Tempo di lettura: 5 minuti

In Comune, le cascine. L’eco dei cascinali era pervasa dal rimbombo figurativo dell’arte pittorica, rispettivamente utilizzato da un nutrito gruppo di artisti bresciani.

Anche attraverso una serie di iniziative, come quella di una partecipata collettiva di pittori, sembra sia passata una certa quota parte di sensibilità, ispirata ad un sentito attaccamento al territorio, che, a Leno, nella metà degli anni Settanta del secolo scorso, si era tradotta nella proposta di un corale evento espositivo, ospitato nella sede municipale del paese.

Tema, l’economia rurale, con l’indotto esperienziale, tradotto nelle più autoctone espressioni di tale rustica radice condivisa, intesa ad amalgama, di tutto un tipico bacino territoriale da cui ne era conseguito il configurarne una narrazione d’arte visiva, mediante i molti contributi espressivi che, su questa determinata tematica, si era inteso andare a concentrare.

Come ricorda l’apprezzato artista Pierangelo Arbosti di Ghedi, fra i vari partecipanti a questo estemporaneo convegno, indirizzato a catturare una diversificata testimonianza compositiva, rispetto alla natura della specifica realtà agreste presa in considerazione, si era trattato, analogamente alla riuscita interpretazione di una sua personale soluzione a coglierne l’essenza, di una sfida estemporanea volta ad immedesimarsi ne “La cascina tra cultura ambiente e tradizione”.

Il carattere, costituente la natura dell’iniziativa che risultava di fatto passibile di una valutazione, aveva sancito questo avvenimento nella veste di ciò che il quotidiano “Bresciaoggi” di mercoledì 23 aprile 1975, aveva provveduto a divulgare, pubblicando un apposito contributo di lettura, nel merito della notizia di quei lontani giorni di primavera, intitolando l’informazione, con l’annunciare: “Concorso d’arte a Leno. I pennelli in cascina”.

La memoria effettiva, a riguardo dell’avvenuto farsi carico di un coinvolgimento, attorno ad uno dei maggiori aspetti connotativi della comunità lenese e, più in generale, di un significativo tratto distintivo che era percepito come elemento di coesione, alla stregua di un condiviso ambito di assodato interesse, appariva pure racchiusa in questa traccia giornalistica che risulta sopravvivente, nell’originale taglio cartaceo con il quale era stata definita, transitando fino ad oggi, in una potenzialità documentaristica.

Un affaccio su quei giorni lontani, con indiscutibile diritto di veduta per tutti, emergeva da queste note di giornale, secondo il carisma esplicativo del loro brillante autore, nella persona del compianto critico d’arte Luciano Spiazzi, il quale non si esimeva di contestualizzare tale ispirazione organizzativa con il commentare che “(…) Poteva essere una buona occasione. Il tema era affascinante: “La cascina bresciana, cultura e tradizione”. Bisognava però fare i lunghi passi sulle aie e sotto i porticati, intuirne la razionalità mista al rituale dei campi e quel tanto di architettura spontanea che nell’inserire armonicamente la cascina nel paesaggio, ne fa anche l’espressione di un gusto e di un modo di intendere la vita a completamento della scelta del lavoro dei campi. E seguirne il tracciato dall’ieri all’oggi con tutto quel che implica l’adozione della macchina agricola. I motivi su cui lavorare erano numerosi. Si è, invece, preferito per lo più mettersi in prospettiva più o meno vicina o lontana e giù a spennellare il paesaggio oppure rivestire di panni propri il tema come se bastasse lo stile in se stesso a giustificare l’operazione (…)”.

Evidentemente, la circostanza aveva suscitato, in chi scriveva, alcune riserve, senza però impedire di riuscire ad evidenziare il merito di ciascuno dei più rimarchevoli partecipanti a questo concorso artistico che tanto aveva dato risalto a Leno, per via dell’avervi fatto convergere i molti apporti pittorici per una sua interpretazione, nel registro identificativo di un bucolico sfondo campestre, costellato da quell’architettura rurale che si modula tuttora nel territorio, rispetto ad altrove, con un proprio assetto rivelatore, nel farsi implicitamente carico di poter anche rappresentare l’insieme di quanto, con netta similarità, traspare da altri luoghi compromessi, nel bresciano, dal medesimo stile d’insediamento strutturale di isolate sedi rurali, secondo una assonante definizione.

Immedesimandosi in quei giorni coevi alla iniziativa, Luciano Spiazzi, seguitava a riferirne i contorni, consacrandoli nel novero dei possibili ricordi resistenti al tempo a venire, con l’aderire all’assecondato orientamento di massima per cui “Chiarito il punto alla giuria non è rimasto che scegliere dal mazzo una ventina di opere a suo giudizio da rilevare sulle restanti. Un po’ di impressionismo, un po’ di delicatezza poetica, un po’ di naivetè, un po’ di moderno, un po’ di altre sfumature”.

In un attento e compartecipe cimento di valorizzazione delle varie esperienze artistiche, riversatesi a Leno per dare risalto alla cultura contadina del territorio, mediante una sua intelligente valorizzazione, dalla penna di questo indimenticato critico d’arte ne era seguita una rosa di puntuali citazioni, capaci di configurare, mediante uno spaccato di considerazioni, i differenti crismi d’intesa creativa con una poetica di rappresentazione, esercente il reggere, in buona sostanza, il senso di un carisma ragguardevole, per l’intensità derivata da una efficacia d’evocazione, ritenuta pure feconda di ulteriori elementi per quell’approfondimento che andava oltre l’immagine catturata da una pur verosimile interpretazione, tanto che, in capo, a quei differenti manufatti artistici, le sottolineature giornalistiche si erano disinvoltamente esplicitate nel precisare che: “(…) Giovanna Motta cerca di fissare il silenzio della cascina in una buona veduta d’insieme, vivace e lirico Edgardo Beccalossi, qualche rosso che saltella con immediatezza, elegiaco nella nebbia della prima alba Lino Colosio, Ugo Vinetti tra i pochi è andato sotto il portico, in cascina negli istanti in cui il raccolto è in pericolo per il temporale, anche Luciano Migliorati ha portato in primo piano muri e figura, larghe ben costruite tarsie sovrapposte. Pure Pierangelo Arbosti, sulla via dell’alienazione tende a creare paradigmi, la campagna che affonda nel grigio fumo e il personaggio completamente chiuso in se stesso. Eugenio Busi è incisivo ed abbastanza efficace, anche se un po’ troppo more solito, greggio, ma proprio per questo, saporito Luigi Vezzoli, come un velo di orizzonti leggeri Luigi Veneziani, campagnolo nel senso esteticamente buono, è uno che la campagna deve conoscerla Giacomo Olini, animali e case rustiche e ludi radenti, netto e lucido a piani attentamente delineati Franco Rovetta, Canuto Chizzolini è tre volte naif, ma è la sua forza, spigliato e fresco Giovanni Mora, a posto Gianni Giussani, vedutina breve ma intensa quella di Fabiano Paterlini , Bruno Damini sta andando verso toni caldi che gli appartengono, luce e colori bellamente accesi in Francesco Cherubini. Restano Enzo Archetti che illanguidisce la pianura affetta da anemia inarrestabile, surrealista a modo suo Gianni Parziale e Giuseppe Belotti, con paesaggio occasionale, sorta di geografia bidimensionale intrecciata a sottili inquietudini esistenziali. Al concorso, sono giunte anche opere di scultura un po’ dentro un po’ fuori il tema proposto. Da rilevare in questa sezione alcuni prezzi estremamente alti. l.s.”.