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Uscocchi, pirati dell’Adriatico. Antichi predoni del mare, sono riaffiorati redivivi nella storia dei primi decenni del secolo scorso, grazie a Gabriele d’Annunzio che, con il loro nome, aveva individuato un gruppo di suoi fidati collaboratori, preposti ad intraprendere azioni piratesche per contribuire al non facile sostentamento di quanti si trovavano nell’estesa città marittima di Fiume, nel controverso periodo sfociato poi nell’istituzione della “Reggenza del Carnaro”.

Fine della Prima Guerra Mondiale. Mancata assegnazione all’Italia di tale caratteristica località prossima all’Istria. Conseguente a questo diniego, l’azione di Gabriele d’Annunzio e dei suoi seguaci, già dal poeta stesso battezzati “legionari”, finalizzata ad occupare la medesima città adriatica con un colpo di mano, rivendicandola all’allora Regno d’Italia il quale, a sua volta, non ricambiando l’arbitraria parata, ne osteggiava l’operazione non autorizzata, innescando un braccio di ferro con gli stessi emuli dell’eclatante iniziativa, poi fatti sloggiare dalle zone da loro occupate a suon di cannonate.

Intanto, dall’occupazione, al declino della medesima vertenza patriottica, sarebbero passati sedici mesi. Opera, per certi aspetti, anche da bucanieri, per quanto subito sconfessati dagli stessi referenti politici che rappresentavano il Paese in nome del quale questi combattenti si erano presi la briga di agire, l’impresa di Fiume era, in uno scacchiere internazionale alla stessa avverso, utilmente svincolata dalle convenzioni, al di fuori delle quali, si manifestava, andando a sovvenzionarsi pure per il tramite di autentiche prevaricazioni piratesche in grande stile.

Operazioni alla disperata, con guizzi da mariuoli, secondo cioè la disinvolta naturalezza di atteggiamenti non estranei all’estemporaneità approfittatrice dei fatti, attraversati da una disinibita spregiudicatezza nel modificare i piani di viaggio di alcuni appetibili piroscafi in transito nelle acque adriatiche e saccheggiarli, anche portando in trofeo le medesime imbarcazioni dirottate a Fiume, convergendole nel porto a loro imposto, rispetto alla loro originaria destinazione.

L’affermato giornalista e scrittore Costanzo Gatta, prolifico autore bresciano di numerose pubblicazioni e qualificata firma di altre apprezzate opere divulgative dedicate alla figura di d’Annunzio, affronta questo significativo tema, inscindibilmente compromesso con la cosidetta epopea fiumana, consacrando, nel volgere del centenario decorso da quegli avvenimenti, il suo puntuale volume storiografico, valorizzato dall’incombente portata di un anniversario coincidente, nel ricorrere all’emblematico titolo di “Gabriele d’Annunzio Uscocco”, pubblicato in centottanta pagine illustrate da immagini d’epoca, per la “Ianieri edizioni”.

Per la collana editoriale “Saggi e Carteggi dannunziani”, la presentazione del libro è di Franco Di Tizio, appassionato studioso delle mirabolanti vicende di Gabriele d’Annunzio, nella quale è, fra l’altro, evidenziato che “(…) ricorre quest’anno il centenario dell’impresa di Fiume e numerosi sono i convegni e le pubblicazioni che si occupano dell’argomento, in particolare delle varie sfaccettature collegate alla storica avventura dannunziana; in questo libro, Costanzo Gatta affronta proprio l’aspetto specifico dell’approvvigionamento delle vettovaglie che il Poeta affidò ai suoi uscocchi, un argomento trattato marginalmente dagli altri biografi dannunziani. (…)”.

La pubblicazione offre anche alcune pagine documentaristiche nelle quali sono immortalate le figure dei “principali personaggi”, implicati nel contenuto dei testi sviluppati fra gli schieramenti contrapposti delle azioni riguardanti i medesimi “uscocchi”, dando visibilità biografica sia ai più noti interpreti fedeli a d’Annunzio che ai loro avversari, come, fra quest’ultimi, “Nitti Francesco Saverio (1868 – 1953)”, “(…) contrario all’annessione di Fiume dell’Italia (…)”, ed, oltre, all’allora presidente del consiglio italiano, anche, ad esempio, “Simonetti Diego (1865 – 1926) Ammiraglio.

Dalla plancia dell’Andrea Doria è l’ufficiale che ha ordinato di tirare una cannonata contro il Palazzo del Governo di Fiume. Simonetti ha così, di fatto, chiuso l’avventura di Fiume il giorno di Santo Stefano del 1920”.

Analogamente a questi mirati elementi, un altro capitolo è, invece, ispirato a circostanziare, mediante una serie di riferimenti e di particolari geografici, le località evocate in questo libro da Costanzo Gatta, nell’accuratezza dell’autore di offrire al lettore anche la disponibilità degli estremi essenziali per la ricognizione delle zone di interesse rispetto alle numerose azioni che risultano rispettivamente sviluppate nelle dinamiche documentate nel volume medesimo, a sua volta chiuso editorialmente con una dettagliato ed altrettanto calzante indice dei nomi.

Fra le azioni descritte, anche alcune dimostrative, in un caso sullo stile del noto “Volo su Vienna” del 9 agosto 1918, quando si era concretizzato il progetto in cui “(…) la folle impresa di Guido Keller ebbe inizio all’alba del 14 novembre 1920. Decollato da Fiume con il suo aereo (un biplano Ansaldo Sva) una volta arrivato nel cielo di Roma cominciò a sorvolare il palazzo del Parlamento.

Quindi, gettò dalla carlinga una vaso da notte di ferro smaltato. Al manico era legato un mazzo di rape, il suo biglietto di vista ed uno scritto: Giunto a destinazione offro al Vaticano delle rose rosse per Frate Francesco, sul Quirinale lancio altre rose rosse alla Regina e al Popolo, in pegno d’amore”. (…)”.

Con diverse imprese, per lo più via mare, ma anche via terra, gli “uscocchi” di d’Annunzio hanno storicamente acquisito una dimensione propria, muovendosi in quello spartiacque temporale dove, da un lato, le vicende storiche ne avevano favorito il costituirsi e, dall’altro, un diverso corso degli eventi vedrà, invece, sulle stesse fare calare, in seguito, il sipario.

Regista lo stesso “Comandante” che, sorprendentemente, pare se la cavasse mettendo tutto in poesia, a quanto sembra, incorniciando tali scorrerie, insieme al suo riconosciuto carisma, tenendo insieme il tutto, ovvero una personale realtà onirica e, quanto meno ridondante ed eroica, con una alquanto disincantata prospettiva di utilità venale, pure nelle comprensibili necessità di vita.

Necessità di vita, non solo per i suoi fidati, definiti da Costanzo Gatta, scrivendo, fra l’altro, che “(…) non erano banditi, ma Robin Hood del tempo: toglievano ai ricchi per dare ai poveri (…)”, ma anche per gli altri beneficiari di tali avventurosi sistemi di approvvigionare una città intera, la località di Fiume occupata, appunto, evitandole la fame, riattualizzando, con stile, spesso in odore di caserma, in quanto con ancora l’eco di una guerra mondiale nello strascico dei vissuti del tempo, le ribalderie, cercando però di agire senza colpo ferire, di pirati anticamente in azione anche nel territorio conteso, per l’Italia, dal poeta-soldato, ma come ancora puntualmente scrive l’autore di “Gabriele d’Annunzio uscocco” “(…) per tante operazioni fortunate, altrettante furono fallimentari. (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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