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Cosa significa essere una pianta? Le piante come comunicano? Sono esseri viventi intelligenti? In quale rapporto siamo noi con loro? Perché dobbiamo smetterla a considerare il mondo vegetale come un qualcosa di passivo e immobile?

Oggi i progressi della neurobiologia ci stanno regalando un’immagine tutta nuova delle piante, dei fiori, del complesso mondo vegetale che ci circonda. Ci convincono a guardare con altri occhi questa alterità onnipresente ma, sembra, così lontana dalla nostra comprensione e anche, spesso, dai nostri occhi.

C’è un libro, appena uscito dalle edizioni Sonda, che con grande semplicità di linguaggio cerca di rispondere a tutte queste domande. Un viaggio dallo sguardo che Aristotele e Platone fino a Rousseau e Darwin avevano di questo mondo dimenticato.

Un’avventura nella cultura e nella scienza che ci convince quanto sia assurdo pensare che le piante siano dotate di intelligenza così come la intendiamo noi umani: ovvero quella capacità “di regolare il proprio comportamento lungo tutto l’arco della vita”. E di conseguenza asserire che no, no, le piante non sono intelligenti. Quasi quasi non sono neppure esseri viventi.

E’ con sollievo che l’agronomo francese Jacques Tassin – autore di questo Come pensano le piante? – ci risponde che no, la pianta non è intelligente secondo il nostro metro. Non memorizza nulla, né prevede. Per dirla con Hegel, è condannata all’immediatezza. Piacevolmente condannata al qui e ora.

Ma ciò non significa che sia un difetto o che la privi di una certa forma di consapevolezza. Perché sia pur senza “intelligenza” e “consapevolezza” – intese alla maniera di noi umani – la pianta è un essere che funziona meravigliosamente.

La sua “intelligenza” affonda nelle radici. Nel richiamo degli uccelli e degli insetti che la portano nel mondo. Nelle chiome che ondeggiano al vento e vivono di aria e luce.

Ciò che perde a causa della sua immobilità, lo guadagna in flessibilità e adattabilità. Le sue ferite non si cicatrizzano. La spingono invece a rinnovarsi. Sempre. Di continuo.

“C’è nella piante” spiega Tassin, “una naturale continuità che è terribilmente carente nell’animale. Non sorprende quindi che il mondo sia molto più ricco di piante che si animali”.

E poco importa se di loro non sappiamo quasi mai i nomi, non li ricordiamo, li sbagliamo, non riusciamo a memorizzarli (neppure di quelle piante sui nostri balconi e i nostri giardini).

E’ di conforto che per Tassin, come per Rousseau, prima di tutto le piante bisogna amarle.

La capacità di nominarle, sarà confortante per il nostro ego, ma non è sufficiente: “Paralizza il nostro sguardo in una prospettiva lusinghiera per quanto riguarda le nostre prestazioni cerebrali, ma non ci insegna nulla sulla pianta se non prosegue in una contemplazione attiva”.

Guardiamole, ascoltiamole, accompagniamole queste piante che ci circondano. E ogni tanto fermiamoci e chiediamoci perché questo mondo che rappresenta il 99% della biomassa terrestre attira così poco la nostra attenzione.

Forse perché solo non conoscendo e non amando possiamo distruggerlo. Come stiamo facendo.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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