A pochi anni dalla sua, come si usa dire, scomparsa, si tiravano le somme, rispetto a tutta una sua poderosa eredità letteraria.

Della sua figura monumentale, anche nel senso fisico, in quanto vero e proprio, della parola, Brescia concorreva a metter carne sul fuoco, per alimentare il già lauto convito commemorativo, bandito in plurima sede dagli estimatori di lui.

Carducci non poteva essere estraneo alla città che, secondo una certa vulgata era stata da lui, celebrata, mutuandola da un’ideazione epica di Aleardo Aleardi, con una sua creazione poetica, mediante l’eroico appellativo di “Leonessa d’Italia”.

A questa espressione retorica e magniloquente, in tempi presenti, si riconducono quanti con un frasario spiccio e stereotipato intendono, con un omaggio a buon mercato, recare vanto alla città dove hanno un qualche nesso di pubblica sembianza o di rivendicata appartenenza.

Diverso impegno, è l’andare in maggiore profondità, pure oltre alle due note parole accennate, fra il femminile predatore felino e la patria sopraggiunta, aggregatasi insieme allo Stivale, da un presunto italico sentore, esploso in una vittoriosa ed in una omologata chiave risorgimentale.

Pare ci sia da applicarsi, secondo la comprensibile opportunità del caso, per penetrare lo scritto, su più punti, argomentato da Lorenzo Gigli, a proposito delle stime interpretative della poetica carducciana, come le stesse appaiono divulgate, nel modo in cui risultano siano state condivise da una platea di lettori prevalentemente bresciana.

Trattasi di quel 23 ottobre 1911 quando dalle pagine del giornale “La Sentinella Bresciana” emergeva l’andare diffusamente a sviluppare il titolo posto a preludio del pezzo, ad esplicita vocazione culturale, espresso nei termini di “Carducci e noi”.

Tutto ciò riporta all’ingente ed alla carismatica personalità di Carducci, insigne letterato ed altrettanto noto massone, sebbene con una maggior sua fama naturalmente connessa al suo apicale ruolo di autore, percepito, mediante questo quotidiano, nell’alveo tutto bresciano dove aveva trovato visibilità in una vasta risonanza, sul piano locale, dal momento che stemperata in una città, capoluogo di una fra le più estese province d’Italia, dove, fra l’altro, non manca una via toponomasticamente dedicata a tale poeta e scrittore.

I rapporti con il bresciano pare che siano stati molteplici per Giosuè Carducci (1835 – 1907) sia in relazione all’attenzione verso certi spunti legati ad alcuni riferimenti del luogo, come nel caso dell’ode alla “Vittoria”, famosa opera classica interessata in questo 2020 ad un restauro conservativo, forse però sagoma alata immemore di tale roboante verseggiare che le è evocativo, e come, fra altri motivi, delle parimenti significative odi “Sirmone” ed “A Desenzano” che, anche nel territorio, riconducono Carducci ad una almeno dichiarata dimestichezza con l’ambiente nostrano.

Nel periodo immediatamente iniziale della guerra per la conquista della Libia, un approfondimento a riguardo di ciò che fosse, all’epoca in atto, cioè ad una manciata di anni dalla sua dipartita, un motivo ispiratore perché un allora giovane critico letterario di nome Lorenzo Gigli (1889 – 1971) ponesse l’attenzione anche su un certo particolare.
Un elemento del tutto degno, con il senno di poi, a causa di una corrispondente similarità, di essere accostato con un equivoco informatico proprio da traduttore automatico, ma già in quei giorni, così lontani dal digitale, verificatosi in un dato deprecato spaccato che era stato da lui osservato: “(…) Può essere interessante leggere i saggi di alcune traduzioni tedesche e inglesi del nostro Poeta: dove, ad esempio, il nostro verso di Davanti a San Guido: “Nè io sono per anco un manzoniano…” diventa nel testo inglese “And neither am I a Small calf with a bell” che significa, press’a poco “E nemmeno son un piccolo manzo con la sua campana al collo!…”.

Nell’onda di ritorno in combinazione con l’avvenuta deriva al largo del tempo infinito, fino nell’oltretomba, di Carducci, la disamina del tipo di retaggio in atto per le pubbliche iniziative di considerazione rivolta al noto e stimato personaggio, pare passasse attraverso una certa reprimenda verso i “postumi laudatori incessanti”, alludendo al genere di quelli che, nell’ambito dei lavori di una apposita commissione, nel frattempo istituita per l’analisi dei manoscritti minori lasciati dal poeta, avevano promosso la pubblicazione di quanto, da un altro punto di vista, poteva rientrare, invece, nei componimenti da trattenere “nell’oscurità benevola di una scrivania”.

Fra queste opere, era ritenuta pure una serie di “Rime giovanili o diarii borghesi o studi storici e critici, varianti filologiche che l’autore aveva da tempo rifiutate e di cui basta conoscerne l’esistenza per ammirare di più, se mai, la sua infaticata operosità che lo rendeva sempre più incontentabile e valido della perfezione”.

Il difetto, circa il tanto darsi da fare, offrendo materiale nuovo da ricordare, era spiegato nella laconica osservazione che “Gli esaminatori delle reliquie carducciane hanno, senza dubbio, commesso un errore con questo non necessario proposito. Tutte egregie e illustri persone che l’amore del morto ha reso cieche e – come ha detto l’Ojetti – i manoscritti non si leggono e non si scelgono bene con gli occhi pieni di lacrime. (…)”.

Allusione al non molto tempo passato a riguardo dell’uscita dalla scena di questo mondo del famoso accademico ed anche indicazione di quale modalità fosse, invece, utile nel procedere a freddo attraverso la cernita dei frutti di una produzione ricca come tutta una vita, a proposito della quale era ritenuta appropriata la visione di Benedetto Croce (1866 – 1952) che aveva “(…) trovato per classificare la facoltà lirica del Carducci l’epiteto di poeta-vate e lo spiega così: il poeta-vate è una speciale qualità di poeta; colui che non si sta pago a manifestare le sue impressioni, per così dire, esclusivamente individuali di piacere e dolore, pianto e riso, simpatia e antipatia; ma che, animato da forte spirito etico, propone ai suoi concittadini, ai suoi connazionali, o agli uomini tutti, un indirizzo da seguire nella vita. (…)”.

La sfida ermeneutica era ritenuta in un auspicato e funzionale grado interpretativo, sicuramente consapevole della complessità di quel creativo cimento totalizzante carducciano, fra un travolgente trasporto personale e la ricaduta di una data concezione, assunta in un dato particolare che, anche a margine di un dibattito etico e sociale, si strutturava inevitabilmente sull’ispirazione a poetare, tanto che, quella fase storica di riflessione, incorsa postuma e dedicata all’autore toscano, aveva pure suscitato, all’intervento di stampa bresciano, il rimarcare che “(…) per bene giudicare di Giosuè Carducci bisogna sapersi tergere da ogni passione: che il soggetto che si prende ad esame ne fu tanto agitato da offuscare spesso nella mente del critico la serenità del giudizio. Il Carducci fu, sopra tutto, preso dalla passione politica: cominciò da giovane, continuò da uomo, fu combattente fin che visse. (…)”.