“Aspettando Godot”. Quando l’attesa è alla base di tutta una aspettativa, fondamentalmente malintesa.
Il papa, quello del periodo di Napoleone I Imperatore, sarebbe venuto a Brescia nella primavera del 1815, per quella visita di fatto equivocata dal corso delle cose che ne hanno, invece, lasciato inadempiuto l’annuncio, espresso in tal senso, lasciandolo ancora sospeso nella dimensione del tempo, fra quanto è rimasto da svolgere fra i giorni in divenire.

Intanto, ciò che si era mobilitato a Brescia per accogliere il papa, alla fin fine atteso per 6 di aprile 1815, era risultato fattuale, similmente ad un contributo della stampa locale che, un secolo dopo, aveva dedicato alla vicenda un’attenzione particolare, come curiosità riposta tra le pieghe di una storia più generale.

“Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo”: parole del papa Pio VII (1742 – 1823), a fronte dell’avvento napoleonico, allora astro nascente sopraggiunto anche nella città capitolina, una volta occupata l’Italia, fin dentro le mura vaticane, esautorandone l’emblematica figura al vertice che, da sempre, vi è più rappresentativa.

Nonostante il solenne e triplice profilo di un rifiuto univoco, manifestato in seno stesso alla Chiesa, lesa nel suo potere temporale, la storia aveva seguitato, ancora per un po’, a soddisfare il corso della predominanza francese, fino a quando l’isola d’Elba aveva ridimensionato, in un definitivo esilio insulare solo rimandato a Sant’Elena, un fugace sogno imperiale, presto tramontato.

Per il pontefice di allora tutto questo mutar di vento, rispetto alla piega degli eventi che restituivano a Napoleone la possibilità di una, per quanto improbabile, rivincita, era un problema, che, già da subito, sembrava pregiudicasse la ripresa, fra gli equilibri europei, di ciò che, invece, la cacciata di lui all’Elba, aveva sancito a riferimento.

Pensando a non cadere di nuovo in mano francese, anche se in questo caso erano le truppe, dal meridione, di Gioacchino Murat, cognato dell’Imperatore, Pio VII lasciava Roma, per le corti a lui amiche, avversarie di Napoleone, che, dopo la battaglia di Lipsia, avevano riacquistato, da vincitrici, la loro posizione.

Nell’occhio del ciclone, questo papa, dopo l’ascesa napoleonica, si era trovato ad affrontare anche la parabola discendente di quello che la storia avrebbe poi definito “i cento giorni di Napoleone”, quale ritorno in Francia, del “piccolo corso”, fuggito dalla forzata parentesi elbana, per andare rincorrere il perduto potere.

In questo contesto, si inseriscono gli intercorsi fuorviati a supporto dell’arrivo di Pio VII a Brescia che, in effetti, di persona si trovava nel settentrione italiano, come il periodico “Brixia” del 20 settembre del 1914, andava a riferire, precisando, fra l’altro che: “Napoleone era fuggito dall’isola d’Elba il 26 febbraio di quell’anno e rivedeva Parigi il 20 di marzo. Giaocchino Murat, re di Napoli, aveva chiesto al papa il passaggio di 12000 uomini per gli Stati Pontifici, e non avendolo ottenuto entrava ostilmente in Terracina. Pio VII, fiutando un orizzonte politico nuvoloso anzi che no, si decise ad allontanarsi da Roma lasciandovi a governo una giunta composta del cardinale Della Somaglia e di sei prelati. Partiva il 22 marzo alla volta di Genova. Da Milano, il primo di aprile e il dì seguente giungevano lettere a Brescia coll’avviso che il Sommo Pontefice sarebbe “per onorare e rallegrare di sua presenza i bresciani…”.
Al Vescovo di allora, Gabrio Maria Nava, che si trovava in visita pastorale, la notizia non parve troppo fondata, e da Pompiano scrisse al suo vicario che egli avrebbe continuato la visita, pronto, però, ad interromperla al primo sicuro annuncio che il S. Padre fosse giunto o per giungere a Milano.
Tuttavia, in città, non si volevano ammettere dubbi, anzi si rassicurava che il Papa sarebbe venuto sotto il nome (chi sa poi il perché) di Maresciallo; e in Vescovado era un grande affaccendarsi per allestire gli appartamenti in modo degno dell’ospite straordinario, raccogliendovi quanto si potea di preziosi arredi, drappi, argenterie, ecc. prestati per l’occasione dalle famiglie signorili.
Il Vescovo, informato da successivi nunzi della Curia e su relazioni d’altrove avute, si era anch’esso persuaso del lieto evento, e da Orzinuovi scriveva al Vicario che “secondo i suoi calcoli” il Papa avrebbe dovuto passare per quel paese il giorno 6 e che, perciò esso vescovo si tratteneva colà per riceverlo al confine della provincia.
Malgrado, però, questi calcoli la città tutta credette, per altri indizi, che l’arrivo dovesse avvenire il giorno 5 nelle ore pomeridiane, e i cittadini si mettevano in moto per vie che da Porta S. Nazzaro (ora Porta Stazione) conducono al Duomo. “Si ornava – scrive lo Scandella – l’esterno delle case di damaschi e tappeti, per quanto lo permetteva la ristrettezza del tempo, si ergeano archi, si costruivano palchi per magistrati, per nobili, signori ed altri; capitavano forestieri da tutte le bande; si vedevano le contrade inondate di gente di ogni maniera ed era di tutti uno solo il desiderio, il discorso: l’arrivo del S. Padre. Una carrozza, un calesse, un uomo a cavallo che entrasse da quella porta in città, richiamava la comune attenzione e risvegliava la curiosità di sapere donde venisse e che notizie apportasse”.

Una frenetica attesa, tipica, come si usa dire, delle grandi occasioni, che addirittura si differenziava in due versioni, secondo le quali c’era chi attendeva l’arrivo dell’illustre personalità dalla parte orceana e chi, invece, già ne materializzava l’avvento, per altra via, nel capoluogo bresciano, direttamente all’ombra del Duomo e del Vescovado, mete sicure da ottemperare sul posto, data la natura pastorale del Vicario di Cristo in terra, al secolo, Barnaba Gregorio Chiaramonti.

Pare si fosse fatto a tempo anche per domandare all’epigrafista gesuita Stefano Antonio Morcelli (1737 – 1821) di scrivere un’iscrizione, a fausto tripudio commemorativo dell’evento, speditamente collocata sulla porta del Duomo di Brescia.

Da tutto questo darsi da fare, si autoalimentava l’evenienza oltremodo fattibile di una visita da parte del Santo Padre, in questo modo, data per certa: “Era uno spettacolo commoventissimo l’affacendarsi che si vedeva a pulire, a ornare, a preparare in palazzo, nella cattedrale e lungo le vie quanto potea servire a maggior pompa in segno di riverenza al Capo della Chiesa. Quando poi si avviò processionalmente il clero col baldacchino per le contrade gremite di gente, si tenne ciò per certa prova del prossimo arrivo del Papa; e allora non fu più ritegno all’entusiasmo della moltitudine. (…) Ma sul più bello, acco giunger in Curia una lettera da Milano del Marchese Ghisleri la quale toglieva ogni speranza della visita di Sua Santità; sicché il clero, tosto avvertito, ritornava in Duomo, mentre l’inaspettata notizia, passata di bocca in bocca, metteva la cittadinanza nella più amara delusione e mortificazione. (…)”.

Come un gatto che, con balzo felino, tende ad una farfalla in volo, limitandosi alle lusigate intenzioni verso tanta bellezza in pompa magna, la città si era ricondotta a farsene una ragione, per la quale non era il caso di seguitare a rincorrere una eventualità trasformatasi in pura suggestione.

La visita di quei giorni seguitava, invece, ad essere quella d’altro genere del vescovo di Brescia, Gabrio Maria Nava (1758 – 1831), effettuata tra le comunità rurali dell’estesa plaga campestre della sua diocesi rivolta verso ponente, trovandosi, colà, anche riflettere su questo mancato appuntamento, proprio mentre da Orzinuovi si spostava a Meano, in altra tappa pastorale, tutto sommato concludendo con la speranza che “Il Signore avrà aggradito il religioso trasporto della città e diocesi” verso chi, appunto, in nome suo, detiene le chiavi del Regno dei Cieli.

2 Commenti

  1. Interessante. Stile farraginoso. Consigliabile maggiore semplicità e rilettura a voce alta, come si richiedeva una volta ai ragazzi delle scuole medie …

  2. Grazie per l’attenzione, pur potendo riconoscere che non so a quali studenti delle scuole medie possa ricondursi questo testo, per genere e per contenuto, stroncato a motivo di quella personale forma soggettiva che, nel confronto, in casi come questi si associa alla visione di chi, invece, intende opportuno appurarne l’esposizione solo nel modo limitante in cui la esigerebbe, per criteri suoi altrettanto personali, che fosse divulgata, magari andando anche a confermare preferibilmente quanto sa già, ma nel modo, appunto, in cui vorrebbe sentirselo ribadire.

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