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L’agricoltura sta attraversando una fase di profonda e rapida trasformazione che ne mette a rischio la capacità di rispondere alle sfide globali. La crisi climatica, il progressivo degrado patito dal suolo, l’inquinamento ambientale, la crescente insicurezza alimentare, la scarsità d’acqua e la persistente e diffusa povertà richiedono una trasformazione profonda del settore agroalimentare. Siamo ben lontani dall’obiettivo fame-zero e, mentre il fenomeno della malnutrizione aumenta, viviamo una fase storica segnata dalla violenza nell’intero sistema alimentare: a livello familiare, contro le ragazze e le donne, nei confronti di chi difende i diritti umani, contro le comunità alle quali viene sottratta la terra. Al tempo stesso sono in aumento i conflitti all’interno (e tra) gli Stati.

Il pensiero di Slow Food, impegnata da decenni per ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto con chi produce e in armonia con l’ambiente. Presenta sul sito una riflessione sul futuro dell’agricoltura e sull’agroecologia. Da un testo di Paola Migliorini dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

“Le aziende agricole a conduzione familiare hanno già dimostrato di essere competitive e sostenibili quando si trovano nelle condizioni giuste per lavorare. Hanno perciò bisogno di politiche e soluzioni di investimento su misura” Il numero di agricoltori, e quindi di aziende agricole, in Europa sta velocemente diminuendo: colpa, oltre che del naturale invecchiamento delle vecchie generazioni di produttori, dell’agribusiness e del sistema alimentare industriale.

C’è poi un altro aspetto rilevante, soprattutto nei Paesi ricchi come quelli europei, che riguarda il tema della sovranità alimentare e la relativa messa a punto di diete sostenibili: si tratta di questioni di primaria importanza. Da queste premesse appare evidente come siano necessari grandi cambiamenti affinché si sviluppino sistemi agricoli e alimentari sostenibili, sia in Europa che nel resto del mondo.

L’agroecologia potrebbe essere un approccio importante per raggiungere questo obiettivo poiché progetta, sviluppa e promuove la transizione verso la biodiversità e verso sistemi agricoli e alimentari sani e che non fanno ricorso a input esterni.

Il termine agroecologia ha una storia lunga quasi un secolo: fu usato per la prima volta dall’agronomo russo Basil Bensin (1928) che propose il termine agroecologia per descrivere l’uso di metodi ecologici nella ricerca sulle piante coltivate. Da quel momento, quanta strada si è fatta!

Oggi l’agroecologia viene interpretata come scienza, come movimento sociale e come insieme di pratiche. Da questo punto di vista, la transizione verso sistemi alimentari più sostenibili dovrebbe includere questioni ambientali, economiche, sociali, culturali e politiche. L’agroecologia, nella sua versione più trasformativa e politica, rappresenta un quadro di riferimento incentrato sul rapporto sinergico tra persone e natura, sulla conoscenza e sui diritti dei produttori di cibo e degli altri attori del sistema alimentare, e sul de-centramento del profitto, del mercato, del trasferimento tecnologico e di elementi tipici dello «sviluppo mainstream» (Anderson et al., 2019).

Manca ancora accordo sul rapporto tra agroecologia e gli altri approcci agricoli alternativi che ne condividono molti principi, come la gestione integrata dei parassiti, l’agricoltura conservativa, l’agricoltura biologica, l’agricoltura biodinamica, l’agricoltura rigenerativa, l’agroforesteria, la permacultura. Questa fluidità concettuale talvolta crea tensioni nei dibattiti, ma rende anche l’agroecologia attraente per decision maker e scienziati che possono essere meno a loro agio con approcci più rigidamente definiti.

L’agroecologia, così come l’agricoltura biologica e altri approcci correlati, è un potente motore di riflessione ed è un nuovo modo di “riconnettere” agricoltura, scienza, ambiente e società.