Sono tanti e replicanti. Sembra una nuova formazione scesa in campo, rivelando quella tipica codifica che ne accomuna le caratteristiche, palesemente tenute insieme da un guinzaglio che le riunisce.
Il guinzaglio, qui, si intende dire, che associa un cane al suo padrone.

Grande o piccolo che sia, l’un l’altro, nella propria stazza effettiva, come elemento ricorrente si rivela essere questo minimo di legge, per starsene loro, all’aperto, insieme, fra gli spazi di un centro abitato, in un derogabile connubio, dimostratosi utile anche per differire da ogni coprifuoco imposto dal “Coronavirus”.

Per capire la diffusa proporzione di questa accoppiata, basta, forse, notare l’odierno moltiplicarsi dei negozi per animali domestici che, per numero e vastità, paiono superare le omologhe cifre corrispondenti ai più esigui empori commerciali per neonati ed, in genere, per bambini, nell’approssimarsi di calcoli, già, all’apparenza, alquanto evidenti e comunque significativi.

Con buona pace delle pur encomiabili mostre d’arte, come quella di recente (https://www.youtube.com/watch?v=odRd-Iee7TE) esperita a Brescia, in una orchestrata narrazione storica riguardante, fra l’altro, i cosidetti “amici a quattro zampe”, osservati accanto all’uomo, pare che, proprio nel corso dell’andare del tempo, non sia sempre stato così.
Ora, non più marginale, e, quindi, divenuta folta categoria di tendenza dei devoti della razza canina, sembra che la stessa sia sempre di più accessoriata, anche acquisendo una sua moderna stilistica costitutiva.

Se, ancora a Brescia, il nobil uomo Ventura Fenaroli, amante della sua patria bresciana, libera dal giogo straniero, era stato scoperto, nel fatidico 1512 bresciano, dalle soldataglie francesi, proprio grazie ad un suo cane che si era posizionato fedele fedele accanto al suo nascondiglio sepolcrale, c’è, ora, la pressochè inflazionata versione popolare del cane prevalentemente da compagnia che sembra spesso assurgere a percepito status symbol da parte di chi lo mostra in una sistematica e pubblica coincidenza di stabile consorteria.
Cane e padrone sembrano pienamente ritrarre un fenomeno sociale, tanto in voga, quanto egualmente strutturabile in un indotto di ampia e di profittevole affermazione commerciale.

Tutto ciò, senza, necessariamente, dover, per rendere meglio l’idea di questo indizio veritiero e fattuale, andar a rammentare i “cani oltre i centoventi decibel e nani manco fosse Disneyland” della nota canzone “Quelli che ben pensano” degli “Frankie Mi Nrg”, ma l’intuizione di questa satira canora centra il bersaglio di una certa qual manifestazione concernente tale cane e tale padrone.

Una simbiosi che, a volte, pare dipanarsi, pure, in una sorta di velata verosimiglianza incredibilmente somatica, per la maggior parte dei casi, compatibile con tutto un certo insieme, espresso in un dato modo di fare, tanto del cane quanto del padrone, che appare sovrapponibile in quel correlato scibile che vi risulta paragonabile. “Gli manca solo la parola”, usano dire loro: ecco, si tratta, appunto, di questo.

Si tratta di questo assiduo rapporto superficialmente profondo, fino, cioè alla misura compatibile con ciò che la natura, nonostante tutto, ha inteso distinguere, consentendo ab antiquo quest’appaiamento, assurto, da tempo, a simbolo rappresentativo di un contraddistinguente ed acquisito assembramento statistico della comparsa, in ordine rigorosamente sparso e frammentario, di frotte peripatetiche a sei “zampe” o, comunque, a multipli di due, fra bipedi e quadrupedi canini in marcia.
Sì, perché, a volte, paion mandrie di cani, raccolte di tre o di quattro esemplari e, per non farci mancar nulla, anche di grossa taglia e dalla cavernosa e tonante ugula abbaiante.

Una volta, con passo sicuro e deciso, proprio di chi ha il far da padrone, che i gitanti hanno adempiuto alla loro dovuta escursione, i cani, spesse volte, tornano a casa su uno stretto balcone, anche perché i piccoli appezzamenti dei giardini domestici sono già largamente ingombri di quella vasta e geniale soluzione che, in pochi infinitesimali metri quadrati, ha le molteplici pertinenze gradite al loro padrone, prodigandosi dalla piscinetta al mini campo di pallone, dal “barbecue fisso” per le chiassose grigliate da concludere su un pur attiguo tavolone, fino, fra altro ancora, come il gazebo, ad ogni ulteriore pretenzioso “ben di Dio”, anche per riuscire a prendere, in una bella e disinibita misura da spiaggia, un raggio di sole.

Il cane non poteva mancare in tutto questo, costume diffuso, vezzo comune di un frequente accompagnamento, da non fraintendersi, qui, come allusione ad un dato e specifico e riconoscibile assortimento, da ritenersi, se paresse mirato ad identificare uno specifico comportamernto, in un riferimento puramente casuale, sebbene di un calzante e comprovante contesto, ormai alla moda, insieme a cappottini e vezzosità varie, fino ad un più prosaico sacchetto, ma solo per chi lo usa, con cui piegarsi in strada a raccogliere il resto.

In un analogo ambito domestico, pare che non sia stato così il destino del gatto, almeno all’apparenza, ermetico felino che non si presta ad alcun clamore, nelle sorti di un altrettanto successo contemporaneo piovuto addosso, invece, al cane, per dettagliare la marcia fuori porta dei solitari, con la formula di un sigillo vivente di compagnia, con la quale andare a braccetto, in simil guisa al guinzaglio fra comparse di una stessa prospettiva che molto sembra vogliano dimostrare di avere da fare, sui rimasugli campestri invasi fra le case, disegnati entro il loro “fenotipo ibrido” di una molecola chiusa e bastevole a se stessa nella società, entro la quale, forse, è ignota destinazione il cosa vadano a pelustrare, in una continua avanscoperta, quotidiana da ricapitolare.