“Santa Lucia”: anche nel 1890, quando una serie di contributi giornalistici, riguardo questa antica ricorrenza, dedicata alla martire cristiana, ne contestualizzavano la corrispondenza a vari livelli della società bresciana.

Per i bambini, ma anche per gli adulti, tale figura ispirava gli aspetti propri di una vecchia tradizione locale, per farne anche l’argomento di una rispettiva considerazione personale, in chi ne soppesava i contorni caratteristici di un folclore popolare, utili per adattarvi una propria interpretazione, spinta fino ai termini pubblicati su un giornale.

Anche il “Farfarello”, allora dissacrante periodico anticlericale, nell’edizione in stampa il 13 dicembre 1890, coglieva quest’annuale appuntamento, per proporzionarlo, però, a tutt’altro genere di assortimento, non mancando di tratteggiare l’irriverente caricatura di un alquanto improbabile pronunciamento che, testualmente, era trasposto nell’inventiva nella quale un tal prete era stato inteso predicare nello stile di un triviale vaneggiamento: “(…) con questi regali, voi mamme avete renduto più savii i vostri figli, e li avete indotti a venire in chiesa a pregare in atto di ringraziamento. E questo è il vero modo di formare gli uomini religiosi, buoni, ma prope bu tre òlte. Dicano pure i miscredenti che queste je bale; ma però drè ale bale ghe resta semper tacàt vergòt che pias. E questo qualcosa che piace, innanzitutto è il regalo e la divozione. Domandate un po’ alla mia Lucrezia, domandega a la mè Logrezia se, nella notte del tredici ne la se forse miga consolada a ciapà Santa Lusia? Domandiga se ne ghera alter che le bale, oppure se con esse non c’era anche qualche cosa di più gustoso, di più dolce! Qualche cosa di consistente, di duro, roba prope che anca on orbo, a ciapala en ma, el gàares dit: Queste no je bale! Questa lè roba che se sent! E difatti, la ga sinìt anca lè qualche cosa di duro in mano e l’ha tignìt strèt fina a la matina.
Poi, appena fattosi giorno, curiosa di veder che roba l’era, la sbalanca i occ, la varda e, con gioia inesprimibile, esclama: – Lè chè, lè chè: quèst le ‘l turù col mandorlato che don Ciccio el m’ha fat pasà per santa Lusia!. Indi, tutta ilare e festosa, si vestì, corse in chiesa dove udì tutta la messa con pio raccoglimento, ringraziando con preci fervorose santa Lucia perché l’ha ga fat ciapà el turù col so rispettivo mandorlato.
Dunque, vedete bene, donne, che qui non si tratta che d’un semplice regalo, ma che intanto ha giovato anche questo a rendere più religiosa e più lieta la mia Lucrezia. (…)”.

In uno scritto, invece, privo del ricorso alla lingua dialettale, limitandosi all’italiano, come, però, nelle espressioni dell’epoca, tale letterario registro linguistico risultava abituale, una versione, più consona alla concezione meglio idealmente intesa di questo giorno particolare, era messa in pagina ne “La Sentinella Bresciana” del 13 dicembre 1890: “Santa Lucia – La festa più chiassosa, più simpatica e gradita ai bambini è quella di santa Lucia. E’, fra di essi, in questo giorno, una gara di carezze, di baci, di paroline dolci, di sommesse preghiere per ottenere quei piccoli doni che sono la loro gioia, la loro felicità. E chi mai sa resistere all’idea di far sorridere quei piccoli angioletti biondi e bruni, quegli angioletti che non hanno ancora compreso come al mondo non vi siano allegrezze complete, che non sanno ancora come nessuna voluttà sia scevra da sospiri, nessuna gioia sia scevra da amarezze? Un balocco, un dolce, un ninnolo…e il bambino è lieto, è sorridente, è completamente felice. Dopo una lunga notte, rallegrata da Dio sa quanti bei sogni, nei quali la più dolce visione fu certamente quella di Santa Lucia, col suo tradizionale asinello, i bambini si sveglieranno questa mattina con salti di gioia, con un brillare d’occhietti, e batteranno entusiasticamente le manine nello scoprire i regali della loro Santa prediletta, nel brancicarsi i giuocattoli, i dolci e tutto quel ben di Dio che i papà e le mamme avranno preparato e disposto in modo da abbagliare la loro mente infantile. Esultate pure, oh bambini, a queste gioie innocenti! A questo giorno che è per voi il più caro, il più bello, che aspettate sempre con tante ansie, con tante trepidazioni!. E che per molti e molti anni ancora, torni a sorridervi il nome della vostra Santa prediletta con tutta la gentile poesia che lo circonda”.

Nell’eco di tali considerazioni, al netto di sensibili riferimenti valoriali, alcune iniziative di quei giorni lontani si ponevano in assonanza con il rispetto dovuto al significato di un pure esteso ambito di condivisione generale, mediante la divulgazione di dinamiche fattuali alla messa in atto di manifestazioni funzionali al dare corso concreto a utili principi umanitari, come, in quell’anno di fine Ottocento, era stata la bella pensata dell’allora farmacista di Gussago, protagonista della notizia dettagliata ne “La Sentinella Bresciana” del 12 dicembre, relativamente a: “Pei poveri della nostra città. L’egregio signor Leopoldo Cherubini, farmacista a Gussago, con gentilissimo pensiero, si è ricordato dei nostri poveri, per i quali ha mandato buon numero di scatolette di Pastiglie Cherubini, efficacissimo rimedio contro la tosse. Quei poveri che ne avessero bisogno, potranno averne gratis, dirigendosi alla Redazione del nostro giornale, muniti di certificato medico. Facendoci interpreti della riconoscenza di tutti quei poveri che vorranno approfittare delle pastiglie Cherubini, mandiamo al generoso donatore i più vivi e sentiti ringraziamenti”.

Altra filantropica dimostrazione, nella concomitante ispirazione rivolta alla, in quei giorni, incombente ricorrenza della santa martire siracusana, si faceva pure strada nella cronaca documentata nella carta stampata, nel merito della medesima testata giornalistica, riferita all’indomani della giornata interessata alla perdurante conferma di una generosa sollecitudine inveterata alla quale anche una certa proficua iniziativa si trovava assimilata: “La beneficenza a S. Eufemia della Fonte. Ci scrivono: in quest’età satura di scetticismo, l’animo nostro trova la sua nota gaia e si rallegra ogni qualvolta rivolge lo sguardo verso il regno dei fanciulli, negli asili d’infanzia, ove la filantropia soccorre la povertà senz’umiliarla. Ora, è la visita di una gentile visitatrice che porta ai bambini poveri le vesti e le calzine per difenderli dal freddo; ora è la filantropia di un’altra persona di cuore che pensa al ricovero ed al benessere di quei tapinelli, una volta tanto non trascurati. Oggi, è Santa Lucia, la festa sospirata dei fanciulli, che, all’asilo nostro, ha provveduto, grazie al generoso pensiero della sig.ra Virginia Brambilla, sua visitatrice che volle far festa a sorpresa a 82 fanciulli, i quali trovarono nel loro panierino: torroni, caramelle, calzettine e giocattoli, giudiziosamente distribuiti a norma dei bisogni. Oggi, quei cari bambini benediranno nel nome di Santa Lucia, la loro fata benefica, come già benedissero i nomi di Gaibotti, Duina, Triberti e di tanti altri generosi benefattori. P.C.G.