Chiusa in casa. La lunga quarantena autoimposta alla propria persona da Silvia Scaramuzza durava da quarant’anni. I suoi criteri sembrano, per certi versi, quelli ispirati a fronteggiare epidemie contagiose da cercare di evitare anche standosene a casa.

La fantasia supera, poi, la realtà perché pare si vada oggi, oltre lo strascico del famoso e perdurante contagio del 2020, cavando previsioni secondo le quali un progressivo ritornar fuori potrebbe avvenire per scaglioni di età, presumibilmente in obbedienza ad ulteriori ed a subentrate prescrizioni.

Problema che negli anni Cinquanta del Secolo Breve non aveva questo personaggio femminile, recluso per propria volontà, nella sua abitazione, con quelle manie igieniste che, tornando agli odierni tempi accennati, andrebbero così bene. Sembra che passasse a strofinare le cose di vettovagliamento, contenenti ciò che le davano per alimentarsi, prima di cibarsi e di bere. Non si sa mai.

La storia, voltato l’angolo del Terzo Millennio, anziché parlare di Luna e di marziani, riferisce delle cose di sempre, legate, cioè, alla sopravvivenza da autoconservazione, come nell’essenzialità dei più lontani ed immemori tempi atavici, persi in remoti ascendenti. Aveva rappresentato un caso, questa donna, tanto da ispirare un diffuso servizio giornalistico nella metà degli anni Cinquanta, quando sul “Giornale di Brescia” del 27 giugno 1951, un tal bravo Giuseppe Tezza scriveva, con la cognizione di causa di essersi pure recato sul posto, un articolo dedicato al fenomeno.

Fenomeno perché erano già alcuni decenni che Silvia, sorella di Erminia, presso “Villa Scaramuzza”, in prossimità del, così nel testo precisato, monte Cavolo, nel territorio di Grezzana, localtà del veronese, conduceva vita, a dir poco ritirata, come si usava dire una volta, nel modo in cui, oggi, nessuno pare ne rammenti più l’espressione, neppur quando il caso ne riproponga, forse, l’occasione.

Tutt’al più si arriva a dire, come è stato ovunque detto, “io sto a casa”, perché se non è uno slogan non passa, non fa breccia, non attizza, non convince, non piace, non paga, ed anche questo è un segno del tipo di evoluzione raggiunta nei tempi incombenti, a prescindere da tutti i vari accidenti del destino che paiono maggiori di altri, ritenuti, invece, in capo a trascurabili, frangenti.

Contenti loro. Al tempo suo, Silvia pare, al contrario, che non soffrisse per la propria condizione di reclusa. Poteva, tranquillamente, dire che lei stava a casa per una libera e ferma decisione e che puliva gli oggetti che le passavano, per le prescrizioni di una presunta igiene a lei ritenuta tanto cara. La sorella non interferiva nella sua simil pari reclusione, dal momento che, sembra, si adeguasse affinchè all’altra andasse, giorno dopo giorno, in porto, la sua misteriosa e pertinace decisione.

Questa testimonianza apre, per certi aspetti, un varco sul mondo sommerso di quanti, in ogni caso, se ne stanno già abitualmente rinchiusi in casa, tanto da costituire una fattispecie sociale o per meglio dire asociale che pare abbia declinato una sua ormai codificata deriva di abdicazione fattuale, rispetto ad un’assidua o, almeno, convenzionale interazione interpersonale, per rivendicare a sé una forma di esilio nel proprio stesso recesso, intimo e privato, a stretta misura individuale.

Pare che, questi autoreclusi, si chiamino “Hikikomori”. A loro, l’appello, lungo il doppio venti del nuovo millennio, di rimanere a casa, sarà, forse suonato come una familiare trovata.

Stando alla loro scelta di “starsene in disparte”, come dal significato di questa appena menzionata espressione tipica della lingua del “Sole Levante”, la protagonista di tale datata inchiesta giornalistica sembrava un’antesignana rispetto ad un’ulteriore “conquista” del presente che l’andare del tempo proporziona in una silenziosa, ma cospicua, umanità celata e posticcia, arroccata sulla descritta rinunciataria esistenza che vi è corrispondente.

L’opportunità di riferire, a proposito della solitaria emula di una condotta oblomoviana, come dall’omonima prossimità letteraria, narrata nella somigliante versione russa similmente interpretata, offriva spazio per fare passare sul giornale bresciano una serie di particolarità coniugate agli, allora, già decorsi lunghi anni vissuti, in quel modo, da parte di chi “(…) aveva scelto, come suo luogo di clausura, la piccola torre quadrata che è annessa alla chiesetta privata della villa, ma durante la guerra, dopo aver fatto sgomberare la stanza del primo piano della villa, quella dell’ala sinistra, vi prendeva alloggio, avendo cura di portarsi tutta la finissima biancheria – il suo corredo di sposa – ricamata con particolare cura. Indossa (ci è stato riferito) giorno e notte, una bianca camicia da camera, diventata ormai giallognola, per l’abuso fatto: non vuole cambiarla per nessuna ragione. Dorme, inverno ed estate, su un pagliericcio, senza mobile, coprendosi soltanto con un lenzuolo. Volle, quindi, che nella porta d’entrata del suo appartamento fosse praticato uno spioncino appena necessario per farvi passare le stoviglie contenenti il suo pranzo. (…)”.

In questo piatto ménage, appariva un elemento, per suo stesso genere, piuttosto sorprendente, del genere di quelli che, anche fra coloro i quali, per le innumerevoli vie del mondo, si danno tanto da fare, non possono vantare, nell’esito ricercato di un profittevole destreggiarsi intraprendente, dal momento che, nella vita della Scaramuzza, era entrato addirittura un pontefice, lasciandovi le tracce di un’intercorsa ed assecondante sua premura, relativa, cioè, allo scriversi, nell’ambito di una qual riservata misura: “(…) Inutili si dimostrarono i tentativi operati dal parroco di Grezzana, don Michele Garenzi, per indurla ad uscire dall’assurdo isolamento. Tentò anche di avvicinarla per portarle i Sacramenti: la donna non volle riceverlo. Da 30 anni, però era in relazione epistolare con S. Santità Papa Pio XI al quale aveva spesso inviato dei quesiti di natura teosofico-religiosa. Il Papa ha sempre benevolmente risposto alle lettere della donna, la quale conserva un carteggio da fare invidia ad un qualsiasi editore. (…)”.