Leno (Brescia) – Taglio del nastro da parte della moglie del sindaco. Pare che si usasse così, negli anni Cinquanta del Secolo Breve, e con questo gesto fulmineo e solenne, una volta assolta questa ricorrente formula di rito, anche la bella fiera di Leno entrava nel vivo.

Era il 22 maggio 1953, quando il “Giornale di Brescia” riferiva a proposito dell’apertura della locale manifestazione fieristica di San Benedetto, sancita da un evento inaugurale in cui, a margine del suo riuscito periodare, si riferiva che “(…) il rituale nastro tricolore è stato tagliato dalla gentile consorte del sindaco, Angelo Regosa. (…)”.

Stralci di memorie che attestano tutto un passato puntellato di quelle peculiarità attraverso le quali certe riuscite formule d’aggregazione ritmavano la vita comunitaria di quegli anni dell’immediato Secondo Dopoguerra, assiso su un piano di rilanciate speranze, circa l’avviata e promossa ricostruzione.

Leno, centro importante della Bassa Bresciana, occupava la cronaca del tempo, in una significativa proiezione di rimarchevole interazione territoriale, anche per via dell’ippica, stante il fatto che, in altra edizione del quotidiano, legata pure a quel periodo, un tal Pippo Spaventa, firma testuale in calce ad un resoconto giornalistico, andava affermando che “Fra le attività sportive bresciane deve essere citata con simpatia quella delle manifestazioni trottistiche. Ogni anno, l’ippodromo comunale di Leno presenta due giornate di corse al trotto per professionisti, nelle due domeniche immediatamente susseguenti alla grande corsa automobilistica delle “Mille Miglia”. Il ridente ippodromo della vivace cittadina della Bassa aprirà, anche questa stagione, i battenti, il 5 ed il 7 maggio prossimi, con riunioni dotate complessivamente di 2 milioni e di 200mila lire di premi. (…)”.

Era il 24 aprile 1953 e, molto prima di certe sopraggiunte fiere equestri, ideate, da allora a venire, anche in un simile panorama bresciano, di questa qualificata proposta agonistica si usava scrivere, ad inequivocabile traccia posta in un significato perdurante e solenne per i solerti e per gli esperti del settore, che “(…) La pista di Leno è ottima sotto ogni punto di vista e tutte le scuderie di stanza nei grandi ippodromi di S. Siro, dell’Arcoveggio, di Villa Glori, non mancano all’appuntamento. Quest’anno è stato poi creato un piccolo circuito lombardo in modo che, susseguentemente all’attività di Leno, la vicina Mantova organizzerà, nel famoso ippodromo del “Te”, tre giornate di gara in prosecuzione a quelle della pista bresciana; perciò l’appuntamento dovrebbe essere numericamente e qualitativamente più sostanzioso. (…)”.

La considerazione si imponeva in quella stima storica dove pare trovassero posto anche una serie di interessanti elementi di raffronto che, nella specifica contingenza dove si strutturavano le proporzioni di un esaminato periodare pregresso, vedevano il medesimo autore procedere al documentare un’ulteriore precisazione, evidenziata a lettura del medesimo avvenimento sportivo, secondo la quale “(…) Riandando ai primordi, si può ricordare che l’ippodromo iniziò la sua vita nel lontano 1924 con sporadiche riunioni; nel 1947 passò poi in gestione alla “Società Ippica lenese” che lo trasformò da pista di fortuna a vero e completo impianto degno di una grande città. (…)”.

Come se non bastasse, non mancavano le citazioni, oculatamente setacciate per argomentare questo evocato panorama di tutto spessore, evidentemente frutto di una visione attenta a coglierne le specificità di eccellenza, sottolineate a descrizione complessiva di quel comparto equestre in evoluzione, anche attraverso le esperienze di questa realtà territoriale, maturate sul posto mediante una diversificata e speculare affermazione di ottimi risultati e di amabile folclore: “(…) La passione giunge al diapason quando, fra i concorrenti, è in lizza qualche prodotto dell’allevamento locale. Infine, gli iniziati a questo bellissimo sport ricorderanno che la pista di Leno fu un tempo luogo di preparazione meticolosa e severa per i soggetti della scuderia di Daniele Palazzoli. A Leno fu preparato il grande cavallo Hazleton per andare poi a vincere il “Prix d’Amerique” a Vincennes; qui impararono a fare l’andatura campioni come Agrigento, Ostano, Marmolada, Arno. Come si vede, una fucina di trottatori. (…)”.

Alla vigilia della primavera, in avvicendamento sull’anno seguente, una diversa peculiarità d’interesse si faceva pure strada tra i giorni giunti ad essere, in questo caso, documentati dall’informazione che il “Giornale di Brescia” dava a proposito del “Perché alla fiera di Leno si affianca una mostra di pittura”, titolo espressamente messo nella pagina di cronaca, dedicata alla provincia, di quel lontano 19 marzo 1954.

L’appuntamento con la consueta fiera locale, ispirata al comparto dell’economia agricola ed allevatoriale, già embrionalmente condensata in un coincidente connubio agroalimentare, risultava valorizzato dall’apporto creativo di quell’arte espressiva che, fra i suoi emuli contemporanei, poteva aprire un’ulteriore dimensione fra gli stessi spazi fieristici, in ordine alla libera rappresentazione di una propria intima spinta intuitiva, volta ad una rispettiva composizione stilistica.

In un’esposizione letteraria di tutto rispetto, stralcio di letteratura instillata fra le pagine di un quotidiano fugace per l’edizione giornaliera che appare già incalzata da quella successiva, una tale, non meglio identificata, sigla “A.D.G.” sottoscriveva quet’articolo, divulgando la notizia della mostra d’arte visiva di alcuni autori del tempo, in seno alla fiera di San Benedetto, nel motivamente concludere che: “(…) L’auspicio primaverile sancito dalla ricorrenza del giorno di San Benedetto sia propizio anche al desiderio di chi tende ad avvicinare ed a far partecipare al mondo dell’arte coloro che ne sono normalmente lontani, con l’augurio di anticipare, in questo, la realizzazione di una fondamentale esigenza per la natura dell’uomo, fatta essenzialmente sotto la scorza della materialità della vita di ogni giorno, di insopprimibile necessità di infinito”.