Tempo di lettura: 4 minuti

Uno, su chissà quanti, se ne accorge.

D’altra parte, in ospedale si va, generalmente, per altri motivi che non per il notare le statue od i dipinti di personaggi estinti.

Non impedisce, però, alcuna sollecitudine, improntata alla cura verso il bene della salute, lo scorgere, anche distrattamente, questa enigmatica stretta di mano, posta a rilievo di un busto commemorativo, innalzato ad onore di un magnate della carità, per un’ingente sua elargizione profusa verso il maggior nosocomio cittadino.

Si trova, appena varcato l’ingresso dell’Ospedale Civile di Brescia, nella bussola, fra porte vetro, a preludio del lungo corridoio della cosiddetta “quadreria”.

Questa composizione scultorea si presenta alla destra di chi accede a tale ambiente, per raggiungere le più disparate sedi specialistiche di questa enorme struttura ospedaliera, architettata alla fine della prima metà del Novecento, secondo una base ideata a modo di uno stilizzato fiocco di neve.

La posizione, sperimentabile nel passaggio a spartiacque di questo accesso che è centrale all’intero complesso nosocomiale, pare sia valsa utilmente a soppesare quella visibilità ritenuta, a suo tempo, appropriata per metterci il memoriale del tal benefico Bernardo Belotti, vissuto all’epoca di quando Brescia era sotto il vessillo della aquila bicipite asburgica.

Stringata ed efficace, la citazione del suddetto personaggio, proposta dall’Enciclopedia Bresciana, dove, alla voce, tracciata a nome ed a cognome di questo filantropo preso in considerazione, perché della sua identità ne risulti una pubblica attenzione, è scritto, a riguardo di un suo sostanzioso contributo, dispensato all’allora pubblica amministrazione, perché fosse finalizzato alla costruzione di un nuovo ospedale a Brescia.

L’opera ottocentesca consta di un manufatto marmoreo, rispettivamente tripartito, in un busto, nel suo basamento, con tanto di segnale di riferimento, e, nell’erma di sostegno, anch’essa caratterizzata da un’elaborazione plastica, evocativa del nesso attribuito al procedere a ricordare questa figura monumentalizzata, nella sua essenziale consegna di edificante caratterizzazione, apparendovi, infatti, la rappresentazione di un pellicano, simbolo, per antonomasia, della più alta sensibilità, spinta fino alla massima espressione di generosità, che attiene ad un plausibile sinonimo di solidarietà e di caritatevole abnegazione.

Analogamente, questa stretta di mano che, da sotto, sostiene, in un’armonia strutturale, le fattezze della figura monumentalizzata, risulta correlata all’epigrafe esplicitante i termini di “Bellotti Bernardo 1841”, consentendo di datarne il profilo, in un dato contesto storico pre-unitario in cui si era compiuta quella donazione che era risultata di rilievo, sia per il determinare un tangibile apporto sul piano d’un profitto sociale che per additarne, con un’opera celebrativa successiva, la sua stessa implicita natura solidale, mediante il grato recepimento celebrativo di tale testimonianza esemplare.

Nella misura di quest’avvenuto intervento accresciutivo della realtà ospedaliera bresciana che, nel capoluogo, acquisiva, durante la prima metà dell’Ottocento, una nuova sede più funzionale, rispetto a quella pre-esistente, pare porsi anche quel compasso che è impugnato da un altro benefattore, nel ritratto che gli è dedicato, in un dipinto allestito non lontano da tale busto marmoreo.

Anche qui le mani, attribuite al protagonista in questione, paiono esprimere più di una simbolica allusione, costituendo il rimando, certamente, verso una data professione, ma pure, come la stretta di mani di prima, il possibile emblema che va oltre l’evidenza di una più superficiale e mera rappresentazione.

Costui è Pier Antonio Zobbio, “perito agrimensore”, anch’egli in vista sull’orizzonte di quel periodo, con gli austriaci ancora di casa a Brescia, tant’è vero che la targhetta commemorativa, posta alla base del suo dipinto, reca l’anno 1837.

Impugnando con la destra un compasso, sembra fare soffermare tale strumento sul piano di una non meglio precisata cartografia che, a sua volta, si accompagna alle indicazioni biografiche dedicategli, per il tramite di una contestuale didascalia, indicativa di un suo sostanzioso lascito, provveduto a favore dell’ospedale Civile.

Come le mani che si stringono in un certo modo, similmente questo compasso pare abbia misurato la circonferenza di un’umanità che ha dimostrato di essere inclusiva e di crescere, a poco a poco, come l’evoluzione del segno perfetto di tale arnese che misura fraterne prossimità di intenti e di ispirazioni, compartecipi alla costruzione di quegli ideali e di altrettanti perseguiti perfezionamenti che attengono alle mire dei lavori personali e collettivi da sempre vagliati entro la metaforica loggia stellata dei più alti e dei maggiormente nobili cimenti.

Vada per la stretta di mano, vada per il compasso, vada, allora, anche per la mano destra appoggiata sul proprio petto, nel settecentesco ed elegante figuro imparruccato, pari, tal quale, al nobile Achille Rozzoni, anche egli presente in un dipinto, collocato, insieme a diversi altri, lungo tutto il grande corridoio ospedaliero, nell’intera sua estensione, risultante attraversato dalle effigi, pittoriche o scultoree, dei vari benefattori, rivelatisi come tali, in altre epoche, pregresse e lontane, ma, in ogni caso, senza tempo, per le intenzioni solidaristiche ancor sovrane d’un intatto significato, pure nella contemporaneità di analoghi indici valoriali, rilevabili nella gamma dell’encomiabile genere conclamato di applaudite azioni accreditate.