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Tra i cinque elementi, il fuoco persiste nella realtà, tanto quanto resiste nella storia per ciò che riguarda un dato luogo, mediante il riverbero delle fiamme emergenti dalla memoria che vi coesiste, legata al nesso con parte del passato che vi sussiste.

A vari livelli, l’avvenuto verificarsi di una serie di roghi rivendica, fra causa ed effetto, quella quota percentuale di fatti, rubricati senza ritorno, che, storicamente, contemperano le notevoli devastazioni dove si conclude, con la combustione, il loro fatale ed inesorabile dispiegamento.

Tutto ciò pare non imbarazzasse l’estensore di una proposta di lettura, apparsa sulla testualmente editata “Gazzetta Musicale di Milano” del 6 aprile 1856 in cui, a tema di fuochi devastatori, se ne focalizzava pure l’utilità, foss’anche solo per il conseguente rinnovo strutturale di ambienti, subentrati di fatto alla svolta pirica, come, in tale riflessione erano intesi gli spazi teatrali, elogiati all’indomani di interventi di ripristino, con i quali, questi contesti culturali erano stati, poi, restituiti all’impiego originario, interrotto, in pari sede, dalla tabula rasa incendiaria, rivelatasi volano per riprogettazioni, spinte fin nei minimi particolari.

Assimilabili, per certi aspetti, ai fuochi estivi, ma al di fuori delle omogenee ed indistinte aree boschive, certi roghi ricevono anche la notorietà di un “nome e cognome”, come, con questo, si vuol alludere, fuori dall’anonimato, ad una nota e specifica loro altisonante ubicazione, circostanziandosi, fra gli altri, al caso del “Teatro La Fenice” di Venezia, bruciato al tempo dei poco più di quei cinque lustri decorsi che la storia recente separa, ad oggi, dall’infausto evento, mentre, ancora, il fuoco rivendica una netta rilevanza nelle cronache, purtroppo, di gravità ricorrenti, per lo più, legate ad un notevole danno ambientale, pure diversificato nei vari continenti.

A proposito del riversarsi di tale tragica evenienza nei teatri, ci si pronunciava, fra l’altro, nel giornale ottocentesco accennato, sottolineando pure che “(…) Il pericolo che sta sopra di continuo ai teatri, il nemico che li minaccia d’inevitabile distruzione è l’incendio. Tutti devon perire di fuoco, è questo il loro destino. Furono proposti vari mezzi per rendere i teatri incombustibili, ma essi continuano ad abbruciare come per lo passato. Rimane a sapersi se questo sia veramente un male, perocchè tutte le volte che le fiamme divorano un teatro, quello che sorge sulle sue rovine è sempre molto migliore; tanto è vero che, dopo l’avvenimento, ognuno si consola al pensiero di fabbricare un nuovo edificio più elegante, più comodo e più adatto ai bisogni dell’epoca in cui viviamo (…)”.

L’azzardo di tale assunto, circa l’ammissibilità di un bene scaturito da un male, non poteva che intitolarsi nell’esplicitazione di quanto pubblicato, introducendo lo scritto con la scelta tematica dell’indicare al lettore la parimenti dichiarata “Utilità relativa agli incendi nei pubblici teatri”.

Unitamente ad altre considerazioni, circa, ad esempio, il citare la tendenza, come appare allora in atto, durante il profilarsi all’epoca dell’uscita in stampa di questo giornale, cioè del disporre in forma ellittica le “sale destinate agli spettacoli”, avveniva che una non meglio identificata lettera “P” firmava, in queste pagine, il mettere in chiaro la propria ispirazione, argomentandola, nello scrivere, in conclusione, che “(…) Sarebbe gravissimo errore rendere i teatri incombustibili, giacchè il fuoco viene a rinnovarli molto a proposito; viene a fissare geometricamente la loro forma, tanto che, da ogni punto, l’occhio dello spettatore possa dominare sull’intiera apertura della scena; a stabilire le linee architettoniche in guisa che tutti possano vedere e udire, così dai palchetti come dalla platea; ad avvertire che nulla frapponga ostacolo alla propagazione delle ondate sonore che procedono dal palco scenico all’orchestra; a facilitare l’ingresso e l’uscita, per guisa che, in occasione di folla, (come, verbigrazia, alle feste da ballo in maschera) non si corra il rischio di rimaner soffocati ad una sola e medesima porta, sproporzionata quasi sempre alla sala ed alla gente ch’essa contiene; a disporre la scena in maniera che si presti a tutte quelle combinazioni che hanno per oggetto l’illusione dello spettacolo, e che faciliti il servizio degli artisti e degli impiegati; a procacciare, infine, agli spettatori, trattenuti per tante ore in teatro dalla mania che signoreggia in giornata, (da parte de) i compositori di scrivere opere di quattro o cinque lunghi atti, a procacciare, diciamo, comode e soffici seggiole, divise in modo che ognuno possa stare al proprio posto, senz’essere obbligato a storpiarsi per far luogo all’indiscreto che vuole, ad ogni costo, mettersi a sedere, tuttochè sia arrivato allo spettacolo un’ora più tardi di tutti gli altri (…)”.

Fuor di metafora ed anche al di là di ogni provocazione, con la quale, ai roghi, era attribuita la valenza di una via pratica di risoluzione, funzionale una successiva evoluzione, c’era chi, in quel periodo, si era posto il problema di contrastare, invece, le fiamme, sprigionate da un certo qual genere di sempre censurabili evenienze, contribuendo, al caratteristico ritratto di quel tempo, nel parlare di sé, a motivo della messa a punto di un mezzo, assurto a prototipo di intervento.

Era notizia del 17 maggio 1845, il pubblicare, fra altre informazioni messe in stampa, a proposito dei particolari di “Una nuova macchina per gl’incendi”, come “La Gazzetta della Provincia di Lodi e di Crema” di tale giorno, aveva sviluppato fra le proprie brevi pagine, precisando che: “Il signor Kessels, maggiore d’artiglieria nel Belgio, inventò una nuova macchina per gli incendi e la chiamò il “Salvatore”, per mezzo di essa, con maggiore facilità ed efficacia di ogni altra sin d’ora in uso, si getta l’acqua in tutte le direzioni e si può dominare il fuoco pure rimanendo discosti dalla facciata degli edifizi. (…)”.