La salute dei cittadini, in pieno periodo “Lombardo-Veneto”, nel distretto tredicesimo, amministrativamente rappresentato da Leno. Traccia di questa sollecitudine, espressa a garantire un servizio medico per la cittadinanza, emerge da una testimonianza dell’epoca, quando questa località della Bassa Bresciana si è trovata considerata, in un esplicito avviso riportato sulla carta stampata.

Trattasi della “Gazzetta Provinciale di Brescia”, pubblicata il 6 giugno 1847, quale mezzo di informazione, utilizzato anche per provvedere alla divulgazione dei termini di una necessità pubblica, presa a formale considerazione.

Nell’esteso distretto, avente Leno a maggior riferimento, serviva un medico da assegnare a Pavone del Mella. La procedura del tempo esigeva che si facesse un bando di reclutamento, per certi aspetti, simile, alla natura di quelli che, nella storia a venire, fino ad oggi, risultano praticati per assolvere alla copertura di incarichi legati alla motivata richiesta di un dato contesto, secondo la riuscita combinazione del momento, al vaglio di un certo assecondato assortimento.

I numeri di allora non sono quelli odierni, spesso straripanti di gran lunga rispetto a quelli molto più esigui richiesti, ma anche in quegli anni, tutti quanti, il più possibile, pare fossero da mettere nelle condizioni di conoscere che un posto da medico era da assegnare, in una qualificata posizione funzionale a mettere in pratica, nella scienza medica, tutto un proprio acquisito sapere da poter espletare.

La qualifica ricercata era di “chirurgo condotto pei poveri”, per la quale posizione professionale, tale giornale precisava che “(…) Chiunque intende di aspirare al suddetto posto dovrà presentare entro il suddetto termine al protocollo dell’Imperiale Regia Commissaria la propria domanda corredata dei seguenti recapiti: a) il diploma di libera pratica, b) gli attestati di nascita e di vaccinazione, c) il Certificato di attitudine fisica all’esercizio della condotta da assumersi col giorno primo gennaio 1848. (…)”.

Chi entrasse poi in gioco, per la conseguente selezione prevista, era specificato fosse in capo ad i referenti stabiliti secondo una non meglio svelata individuazione, traducendosi nei termini usati nel precisare che “(…) La nomina spetta al Consiglio degli estimati di detto Comune colla riserva della superiore approvazione, ed al suddetto posto va annesso il salario pagabile sulla Cassa comunale nella misura qui sotto indicata. Pavone – Popolazione anime n. 1434, salario annuo L. 551,72”.

Se tale avviso aveva come recapito, per aderirvi, la sede della parimenti citata “Imperial Regia Commissaria Distrettuale” di Leno, con termine 30 giugno 1847, a Milano, capitale del “Lombardo-Veneto”, convergevano, invece, le interessanti condizioni per partecipare ad una diversa proposta di impegno, pure riferita tra le pagine di questa pubblicazione, che, analogamente, promuoveva una opportunità selettiva, ma in ambito artistico, in modo da poterla leggere in una ottica significativa di quanto, alla viglia dell’entrata nel vivo del Risorgimento, alcuni aspetti concorressero, in modo distensivo, alla libera espressione artistica, promossa liberamente su un preciso contesto, del tutto avulso nella società del tempo da ogni presunto abbruttimento, se è vero che si andasse a pensare ad una sottile ed acculturata ispirazione ponderata, focalizzata nella pace di un dialogo aperto.

Dall’Imperial Regia Accademia delle BelleArti in Milano, si invitavano “(…) gli artisti pittori dimoranti negli Imperiali Regi Stati Austriaci a concorrere al premio costituito per testamento del defunto consigliere Accademico Architetto Luigi Canonica in lire austriache millesettecento (1700) che si terrà nel venturo anno 1848 sul seguente soggetto: Sofocle, poeta tragico ateniese, in età d’oltre 80 anni, citato da due suoi figli in giudizio con accusa di imbecillità, per escluderlo dall’amministrazione delle proprie sostanze, legge, dinnanzi ai giudici ed agli accusatori la tragedia dell’Edipo a Colono che aveva allora composta. I giudici meravigliati del sano giudizio e della forza di mente che si manifesta in quell’opera, assolvettero il poeta e condannarono gli accusatori – vedi Cicerone, De Senectute, cap. 7.”.

Tempo per consegnare i propri dipinti, portandoli direttamente nella sede della Accademia organizzatrice, era inteso entro la scadenza del mese di aprile dell’anno seguente, rispetto al periodo usato per dare notizia anche con questo giornale bresciano, che, con l’annata seguente, approdava nella storia al fatidico 1848.

L’avvento delle “cinque giornate di Milano” si sarebbe, poi, inserito in questo periodo di tempo, segnando il corso dei maggiori eventi assurti a risonanza per quei tragici frangenti, che, nel consacrare un’intensa ed eroica pagina del Risorgimento, certamente, nel minore effetto di altri appuntamenti, non ne avevano curato l’effetto, relegato, in questo caso, all’arte, a tutta apparenza marginalizzata in una linea posta in subordine rispetto ai più grandi interessi scatenati al momento, ridimensionandone l’effettivo spessore e la veridica portata, in una volubile fattibilità, in modo da renderla percepita, come forse, in alcuni casi anche oggi, come posponibile orpello culturale, di un procastinabile mero abbellimento.