udire le loro urla mentre si contendono la gamba.

…quando una gamba funge da salvadanaio…

Raccolta a Polaveno, ma con versioni dallo stesso titolo in tutta la penisola. La storia di odio e di avarizia è un tipico racconto da veglia che veniva narrato con ricchezza e crudezza di particolari, utilizzando tutti gli artifici necessari per ben terrorizzare gli ascoltatori.

Legata al filone dei tesori maledetti (vedere anche “Il brigante di Ronco”) era uno dei racconti dove meglio potevano esercitarsi le doti di attore e narratore.

Narrazioni simili le abbiamo a Pisogne (BS)[1] dove in località Gratacasolo fuori dal cimitero è possibile imbattersi in un fantasma che reclama la restituzione della sua gamba o in D. G. Bernoni[2], dove ci si impadronisce della calza di una defunta, mentre in un altra variante è invece una cassetta ad essere sottratta.

In C. Lapucci[3] è una gamba di legno cava a fungere da salvadanaio per le monete d’oro risparmiate.

Inoltre altre versioni le troviamo in C. Rapetti[4], U. Mazzini[5] dove si narra del furto del fegato di un morto. Ancora in nuove versioni il motivo si ripete con altre parti del corpo mancanti e un finale meno gotico per i protagonisti.

Anche i fratelli Grimm conoscevano bene la redazione del braccio d’oro in diverse variazioni della gamba d’oro. In una di queste, un bambino è nato con una sola gamba.

I testi dei Grimm costituiscono la letteratura più antica che conosciamo di questo tipo narrativo, che potrebbe essere datato alla fine del XVIII° secolo, malgrado sfumature inconfondibilmente più arcaiche.[6]

Curiosa è anche la filastrocca raccontata dalla gussaghese Felicina Cirelli classe 1935, la quale narra che da piccola la mamma raccontava che le bambine disubbidienti dovevano stare molto attente mentre andavano a letto, perchè quando recitavano la preghiera: ”Gesù, Giuseppe, Maria…” sarebbe uscito un uomo nero da sotto il letto a tirargli la gamba dicendo ”…la gamba è mia!”.[7]

 


[1] Gruppo archeo Pisogne “Storie di diavoli e paura“ Pisogne BS 2000. pag. 50
[2] D.G. Bernoni “Tradizioni popolari veneziane” VE 1969 pag. 71
[3] C. Lapucci “Il libro delle veglie“ Vallardi 1988.
[4] C. Rapetti “Storie e filastrocche della Lunigiana “ Padova 1985
[5] U. Mazzini “Saggio sul folklore spezzino in Archivio per l’etnografia e la psicologia della Lunigiana “II, 1913.
[6] Enciclopedia della Fiaba pag. 70
[7] Scuole elementari Gussago “ C’ERA UNA VOLTA ” Comune di Gussago, Litoflash 2004 pag. 70