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Dai girasoli, ai limoni, il territorio bresciano, osservato nei suoi frutti più generosi. Nell’estate del 1857, una significativa istantanea sui prodotti maggiormente contraddistinguenti le varie zone della già allora estesa provincia di Brescia, approdava in una nitida immagine, ad uso stampa, grazie ad una attenta analisi, realizzata a posteriori.

All’indomani della “Esposizione bresciana di oggetti naturali, industriali e di belle arti”, alcuni aspetti, rimarchevoli della realtà pertinente alla riconosciuta specificità geografica che l’aveva ispirata, era descritta da un giovane Giuseppe Zanardelli (1826 – 1903), per il tramite di un lucido resoconto di quanto da lui stesso osservato a Brescia, in tale estemporanea manifestazione espositiva, che era stata dedicata, nell’agosto di quell’anno, alla rappresentazione delle eccellenze locali, raccolte nella “Crocera San Luca”, vicino all’omonima chiesa, non lontano dal “Teatro Grande”, in una sommaria sintesi complessiva.

Autore di un diffuso scritto, pubblicato, sul giornale milanese “Il Crepuscolo” ed, in seguito, ripreso anche dalla “Gazzetta Provinciale di Brescia”, la testimonianza del futuro Presidente del Consiglio dei Ministri, concorreva a delineare i contorni di un’epoca, anche attraverso assonanze resistenti con le prerogative del presente, oltre che, in ogni caso, ad assicurare fedelmente un ritratto coerente di quei giorni lontani, rispetto a quel contesto territoriale che era risultato centrale ad una somma di interessanti informazioni che lo riconducevano caratteristicamente ad un dato insieme.

Tanto per intenderci, come, a suo tempo, risulta divulgato dall’edizione del 9 ottobre 1857 della “Gazzetta Provinciale di Brescia” ci si rifaceva, fra l’altro, al fatto che “(…) la nostra provincia, avendo una estensione irrigua di 108.466 ettari, possiede più di un quarto di tutto il terreno irriguo della Lombardia, che è di 427.192 ettari, e possiede con ciò una superficie irrigua superiore di gran lunga a quella di ciascuna delle altre province, mentre vengono dopo Lodi e Crema con 79.420 ettari, Pavia con 58.602, Bergamo con 55.680 e Milano con 49.128 (…)”.

Sullo sfondo di questa vasta prospettiva, colori e sapori, impregnavano, con molteplici essenze, i diversi piani di quella percezione con la quale, anche oggi, se ne può realizzare una consapevole e mirata constatazione, rispetto al che cosa prevalesse in una stima maggiore, nell’ambito del comparto agricolo, preso in considerazione, come, ad esempio, era, fra l’altro, precisato che “(…) nei territori di Montechiaro, Ghedi e Calcinato è in uso l’olio di girasole che la scienza va or tanto raccomandando all’agricoltura ed all’industria, perché ne è minimo il prezzo, perché col girasole si utilizzano terreni palustri che non consentirebbero alcun’altra produzione, e perché finalmente si toglie, nello stesso tempo, la malaria di siffatti maresi, mentre questo rigoglioroso arbusto assorbe più di migliaia di ettolitri di umidità, onde per tutto ciò esso recherebbe utile sommo, sì dal lato economico, che dal lato igienico in molti spazi paludosi del tenere d’Iseo (…)”.

Ancora, scorrendo la fonte giornalistica menzionata, in uno stralcio, analogamente a sopra, tratto dalla stampa del 13 ottobre del 1857, si dà il caso che il nesso fra la salubrità delle aree agricole e la prevalente coltivazione ivi praticata, pareva rovesciarsi, nell’ambito di un’altra sollecitudine produttiva, aderente ad una differente caratteristica rurale del bresciano di quegli ultimi anni contraddistinti, in Lombardia, dal governo austriaco: “(…) Altro seme che, dà frutti doviziosissimi è il riso, perché poche contrade in Europa, per condizioni climateriche ed idrografiche, possono esserci rivali; ond’è, in tal parte, tanto più a deplorarsi che le risaie traggano seco si triste insalubrità, e gli uomini, che vivono presso a quei campi sommersi, debbano ogni terzo giorno tremar dalla febbre, e nei mesi estivi s’abbia il lugubre spettacolo di una intera popolazione ammalata, e quindi per una di quelle contraddizioni troppo frequenti nell’umanità, la prosperità fisica dell’uomo proceda in ragione inversa della territoriale ricchezza. Del resto, nemmeno il riso mancava fra i saggi agricoli presentati dall’Abeni; e, in vero, la nostra provincia cò suoi 13366 ettolitri, se vien dopo le consorelle della Bassa Lombardia, è, però, la prima fra quelle che congiungono i prodotti pedemontani e montuosi (…)”.

Attento estimatore di ciò che, in argomento, andava trattando, nell’aver, anche, trovato un elemento di distinzione, pure in tale coltivazione, nell’essere, cioè, riuscito ad evidenziare il variegato assetto territoriale bresciano che vuole, da sempre, compenetrata la pianura con i graduali rilievi che muovono, fra i declivi, a raggiungere, in tutt’altra specificità, una subentrata preminenza in altura, Giuseppe Zanardelli citava l’ingegnere Luigi Abeni (1827 – 1880), esperto in agraria, che tanto ruolo aveva avuto, in seno all’Ateneo di Brescia (www.ateneo.brescia.it), anche per l’organizzazione di questa “Esposizione bresciana” del 15 agosto 1857, inerente, in una certa quota parte espositiva, i prodotti agricoli locali.

Ancora, rifacendosi a tale apprezzato professionista, era, nella “Gazzetta Provinciale di Brescia” del 9 ottobre di quell’anno, l’aver specificato, a riguardo della produzione cerealicola bresciana, dove, fra l’altro, già eminente risultava la quantità soverchiante del granoturco, che “(…) non è del tutto bastante all’interno consumo il raccolto del frumento che può valutarsi a 400mila ettolitri e del quale l’ingegner Abeni aveva presentato sette varietà. Parimenti v’erano tre varietà d’orzo, del quale produce la provincia ettolitri 1470; due varietà d’avena, la quale ne rende 8463 ettolitri (…)”.

Insieme al noto alimento dorato che ne deriva, grazie al diffuso consumo popolare della polenta, il granoturco aveva, fra i cereali, un posto di rilievo, in relazione al quale il medesimo ed illustre autore scriveva, pure, che “(…) Primo fra i cereali che vi rappresentano la bresciana agricoltura va annoverato il granoturco. Questo cereale sì abbondante e ricco, che è vecchio di oltre secoli presso di noi e che venne trovato dal nostro popolo il più opportuno per l’alimentazione, va, ora, diffondendosi anche presso le estere nazioni e principalmente nel Belgio ove venne introdotto da un nostro concittadino, il sig. Panigada , ed in Inghilterra; (…)”.

Polenta ed uccelli. Con il mais, l’opportunità di vagliarne l’utilizzo, era, insieme ad altri particolari, il contestualmente sottolineare che a tale prodotto culinario, si correlasse altro, “di cui sono proverbialmente più ghiotti i bresciani, cioè l’arrosto dei più minuti uccelli (…)”. Ciò che, pare, abbia, invece, ceduto, almeno quantitativamente, all’andare del tempo, rispetto al confronto di quella metà dell’Ottocento con il presente, è, fra l’altro, la produzione dei limoni dell’Alto Garda bresciano.

Se il Basso Garda era, come oggi, apprezzato anche per una stimata produzione vinicola, come per altro, nell’intero territorio benacense risultava ovviamente in primo piano la proficua resa dell’olio, rimarchevole appariva, pure, il dato riportato, a ragion veduta ed ancora in questo resconto zanardelliano, del noto agrume di cui si riferiva che “(…) offre al commercio interno ed esterno 17 milioni di ottimi limoni, oltre i cascaticci, i quali, essendo di meschina apparenza ed inetti ad una diuturna conservazione servono pure al consumo delle classi povere, nei paesi e città vicine. La qualità, poi, di questi limoni è eminente, ond’essi precellono quelli dell’Italia Meridionale, siccome assai più acidi e più durevoli e perciò sono ricercatissimi all’estero, ed a non meno di otto milioni ascende la loro esportazione in Germania (…)”.