Brescia – Il diciassette novembre sta all’undici settembre, come date fattibili di essere ricondotte ad un unico filone d’interesse. Quello del tentativo della conquista della città di Vienna da parte delle orde ottomane.
Fra le due date, quella relativa alla contingenza bellica, avvenuta nel 1683, ha a che fare con la giornata della tarda estate, mentre, il sopra menzionato giorno dell’autunno inoltrato è il compleanno di fra Marco d’Aviano, religioso cappuccino, al secolo Marco Pasquale Cristofori (1631–1699), che aveva, fra l’altro, avuto un ruolo importante nel sostenere la causa delle nazioni europee, invase dalle agguerrite soldataglie della Mezza Luna.

Fatte le debite distinzioni, entrambe le giornate si prestano, attraverso le loro rispettive ricorrenze, anche ad un medesimo ambito di intrecciate pertinenze, per essersi, fra l’altro, questo frate rivelato, una delle figure determinanti per una reazione, fra più parti, fattivamente catalizzata contro le mire turche, proiettate nel cuore dell’Europa, secondo inconciliabili intenzioni avverse.

Proclamato “beato” da papa Wojtyla nel 2003, fra Marco d’Aviano, sembra rivivere anche nelle pugnaci memorie storiche che sono proprie di quel notevole spessore socio-politico dove, con l’andare del tempo, pare che lo scontro settario avvenuto sul campo militare, fra due blocchi di un retaggio culturale religioso contrapposto, sia stato cautamente riposto in un prudente e tacito pudore, quasi fosse, un poco, tenuto nascosto.

colestin-josef-ganglbauer
Colestin Josef Ganglbauer

Nativo del Friuli, è stato pure dalle sue terre friulane che un giornale, pubblicato ad Udine con il titolo di “Il Cittadino Italiano”, aveva, comunque, puntualmente ricordato il bicentenario della vittoria cristiana sui mussulmani invasori, recando un esplicito pronunciamento in materia, mediante la pubblicazione di un’altisonante missiva dell’allora papa Leone XIII (1810–1903), scritta all’arcivescovo di Vienna, il benedettino Colestin Josef Ganglbauer (1817-1889), con l’evidenza, impressa in prima pagina, di un lungo contenuto epistolare che era in linea con la sollecitudine pastorale di una lettera apostolica, apparsa sull’edizione, diffusa nella metà di settembre del 1883, di quest’organo d’informazione della stampa locale.

Fra altre più diffuse considerazioni, si chiedeva il Sommo Pontefice: “(…) Che poi sarebbe avvenuto se il nemico, impadronitosi di Vienna ed imbaldanzito per vittoria, si fosse rovesciato sull’Occidente? Ma era da temere una calamità di gran lunga maggiore. Dacchè a Vienna, non solo per l’impero e per la cosa pubblica si combatteva, ma per la stessa religione e per la fede cattolica. Quelle frequenti invasioni dei nemici miravano appunto a sostituire al Vangelo di Cristo ed a dilatare in Europa, la Maomettana superstizione: a ciò, una volta avvenuto, rifugge l’uomo e inorridisce il pensare le ruine, onde l’Occidente sarebbe rimasto oppresso. L’aver, pertanto, Iddio concesso ai principi confederati di uscir vincitori dalla battaglia di Vienna fu eminentemente salutare al nome cattolico. E meritatamente l’orbe cristiano esultante allora per tal successo pose ogni cura il rendere, al Dio degli eserciti, grazie speciali per beneficio sì grande. E tu, Venerabile Fratello, e gli altri Vescovi dell’Austria, al ritornare della memoria secolare di tanto avvenimento, opportunamente avete stabilito di rinnovare quelle dimostrazioni di pietà onde i vostri maggiori celebrano a preferenza d’ogni altro la recente vittoria. E poiché nella liberazione di Vienna era riposta la salvezza di tutta la cristianità, era naturale che a tal fine la Sede Apostolica tanto si adoperasse quanto di fatto si adoperò. Imperocchè tutti riconoscono, e qui di buon grado lo ricordiamo, che di quella impresa preclara e dei frutti che ne seguirono, la maggior lode a questa Apostolica Sede appartiene”.

Nel contestualizzare la dinamica degli evocati avvenimenti sopra riportati, nei quali i fatti commemorati avevano i loro specifici riferimenti di prospettiva accertati, papa Leone XIII esprimeva tali considerazioni coniugandole con un percepito senso della storia, affidato ad una perdurante diluizione del tempo, a margine della quale poter pure affermare: “Ma ciò di cui l’età dei nostri maggiori fu testimone, deve servire ai posteri d’avvertimento e di esempio e la commemorazione di grandi eventi allora è utile ed opportuna quando da essi traggano salutevoli ammaestramenti. Un’età caccia l’altra, il rapido volger dei tempi apporta ogni giorno avvenimenti diversi e pur tuttavia, nella stessa diversità, trovasi alcune rassomiglianze”.

Le “rassomiglianze” alle quali alludeva il Sommo Pontefice erano connesse ad un reputato dato di fatto secondo cui “Anche a giorni nostri la Chiesa è fieramente combattuta, sebbene altri siano i nemici, altre le arti. L’assalto alla Chiesa viene più dal di dentro, che dal di fuori: incruenta è la pugna, ma non meno accanita e funesta. E nel medesimo tempo si tenta di abbattere il supremo potere civile e di sconvolgere tutto l’ordinamento sociale. Contro male sì grande, hanno le istituzioni della Chiesa cattolica meravigliosa virtù: di guisa che, ove le forze dei due poteri cospirassero amichevolmente ad un solo scopo, se ne avrebbe molto più pronto ed efficace il rimedio. E il ciel volesse che queste cose che Noi sì spesso ricordiamo, penetrassero nelle menti degli uomini. Per la qual cagione vorremmo che quanti v’ha ogni parte che amano veramente la Chiesa, sorgessero forti ed animosi a difesa della madre comune e ad essa ciascuno si unisse, per cooperare, quanto è in poter suo, efficacemente alla salvezza pubblica e privata”.

Parole espresse ad eco allusiva della reale tendenza di una prorompente laicizzazione della società, secondo quanto riscontrabile a fine Ottocento, con ancora aperte le ferite dell’unificazione italiana, avvenuta anche ai danni dello Stato della Chiesa, oltre all’andazzo generale, dove, non da ultimo, insieme alla da poco avvenuta nascita del marxismo, si insinuava, ad esempio, una crescente contrapposizione fra classi sociali, anche modulata da nuovi soggetti politici, come il formarsi del Partito Operaio Italiano, fondato a Milano nel 1882 ed, una decina d’anni dopo, evolutosi nel Partito Socialista.

A fronte di una società in grande cambiamento, lo stesso papa avrebbe affrontato concretamente le incalzanti tematiche sociali dell’epoca, con quell’enciclica subito nota con il nome di “Rerum Novarum” (1891), affidata al corso di quella storia che, un secolo abbondante dopo, pare debba imporre ad una certa qual ingente parte d’umanità il dover fare i conti con una realtà, “mutatis mutandis”, simile ai termini allora descritti dal medesimo pontefice nel sottolineare, relativamente alla vittoria dei cristiani sui mussulmani a Vienna, che “fu certamente una grande calamità per le genti cristiane il dovere per lungo tempo o gravemente paventare della violenza e delle armi dei Maomettani, i quali si erano posti nell’animo, come già nella maggior parte dell’Oriente avevano fatto, di rapire all’Occidente il Vangelo di Gesù Cristo e d’imporgli un nuovo genere di dottrine, di leggi e di costumi abominevoli”.