E’ la prima metà dell’ottocento quando, le pagine ora giallastre e spugnose degli Annali della Medicina redatti da Annibale Omodei in un’edizione conservata nell’ospedale di Chiari, riferivano alcuni curiosi e singolari aneddoti di studio scientifico, così come erano stati rilevati ed approfonditi dagli specialisti medici del tempo. Fatti che destavano impressione non solo ai non addetti ai lavori, ma anche ai medici ricercatori per i quali l’attenzione professionale e l’analisi accademica erano le molle principali della deontologia ispirata allo sviluppo ed al progresso della propria arte sanitaria.

Gli Annali della Medicina, divisi in più esemplari con un’unica edizione nell’arco delle dodici mensilità di tutto un anno, erano messi in stampa per chiari scopi di documentazione e di informazione che, in una serie editoriale compresa fra l’inizio e la fine dell’ottocento, testimoniano tuttora l’interpretazione medica del tempo legata a tematiche ben precise. Gli Annali del 1824 esordiscono con una stampa (vedi immagine) che ritrae un volto umano con una particolare escrescenza che forse supera quanto anche la più brillante fantasia può congetturare.

Sembra infatti di andare a evocare forme e creature della mitologia classica, rimanendo però increduli se le stesse siano realmente apparse sotto il sole, oppure se fossero una pura invenzione fantastica di un estro poetico chissà se ispirato a qualcosa di reale, anche se raro e nascosto. Dallo stesso libro si sa infatti che il personaggio ritratto era realmente esistito e, con il nome di Paolo Rodriguez, faceva il facchino in una località del Messico. Quanto però l’ha condotto a diventare famoso, addirittura su una pubblicazione scientifica, è stata però quella robusta botte che, rotolando, andò a fracassargli la testa ed, insieme ad essa, un’escrescenza che, per pudore, l’infortunato nascondeva sotto un fazzoletto, abitualmente tenuto fasciato intorno al capo.

Storia di un uomo che portava alla testa un’escrescenza cornea”: così il prof. Cevallos iniziava a trattare l’argomento accennato che trova pubblicazione a pagina 265 del volume 32 dell’Annale di Medicina dato alle stampe nel lontano 1824. Il professore descriveva la strabiliante scoperta con queste parole: “….si scoprì che sul lato destro della testa portava un corpo duro che non avea meno di quattordici pollici di circonferenza e che, ad alcuni pollici dalla sua base, dividevasi in due rami principali che formavano due grosse corna curvate all’indietro e più in alto, era rotto verso l’unione del terzo inferiore coi due terzi superiori, come se l’estremità fosse stata portata via a schegge da un colpo violento. Dal ramo anteriore, a tre pollici circa dalla sua origine, discendeva un’altra ramificazione molto più piccola, sul lato della guancia, coprendo porzione dell’apofisi zigomatica e dell’osso mascellare…“.

Più oltre lo stesso autore meglio specificava: “l’escrescenza di cui si tratta era di natura cornea e, come le corna di un ariete, offriva molte nodosità e strisce alla superficie, come se fosse formata di strati successivi: si poteva raschiarla con un coltello, e messa sul fuoco esalava un odore analogo a quello delle parti cornee degli animali“. L’inquietante resoconto riferito ad un essere umano, del tutto in carne ed ossa e non preso a prestito da leggende di mostruosità, veniva integrato anche da altrettanto sconcertanti ed analoghe scoperte rilevate fra altre persone. Negli Annali della Medicina non è certamente nuova la ricordanza di questa deformità, la quale, comunque rara, è uno scherzo di natura già più volte osservato sopra diverse parti del corpo e in diverse età della vita. (…..)

Del resto Aldovrando parla di un fanciullo di dieci anni che si era presentato all’ospedale di Bologna per farsi segare un corno della grossezza dell’indice che portava sul capo. De Thou e Bartolino ricordano un francese, per nome Trouillon che nel 1599 si faceva veder in Parigi per curiosità, appunto perché sulla fronte portava un grosso corno, di forma analoga a quello di un ariete. Planque, nelle sue Novelles de la Republique des Lettres (Juiliet 1686, pag. 790) ha raccolto molti fatti e diverse monografie sulle corna e le ugne deformi osservate nell’uomo. Il giornale di Trevoux (anno 1707, pag. 1122) fa menzione di una giovane che sul parietale destro portava un corno lungo cinque pollici e mezzo, che fu estirpato felicemente. L’undecima osservazione anatomica di Cabrole, riguarda un uomo, chiamato Gay che aveva sulla fronte un corno di nove pollici. Il signor Scudder, proprietario del museo di Nuova York, certifica di possedere un lungo corno di sette pollici, stato estirpato, dopo la morte, dalla testa di una vecchia dama di quella città. Tal corno dall’apofisi mastoidea s’innalzava lungo l’orecchio ed era il rampollo di un’antica escrescenza analoga che era stata segata. Il dottor Chatard dice d’aver veduto a Baltimore, ove soggiornò per più anni, una vecchia che portava sul naso un corno lungo più di un pollice, un poco simile per la forma, a quello del rinoceronte. Tutti questi esempi provano che di tempo in tempo si sono osservate escrescenze cornee; ma nessuna ha presentato la forma triforcuta, né l’enorme volume del corno del Messicano”.

Racconti arcani e misteriosi di esseri umani dagli aspetti bestiali pullulano in storie di tutti i tempi ed, oggi, sembrano fondersi anche nelle controverse ed ipotetiche congetture sugli extraterresti, come esotici marziani dei quali si fantastica il loro incontro, capace di variare il panorama vivente del pianeta terra. Su tutt’altro piano, la tradizione popolare di strane creature riferisce di esseri che vivono il loro genere curioso a vari livelli: le ninfe lungo i corsi d’acqua e negli stagni, gli gnomi nel ventre della terra e negli alberi, le salamandre nel fuoco e le sirene nel mare così come affermava Paracelso (1493- 1541) in Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris et de caeteris spiritibus.

Capita che nella realtà veritiera, non appartenente alla vaga letteratura di discusse ispirazioni, perché legata alla precisione di verifiche scientifiche, accadano eventi in grado dare sostegno alle teorie più astratte della tradizione popolare. In “Descrizione di neonato mostruoso“, come resoconto a firma del dottor Giacinto Sachero, si legge di un nato, probabilmente in Sardegna, dalle sembianze simili a quelle di una sirena (vedi immagine) che, morto dopo essere venuto al mondo, diventò oggetto di studio per il proprio insolito aspetto.

A pagina 96 del volume 55, edito nel 1830, degli Annali di Medicina della citata opera custodita nella sede ospedaliera di Chiari, si legge la descrizione dell’aneddoto secondo le parole dell’autore: “Nulla di particolare presenta il capo di capegli guarnito, e le ossa del cranio arrivate sembrano a quel punto d’ossificazione che a novimestre feto si addice: dallo stato normale non si allontanano il collo, il torace e le estremità superiori che, anzi, di ben formate unghie sono le dita delle mani. La deformità, da quanto a prima giunta apparisce, incomincia anteriormente dal bellico (ombelico) in giù e posteriormente dalle prime vertebre lombari; difatti, mentre che queste ultime declinano obliquamente da destra a sinistra, formando un angolo ottuso colla spina, vanno inferiormente ad unirsi verso la metà dell’osso innominato sinistro, siccome sarà detto più sotto, e mancano del tutto il sacro ed il coccige; anteriormente poi il corpo va restringendosi rapidamente, vergendo parimenti da destra verso sinistra, e presenta un bacino incompleto, alla base del quale discende una produzione carneo-cellulare, lunga due pollici e larga un pollice e mezzo nel suo principio, la quale, fattasi successivamente più piccola, s’articola inferiormente, ad angolo quasi retto, con un’appendice lunga un pollice che da sinistra si dirige a destra e finisce in un punta quasi acuta: la cute però dal bellico (ombelico) in giù come eziandio posteriormente, non lascia vedere alcun rialzo, od apertura di sorta, sicchè mancano del tutto l’ano e le parti genitali…”.

Il caratteristico frasario forbito dell’epoca delinea i contorni del corpicino del neonato esaminato che dal medico relazionante viene comparato in un curioso e convinto raffronto anche con altri casi: “… Ecco un questione che parmi facil lo sciogliere, se si badi, non mancare esempi di ragazzi che vissero senz’alvo (ano) siccome, tra gli altri, di una fanciulla di quattordici anni, cui mancava l’alvo (ano), racconta l’antico Giornale di Medicina di Parigi, la quale però, previo dolori gravativi alla regione ombelicale, di quando in quando era sollecitata dal vomito di materie fecali, mentre le altre funzioni normalmente in essa si eseguivano. Sono frequenti le osservazioni di uscita dell’orina dal bellico (ombelico) e quindi stupir non si deve se in esso finivano direttamente gli ureteri. Conchiudendo, mostruosa e, a primo aspetto, mancante era la struttura di questo feto; ciò non però, la natura aveva saggiamente provvisto a che viver potesse“.

L’essere quindi, per quanto anomalo nella sua stranezza, aveva in sé gli elementi necessari per la vita, quasi fosse appartenente ad una propria tipica fattispecie che tanto scalpore però avrebbe suscitato fra gli uomini comuni che, come primo istinto, sono tanto inclini a notare più l’apparenza che l’interiorità dei loro simili. A maggior ragione nel caso di creature plasmate eccezionalmente dalla natura in fogge atipiche nei confronti della massa imperante, rappresentata dalla presunta ed assodata normalità.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.