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C’è davvero da perderci la testa nel libro che due giornaliste e scrittrici veneziane hanno pubblicato con Mare di Carta, casa editrice fondata e guidata da Cristina Giiussani, triestina di nascita ma veneziana a tutti gli effetti).

C’è da perderci la testa perché Donne Sante Dee: guida ragionata alla città di Venezia ha il grande pregio di raccontare questa strana, bellissima, infida e ruffiana città con altri occhi. Con altri, anzi, altre protagoniste e prospettive di storia. Un contributo di consapevolezza e di conoscenza che mancava.

Un’iperbolica danza nei secoli a metà strada fra poesia e politica. Poesia, per l’amore che Antonella e Daniela riservano a ognuna di queste donne. Politica, perché è quantomai rivoluzionario mettere nero su bianco nome, cognome, vita e storie.

Con questo libro Antonella Barina e Daniela Zamburlin hanno davvero restituito a Venezia il suo volto femminile. Eclettico ed esoterico. Mitico e popolano. Artistico e storico.

Hanno rimescolato le carte con maestria, passione e bella scrittura. Togliendo dal silenzio tante donne che in laguna sono nate o hanno vissuto. Non tutte, certo, lasciando spazio a una seconda puntata di questa necessaria avventura nella storia delle donne e della laguna.

«Anziché classificarle in base al ruolo, – scrivono Antonella e Daniela nell’introduzione – ci siamo concentrate su ciò che stava loro a cuore, sulla ricerca delle relazioni tra loro intercorse, sull’interdipendenza di vite ed eventi, narrando in tanti spaccati quell’unico straordinario affresco che è Venezia».

Sono ben 154 le donne raccontate, in ordine cronologico, e accompagnate da oltre 500 fotografie e illustrazioni di luoghi veneziani. E per ciascuna, una rete minuziosa di piccoli e grandi rimandi, itinerari alternativi, monumenti e opere d’arte nascosti all’occhio distratto.

Si parte con Tethys, la dea del mare, la più antica divinità marina del Mediterraneo, figlia di Urano, il cielo, e Gea, la terra. Moglie e sorella di Oceano e madre di almeno tremila “oceanine”. La puoi trovare a San Marco raffigurata in un bassorilievo dell’arcone centrale della basilica mentre cavalca un dragone a due teste. A lei è riservata anche la splendida foto di copertina, firmata da Mita Barina Silvestri: la Thetis tutta d’oro che allatta il dragone.

Si chiude, dopo una cavalcata di 300 pagine, con la cantante e raccoglitrice di canti Luisa Ronchini che era nata sì a Bergamo ma che aveva eletto Venezia come suo luogo dell’anima e di vita.

Nel mezzo ci sono altre 152 figure femminili. Ancora dee come Potnia Theron, la signora degli animali che si trova al Ponte dei Sospiri o le sfingi di Riva del Vin, appena giù dal ponte di Rialto.

Eppoi, dogaresse come Maria Partecipazio, figlia del doge Angelo e alla quale si deve una tradizione molto amata anche dai veneziani di oggi: l’offerta alla propria sposa o morosa di un bocciolo di rosa rosso, il bocolo, ogni 25 aprile che a Venezia è prima festa di San Marco patrono e poi della Liberazione.

Assieme alle figure storiche e conosciute come Caterina Cornaro regina di Cipro, ci sono  ostesse come Antonia che aveva un’osteria in riva del Vin, badesse come Agnesina Morosini che stava al convento di San Zaccaria, alle spalle di piazza San Marco, sante d’oltremare come Caterina d’Alessandria cui è dedicata una piccola e struggente chiesa (ingiustamente poco visitata) nell’isola di Mazzorbo, fra Torcello e Burano.

Impossibile elencarle tutte. Merita una citazione però l’indomita e virtuosa Anna Erizzo, sposa di quel Paolo che a Negroponte (la moderna Evia, in Grecia) venne fatto a pezzi dagli Ottomani: Anna pur di non finire nelle mani di Maometto II (e nel suo harem) si tolse la vita. La sua storia è raccolta alla Scuola degli Albanesi, vicino a campo San Maurizio.

E perché mai dimenticare Elisabetta Caminer Turra, veneziana purosangue, giornalista settecentesca, prima direttrice ed editrice di giornale al mondo.

Fra le contemporanee, Antonella e Daniela con coraggio inseriscono Lauretta Masiero e Maria Perego. L’attrice e la mamma di Topo Gigio erano nate proprio a Venezia sebbene la vita e la carriera poi le avrebbe presto portate altrove.

La Guida racconta anche un’americana, quella Peggy Guggenheim che fece di Venezia la sua casa e il suo personale museo, una psicologa che partecipò alla chiusura dei manicomi (Franca Ongaro non era “solo” la moglie di Franco Basaglia), un’operaia sindacalista nonché politica (Anita Mezzalira, prima assessora comunale), la voce dei primi appelli alla salvaguardia della città (Teresa Foscolo Foscari, la “contessa rossa”).

L’invito è di prendere fra le mani questa Guida. Leggerla, guardarla, farsi aiutare a scoprire una città “complementare” a quella normalmente raccontata, una città che è esistita davvero, nonostante le fatiche dell’oggi. E che disperatamente, nei suoi ultimi abitanti, cerca di ritrovarsi.

Passeggiare per Venezia dopo aver letto questo libro sarà davvero un’altra avventura.

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