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Pare che molti ne possano andare in cerca.
Disponibilità sembra che ce ne sia in abbondanza, nell’evidenza di quel fitto assortimento che, rispettivamente, si riconduce all’origine fisica di un determinato abbinamento, fra le membra ed il capo, in un univoco ed in un naturale completamento.

Se ne possono trovare a centinaia, nella chiesa eretta ad ossario, nei pressi di San Martino della Battaglia, località che, già nel nome, rivela, fra le colline alle porte del Basso Garda, il sanguinoso battesimo bellico impressole e perennemente ricordato, in chiave risorgimentale, entro la toponomastica di una sua denominazione.

Nei paraggi, pare che, nell’insondabile oltretomba, quanti l’avevano sulle proprie spalle, non possano che vagheggiare, postume ed evanescenti memorie di sagome tronche della testa, ormai, divenuta, con la morte patita in battaglia, diafano e macabro teschio, custodito, nella zona degli scontri stessi, dentro quelle teche dove di tali tonde estremità se ne raccolgono in una lunga serie.

Poco più di una dozzina di centinaia, si dice. Tanti, sono i volti irriconoscibili, ridotti alla nota versione craniale, che sono enumerabili, complessivamente ed indistintamente, fra chi ha salutato l’ultimo giorno della propria vita, attorno alla fatidica data dell’evento bellico che la storia patria aveva scritto nella giornata della ricorrenza di san Giovanni Battista, militando, ciascuno di essi, o tra le file del tricolore sabaudo oppure nello schieramento, a questo avversario, degli austro-ungheresi e nazioni satelliti.

San Giovanni Battista, anch’egli notoriamente “decollato”, ossia, se non fosse chiaro, con la testa spiccata dal corpo, è il santo “precursore del Messia”. Come risulta anche iconograficamente rappresentato, per la particolarità degli effetti del martirio subito, tale santo è ricordato, da calendario liturgico romano, il giorno coincidente a quello della battaglia di San Martino, quale scontro in campo sviluppatosi nella versione analogamente cruenta, sebbene all’evidenza, non così decisiva, rispetto a quello contestuale, avvenuto risolutivamente nella vicina Solferino, a vantaggio dei francesi di Napoleone III, e pure a danno delle forze austriache di Francesco Giuseppe, rivale concorrente, su tutta la linea, tra i due schieramenti di truppe, dalle bandiere diverse, ammassatisi in zona da un proprio rispettivo e diverso altrove.

Fra erme di epiche memorie, belliche vestigia di altisonanti nomi chiusi entro perdute forme, dei molti estinti già protagonisti di tumultuose e di tragiche vicende, non se ne può che percepire astrattamente la loro restante parte, avvinta alle spoglie mortali che sono state residuo corruttibile di un trapasso avvenuto nel terribile sviluppo di una guerra, spinta fino alle più cruente ed esanimi conseguenze.

Tutto attorno all’abside di questa chiesa, adibita ad ossario dei caduti di tale battaglia, c’è un fitto schieramento di teschi, compatto, ordinato, irregimentato nel metaforico vessillo di chi non è più, ma che seguita, anche con i contorni che paiono denotare un propria espressione, ad insistere sulla scena di questo mondo, con una sopravvivente e svelata forma di vita terrena.

Modo di onorarne il sacrificio, come la retorica di ogni tempo celebra le vittime di espiate soluzioni militari, l’averne disposto, a tutta vista, un loro vertiginoso e molteplice allinearsi, oltremodo evidente agli occhi di chi rivolge lo sguardo all’altare di questo luogo consacrato, è un dato di fatto che dura di gran lunga da oltre secolo.

Recuperati, un decennio dopo, rispetto al tempo decorso dall’accennata battaglia ottocentesca, quanti erano stati sepolti in loco, in un ampio raggio territoriale di sommaria sistemazione, erano stati richiamati alla luce, riesumandone, di fatto, il cadavere, come, fra l’altro, l’Enciclopedia Bresciana, tiene traccia, nel riferire, pure, che “venne organizzata una vasta azione di recupero dei resti mortali di 9492 salme, recupero per il quale venne in aiuto una delle “Società degli Ossari” poi “Società di Solferino e San Martino”. L’opera venne affidata a 792 uomini divisi in 132 squadre che apersero 1667 fosse (…)”. Venne a ricordo posta nel 1878 un’epigrafe latina dettata da don Michele Simoni che suonava: “Indiscretis militibus/ date vota/ hostes in acie/ fratres in pace sepulcri Una quiescunt” che tradotto dice “Ai soldati indiscriminati/ date voti e dite parole di pietà/ Nemici nella battaglia/ fratelli nella pace del sepolcro/ riposano insieme uniti”.

L’operazione, conclusasi nel tuttora visibile risultato di una ingente dimostrazione visiva di ciò che appare evocativo di quanto era rimasto di chi, per la soluzione pugnace del momento, ci aveva, nel vero senso della parola, “rimesso la testa”, si era modellata in stretta aderenza ad altre iniziative commemorative del medesimo ed importante avvenimento militare del 1859.

La famosa torre ciclopica, con tanto di museo, insieme alla consacrazione monumentale dell’intero comparto dei relativi reperti bellici, legandosi all’ombra dei fatti precedenti e successivi, secondo il corso del pervicace spettro politico risorgimentale di riferimento ed anche la conversione, pure in letteratura, del loro stesso dispiegamento, paiono aver ulteriormente velato, oltre al già disceso sipario dell’estremo trapasso dei caduti in battaglia, questa sequenza sepolcrale e patriottica di teschi messa a bella posta.

A somma di tale articolata dimensione che compone i vari aspetti con i quali si desume l’immagine di questo lugubre recesso, tragicamente sofferto, sembra che il computo delle più affini e remote corrispondenze abbia in carico il poter, a riguardo di ciascuno di tali spoglie mortali, prefigurarne la composizione avuta prima rispetto alla stima finale, immolandosi per una bandiera, durante un’ennesima guerra senza scampo, che aveva, poi, in loro, ineluttabilmente, impattato per il tramite del comportare tutto il resto.

Forse, impercettibili, fra gli alti cipressi, attraverso il chiaroscuro di notti di plenilunio, come neanche a farlo apposta, può, in ogni caso, succedere, come sempre, in vario modo, accade, nei tempi forti dell’anno, tale e quale è il 24 giugno, nel cono d’azione del solstizio d’estate, Solstizio e notte di San Giovanni di Monica Casalini ricorrenza per loro di un destino fatale, qualcuno di essi, deprivati del proprio teschio, adibito a parata, ne vanno in cerca, combattenti senza testa, nel macabro riflesso di un vitreo e gelido raggio di luna, come fatuo riverbero di una vita perduta, in un lontano giorno, tramontato appena dopo l’assopirsi di una tarda primavera, rimasta chiusa nel sangue versato in un’estrema e sfortunata partita.