“Mi chiamo Monica Falocchi e lavoro presso gli Spedali Civili di Brescia. Il primo paziente è arrivato il 23 febbraio e nel giro di quattro giorni eravamo già praticamente con la metà della terapia intensiva occupata.

L’affluenza in pronto soccorso si faceva sempre più sentire e i pazienti erano veramente impegnativi perché in insufficienza respiratoria grave.

La concentrazione, lo stress e l’adrenalina sono andati a mille”.

Inizia così il racconto di Monica Falocchi, l’infermiera di Brescia immortalata dal ‘New York Times’ e divenuta il volto simbolo della lotta al Coronavirus, rilasciato in occasione di uno speciale online dedicato alla professione e realizzato dalla Fnopi per la Giornata internazionale degli Infermieri che ricorre oggi.

“La copertina del ‘New York Times’ è stata assolutamente un caso- racconta ancora l’infermiera, caposala della Terapia Intensiva degli Spedali di Brescia.

“Era una giornata come tante altre e nel delirio più totale ho ricevuto la telefonata del mio direttore, il quale mi informava che nel suo studio c’erano giornalisti, a cui lui aveva rilasciato delle interviste, che necessitavano di scattare delle fotografie per un reportage sugli ospedali anche di Bergamo e Milano.

D’istinto ovviamente gli ho risposto: “Ma ti sembra il momento di scattare delle foto? Eravamo veramente molto impegnati, ma mi promisero che avrebbero fatto solo qualche scatto e che poi mi avrebbero liberata”.

Monica Falocchi, arrivata dai fotografi, aveva ancora indosso la mascherina, ma “mi chiesero di toglierla- fa sapere- gli risposi ‘d’accordo, facciamo queste foto.

Poi ci salutammo. Qualche giorno più tardi, venni a sapere che la mia fotografia era stata pubblicata sulla rivista, ma solo dopo, quando mi arrivò il link, mi resi conto che il mio scatto era in copertina”.

Come ha reagito l’infermiera di Brescia a questa visibilità, lo spiega lei stessa nello speciale video della Fnopi: “La prima cosa a cui ho pensato- fa sapere Falocchi- è che questa mia visibilità fosse assolutamente un’occasione per far conoscere il nostro ruolo fondamentale di infermieri e per non essere sempre messi al secondo posto”, conclude.